Tutti i medici sono obiettori: donna abortisce nel bagno di un ospedale

Nell'ottobre del 2010 Valentina ha partorito un feto di cinque mesi senza assistenza all'interno del bagno del Pertini. Oggi, anche grazie alla loro storia, il giudice del tribunale di Roma ha sollevato dubbio di legittimità costituzionale sulla legge 40

Una storia terribile, resa nota dall'associazione Luca Coscioni in una conferenza stampa convocata per fare il punto a 10 anni dalla Legge 40. Lei è Valentina Magnanti e nel ottobre del 2010 ha vissuto la più terribile delle esperienze per una donna: un aborto. Quell'esperienza l'ha vissuta da sola, assistita solo da suo marito, nel bagno di un ospedale, il Pertini. Qui, dove tutti i medici hanno praticato l'obiezione di coscienza, non ha trovato supporto alla sua decisione di interrompere la gravidanza.

Un passo indietro. Nel 2006 il Laboratorio del Policlinico di Tor Vergata le diagnostica una patologia genetica trasmissibile molto grave. Nel 2010 rimane incinta. Conscia dei rischi per il nascituro, si sottopone a villocentesi: "Venti giorni dopo, il Policlinico, dove avevo effettuato l’esame, mi comunica che la nostra bambina era affetta da una grave malattia e mi consiglia un’interruzione della gravidanza".

"Decisi", racconta Valentina, "in accordo con mio marito di interrompere la gravidanza. Ci recammo lo stesso giorno dal ginecologo che mi seguiva, il quale però si rifiutò di farmi ricoverare perché obiettore di coscienza. Riesco, dopo vari tentativi, ad avere da una ginecologa del Sandro Pertini il foglio di ricovero, dopo due giorni però, poiché soltanto lei non era obiettore. Il 27 ottobre entro in ospedale e inizio la terapia per indurre il parto. Dopo 15 ore di dolori lancinanti, vomito e svenimenti, partorisco dentro il bagno dell' ospedale con il solo aiuto di mio marito. Nessuno ci ha assistito nemmeno dopo aver chiesto soccorso più e più volte. Non li abbiamo denunciati purtroppo soltanto perché eravamo sconvolti da quello che avevamo vissuto. Nessuna donna al mondo dovrebbe provare quello che ho provato io e che purtroppo ancora tantissime donne provano...".

La coppia dopo questa esperienza drammatica ha deciso di ricorrere all’aiuto della medicina, chiedendo  accesso alla fecondazione assistita per poter conoscere lo stato di salute dell’embrione prima del trasferimento in utero come previsto dagli artt. 14 c.5 e 13 c 2 L.40/04. Valentina e Fabrizio si sono dunque rivolti all’Azienda USL Roma A, presso l’Unità Ospedaliera di Fisiopatologia della Riproduzione e Fecondazione Assistita, Centro per la Salute della Donna S. Anna, dove il Responsabile Dr. Antonio Colicchia dichiara che la struttura "non eroga la prestazione di diagnostica genetica preimpianto". Dinanzi al rifiuto la coppia decide di rivolgersi all’Associazione Luca Coscioni, ed in particolare all’avvocato Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione per incardinare un procedimento contro la struttura ospedaliera. Infatti, come risulta dal Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita (art. 11 L. 40/04) l’U.O. di Fisiopatologia della Riproduzione e Fecondazione Assistita, Centro per la Salute della Donna S. Anna risulta essere un centro pubblico autorizzato ad applicare tecniche di III^ livello e pert anto in grado di eseguire fecondazione in vitro  e di fornire informazioni sullo stato di salute dell’embrione a seguito di richiesta della coppia ai sensi della legge 40/04.

Il giudice Bianchini del Tribunale di Roma solleva dubbio di legittimità costituzionale.

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