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Campi rom, Radicali da Tronca contro il bando: "Lo ritiri, è un altro regalo alle coop"

Riccardo Magi, segretario dei Radicali Italiani: "Che motivo c'era per un commissario in carica ancora 4 mesi di concedere appalti pluriennali?"

Campo rom di via di Salone a Ponte di Nona

Unico argomento di una campagna elettorale che su programmi e contenuti ancora arranca, i campi rom, un grande classico per racimolare consensi, tornano al centro di comizi improvvisati tra slogan triti e ritriti. Salvini in testa, ieri a Salviati. Per tutti vanno chiusi: ghetti che per l'Europa affossano qualunque diritto umano, enclavi di sporcizia e roghi tossici che i romani non sopportano più. Una piaga da sanare cominciando dallo smantellamento delle baraccopoli. Ma intanto, nelle stanze di palazzo Senatorio, si lavora per tenerle aperti, almeno fino al 2018. E nessuno dei candidati ne parla. 

Un bando per la gestione (senza chiusura se non negli obiettivi finali solo accennati) dei 'villaggi attrezzati' della Capitale, dal 1 aprile 2016 al 31 gennaio 2017, da affidare ancora una volta a cooperative. Tra i servizi richiesti si va dai percorsi di integrazione scolastica e lavorativa, con i mercatini legalizzati che hanno sollevato il polverone di polemiche insieme alle borse lavoro da 400 euro, a un generico accenno a interventi per l'uscita dai campi tramite soluzioni alloggiative alternative. Perché che l'obiettivo finale sia uscire dai recinti è scritto a chiare lettere nel testo della gara, ma un piano strategico non esiste. E intanto le risorse, cinque milioni di euro, vengono dati, ancora una volta, a terzi.

"Abbiamo chiesto al Commissario il ritiro del bando". Una delegazione dei Radicali Italiani si è recata da Tronca. "Su questo tema abbiamo evidenziato tutte le criticità del bando appena emesso dall'Amministrazione per l'affidamento del 'servizio di gestione sociale, piccola manutenzione e vigilanza' nei campi rom, esprimendo la nostra preoccupazione soprattutto per il rischio che l'assenza di una strategia complessiva per il superamento e la chiusura dei campi determini un impiego di risorse senza passi in avanti verso questo obiettivo". 

Insomma, da un lato l'affidamento "agli stessi soggetti corresponsabili dello sfascio perpetrato a Roma in questi anni" dal momento che "alla gara potranno partecipare esclusivamente società, cooperative e altri enti che abbiano esperienza triennale in interventi sociali nei villaggi". Dall'altro "interventi di inclusione di cui si parla che appaiono vaghi e difficilmente attuabili senza un piano operativo e fondi adeguati". 

Nel frattempo il Campidoglio, a 24 ore dall'incontro, aveva ulteriormente ribadito la necessità del bando, senza accennare a passi indietro e definendolo "un obbligo comunitario". "L'assetto attuale dei Villaggi, infatti, nonostante gli obblighi internazionali, risulta ancora gravemente carente e continua a produrre le stesse condizioni di isolamento che riducono le possibilità di inclusione sociale ed economica delle comunità, determinando quelle situazioni di illegittimità che la Commissione Europea punisce con procedimenti di infrazione nei confronti degli Stati membri". Appunto. 

Quel che sembra impossibile è avviare un piano operativo, concreto, fatto di cifre e step attuativi, per chiudere i villaggi, avviando in parallelo percorsi verso soluzioni alternative. E sembra impossibile che il Comune lo faccia direttamente. I fondi vanno ancora una volta alle coop. Un passo avanti, nella presa d'atto di un traguardo sacrosanto e necessario, e due indietro nella strada intrapresa per raggiungerlo. 

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