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Residence, protestano gli inquilini: "No al buono casa, vogliamo un alloggio popolare"

Prima il presidio in piazza Giovanni da Verrazzano, davanti all'assessorato al Patrimonio, poi in Campidoglio. I manifestanti: "Nessuno ci ha voluto ricevere"

C'è chi ha presentato la domanda per ottenere il buono casa "con due giorni di ritardo" e quindi ha perso il diritto all'assistenza alloggiativa. Chi il sostegno economico l'ha ottenuto ma in otto mesi non è riuscito a "trovare alcun proprietario di casa che si sia fidato a firmare un contratto d'affitto con un'amministrazione pubblica come garanzia". E poi c'è anche chi ha tra le mani la 'revoca della revoca' al diritto all'assistenza, scattata dopo la decisione dell'amministrazione di prorogare i termini di accesso al buono casa, ma non è "ancora riuscito a effettuare una nuova domanda perché non è chiaro come dobbiamo procedere".

Guardano al proprio futuro con preoccupazione gli inquilini dei Centri di assistenza alloggiativa temporanea che questa mattina hanno presidiato prima l'assessorato al Patrimonio in piazza Giovanni da Verazzano, poi il Campidoglio. "Non siamo riusciti ad incontrare né l'assessore al Bilancio e Patrimonio Andrea Mazzillo né quella alle Politiche Sociali Laura Baldassarre, entrambi con delega alla Casa" racconta Elisa Ferri del Comitato residence e Caat, che riunisce tutti gli inquilini di diverse strutture dislocate nella capitale che hanno deciso di mobilitarsi. "Di chi è la competenza? Siamo amareggiati perché speravamo di ottenere un incontro con l'amministrazione". 

La data scelta non è casuale: "All'inizio di dicembre una memoria di Giunta ha riaperto i termini per richiedere il buono casa" spiega Ferri. "Oggi, 31 gennaio, sarebbe l'ultimo giorno utile per poter presentare la nuova domanda per il buono casa. Eppure non abbiamo ancora avuto accesso al bando e non sappiamo cosa accadrà da domani. Che misure contiene la delibera annunciata da Mazzillo la scorsa settimana e che dovrebbe essere approvata dalla Giunta in questi giorni? Non lo sappiamo". Quel che è certo è che nel bilancio approvato ieri dall'Assemblea capitolina sono stati inseriti risparmi per 6,9 milioni di euro di risparmi dalla chiusura dei residence.

Gli inquilini non si oppongono al piano di chiusura ma precisano: "Il buono casa non è una soluzione efficace e presenta molte criticità che abbiamo più volte esposto all'amministrazione. Un dato su tutti lo dimostra: su oltre 700 persone che hanno fatto domanda solo un centinaio hanno trovato un alloggio". Rigettata anche la possibilità, per ora solo un'ipotesi, di trasformare i residence in appartamenti da affittare con il buono casa. "Vorremo che la chiusura dei residence passasse attraverso un percorso partecipato con gli abitanti e avvenisse con una fisiologica assegnazione di case popolari, proprio come è stato promesso agli inquilini al momento dell'ingresso in quella che doveva essere un'assistenza temporanea. Il tutto senza dimenticare che in Regione è stata approvata una delibera che stanzia dei fondi per il reperimento di alloggi popolari da destinare, in parte, anche per gli abitanti dei residence". Conclude Elisa: "Ricordo che nei residence molte persone vivono in situazioni di precarietà abitativa, lavorativa e sociale e nel tempo si sono acuite. Nei Caat vivono ancora oltre mille persone. Crediamo sia necessario un censimento sociale di queste famiglie per poter trovare delle soluzioni adeguate". 

Patrizia vive a Campo Farnia dal 2005. "Nel 2001 sono stata sfrattata nonostante fossi assegnataria del contributo comunale all'affitto. Tra sospensioni e ritardi io e la mia famiglia siamo finiti in mezzo a una strada". Poi un appartamento occupato e "la fuga con i miei due figli da una situazione familiare difficile. Non sapevo dove andare, i miei figli erano piccoli". A Patrizia non piace l'ipotesi di restare con il buono casa nei Caat: "Si tratta di appartamenti molto piccoli, di 30-35 metri quadrati, non si vive bene". 

Anche a Giovanni, invalido al cento per cento e reduce di un intervento al cuore, è stato assegnato un appartamento molto piccolo: "Vivo in 15 metri quadrati in una struttura precedentemente adibita a centro di igiene mentale a San Basilio". Fino al febbraio del 2015 Giovanni ha vissuto a Pietralata, il primo residence ad essere stato chiuso dalla precedente amministrazione Marino. Poi il trasferimento nella nuova struttura. "E' stato difficile, è cambiato tutto". Il buono casa "mi fa paura. Se il Comune smettesse di pagare torno in mezzo ad una strada. Non voglio fare questa fine". 

Emanuela vive nella struttura di via Tovaglieri, a Tor Tre Teste, da sette anni. E' vedova, "mio marito è morto sul lavoro", e ha due figli, "oggi maggiorenni ma al tempo del trasferimento avevano 13 e 16 anni". Ha presentato la domanda del buono casa con due giorni di ritardo. "Mia figlia era ricoverata" spiega. "Speravo di poter rimediare con la proroga annunciata dall'amministrazione ma ancora non è stato possibile". Vorrebbe aderire al buono casa "perché non c'è alternativa ma conosco tantissimi inquilini che non hanno trovato un alloggio nonostante il contributo comunale. Sono preoccupata. Io lavoro ma i miei due figli no. Se mi cacciano dove vado?". 

Vanessa è entrata nel residence di Val Cannuta 12 anni fa. "Mio figlio aveva 6 anni". Ci è arrivata dopo lo sgombero dell'occupazione in cui era andata a vivere dopo che sola, con il figlio piccolo a carico, era finita in mezzo a una strada. E' assegnataria di un buono casa ma "in otto mesi di ricerche non sono riuscita a trovare qualcuno che mi affittasse un appartamento: quando consegnavo ai proprietari il modulo del buono casa si sono rifiutati di firmare un contratto". Inoltre non sarebbe una soluzione stabile: "Al termine dei tre anni più uno di un contratto cosa succede? Se il Comune smette di pagare?". All'amministrazione chiede solo una cosa: "Una casa popolare. Non si può vivere un vita normale nei residence: sono case piccolissime, possono costringerti a trasferirti quando vogliono, se tuo figlio lavora un anno ti buttano fuori perché superi il reddito. Non c'è alcuna stabilità". 

Habib, origini algerine, vive in un residence a Romanina da dieci anni. "Abitavo nell'ex ospedale Regina Elena occupato dai movimenti per il diritto all'abitare. Ci avevano promesso una casa popolare, sono anni che aspetto". Tra le mani, Habib ha un provvedimento di revoca dell'assistenza alloggiativa: "Mi hanno dato dieci giorni per uscire. Inoltre nel documento c'è scritto che se fossi uscito in tempo avrei dovuto pagare 40 euro per ogni giorno di permanenza in più". Ora il provvedimento è stato 'congelato'. "Attendiamo di capire cosa ne sarà di noi".

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