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Foto Facebook Autorgaizzati dello Spettacolo Roma

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La quarantena dei lavoratori dello spettacolo: precari da una vita, oggi senza reddito a tempo indeterminato

Molti sono rimasti esclusi anche dal bonus di 600 euro messo in campo dal Governo. E il settore resterà fermo ancora per molti mesi

Stefano è un tecnico video che lavora per una cooperativa che riunisce varie figure di professionisti dello spettacolo ed è anche un dj. Non ha alcuna entrata economica ormai dal 23 febbraio scorso, il bonus da 600 euro non è arrivato e il contratto, a chiamata, è scaduto il 31 marzo. “La mia vita ruota attorno a eventi che riuniscono centinaia di persone e nessuno sa quando si potrà ripartire. C’è chi dice che se ne riparlerà tra un anno”. Quella di Stefano è solo una delle migliaia di storie dei lavoratori dello spettacolo che in questo momento vivono con una sensazione di “smarrimento totale”.

Non solo attori, musicisti e artisti ma anche una vasta categoria di tecnici, assistenti, costumisti, macchinisti teatrale, elettricisti. Migliaia di lavoratori fermi in tutta Roma, circa 340mila in tutta Italia secondo la Fondazione Centro Studi Doc, che per il mondo dello spettacolo ha stimato una perdita di 8 miliardi di euro in un solo mese di fermo. Un mondo frammentato dal punto di vista delle tipologie contrattuali, fatto in prevalenza di intermittenti, più conosciuti come ‘a chiamata’, con retribuzioni discontinue e calendari imprevedibili. Da sempre dietro le quinte e dietro i palchi ma essenziali per dare vita a spettacoli e concerti, l’emergenza sanitaria e il lockdown che ne è seguito hanno cancellato quasi subito le loro attività lasciandoli senza alcuna forma di sostegno. Non a caso un delle campagne nazionali del coordinamento nazionale ‘Professionisti dello spettacolo – Emergenza continua’ per chiedere al Governo di mettere in campo delle misure ha lanciato l’hashtag ‘Esistoanchio’.

A Roma, così come in altre città e regioni italiane, si è formato il coordinamento ‘Autorganizzati dello spettacolo’. “Abbiamo costituito questa assemblea permanente un po’ per non disperderci, visto che da quando è tutto fermo nessuno si incontra più, ma anche per affrontare insieme la questione degli ammortizzatori sociali che ci spettano in questo momento e migliorare per il futuro la condizione di questo settore che è sempre più precario e malpagato”, spiega David Ghollasi. “Nel mondo dello spettacolo dal vivo i lavoratori con contratti indeterminati che possono accedere alla cassa integrazione sono pochissimi. C’è chi ha contratti stagionali di nove mesi ma la maggior parte ha contratti intermittenti. Per questo abbiamo subito espresso la necessità di un reddito di quarantena ma crediamo che serva una riforma strutturale del nostro settore che ci garantisca quella continuità economica che non abbiamo mai avuto”.

Anche grazie alle proteste dei volti noti e meno noti del mondo dello spettacolo nel decreto ‘Cura Italia’ di marzo il Governo ha introdotto un articolo, il 38, dedicato alle ‘indennità per i lavoratori dello spettacolo’. A quanti hanno lavorato almeno 30 giorni nel 2019 e non hanno un reddito superiore a 50mila euro spetta un’indennità di 600 euro per il mese di marzo. Non ne hanno diritto però i “lavoratori titolari di rapporto di lavoro dipendente alla data di entrata in vigore” del decreto.

È così che i lavoratori con contratti ‘a chiamata’ senza alcun obbligo di risposta, che sono in maggioranza, si stanno vedendo rigettate dall’Inps le domande per percepire il bonus da 600 euro in quanto risulta che hanno un contratto”, spiega Alessandro Brunetti, avvocato del sindacato Clap (Camere del lavoro autonomo e precario). “Peccato che tra una chiamata e l’altra questi lavoratori non abbiano alcun obbligo e, soprattutto, non percepiscano alcun reddito. E questo accade nonostante proprio i lavoratori intermittenti senza obbligo di disponibilità tra una chiamata e l’altra possono accedere anche all’indennità di disoccupazione (della quale un lavoratore ha diritto in base ai giorni lavorati nei mesi precedenti, ndr).  Come sindacato siamo pronti ad avanzare ingiunzioni di pagamento all’Inps perché è evidente che debbano essere corrisposti”.

Anche Stefano dalla metà di febbraio non percepisce un euro. “Per ora mi sto mantenendo perché chi fa questo lavoro sa che ci sono mesi in cui non si lavora o che alcuni servizi potrebbero essere pagati in ritardo anche di due mesi e mezzo e quindi cerchi sempre di risparmiare un po’”, racconta. “Io per esempio dopo aver lavorato nella musica dal vivo ora sono nel settore congressuale. So che si lavora da settembre a luglio, esclusi i mesi di gennaio e febbraio quando il lavoro cala, con una media di 15 giorni al mese. Non hai mai orari fissi, ti chiamano qualche giorno prima per organizzarti e le giornate lavorative sono quasi sempre almeno di 12 ore, spesso anche di più, e senza la certezza di avere straordinari retribuiti. Lavorando a chiamata, anche se il tuo contratto è ancora attivo, quando non sei operativo non ti pagano”. L’incertezza che ha caratterizzato il passato ora sembra essere diventata assoluta. “Il settore dello spettacolo dal vivo è completamente fermo e probabilmente non ripartiremo prima di un anno. Senza un intervento mirato sarà difficile sopravvivere”.

L’emergenza Coronavirus ha così messo a nudo un settore che vive da sempre nella precarietà. Per questo tramite il gruppo Autorganizzati dello spettacolo di Roma, che si muove insieme a un coordinamento nazionale, sta lavorando per far sentirsi sentire. “Abbiamo attivato un questionario online grazie per raccogliere quante più storie possibili”, spiega Ghollasi. Tutte diverse e simili allo stesso tempo.

Tra queste c’è quella di una donna che lavora in questo settore da 15 anni ed è madre da sei mesi. “Quest’anno per pura fortuna potrò accedere alla Naspi, cosa che non è stata possibile fin’ora, poiché dopo trenta giorni di prove e tre replice mi sono sempre ritrovata contributi solo per tre giornate lavorative”. Un’altra scrive: “Sono una precaria dello spettacolo. Tutti i mesi è una lotta per trovare il lavoro successivo. A volte è troppo, altre è niente. Mi sono ritrovata a seguire tre spettacoli contemporaneamente perchè dire di no a qualcuno è come chiudere una porta per sempre. A 35 anni e con una relazione stabile non mi sento di poter fare un figlio perché questo comporterebbe non poter lavorare e dover rinunciare a degli impieghi futuri. La passione per il mio lavoro mi hanno sempre fatto ad andare avanti. Ma adesso sono molto preoccupata per il futuro”. Un futuro sospeso ma con una certezza: senza questi professionisti nessuno spettacolo teatrale, evento o concerto dal vivo potrà mai ripartire. 
 

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