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Lunedì, 5 Dicembre 2022
Cultura

La Roma di Fabio Canino

Attore e conduttore, fiorentino, vive nella Capitale da più di vent'anni

Un fiorentino a Roma. Potrebbe sembrare il remake in chiave toscana del celebre film con Alberto Sordi, invece è la storia di Fabio Canino, per certi versi anche più esilarante. Attore - in queste settimane al Teatro Sala Umberto con Fiesta, il suo spettacolo dedicato a Raffaella Carrà - conduttore, da anni nella giuria di Ballando con le stelle, decide di trasferirsi nella Capitale quando lo presero per Macao, nel '99. Convinto dall'amico Vincenzo, "romano da 7 generazioni" che gli ha spiegato come qui "è inutile incazzarsi", alla fine si abituato abbastanza in fretta al caos a alla "panettiera che ti chiama 'A cì'". La prima casa in affitto a Porta Portese, quella in cui ha fatto "il ballo del debuttante a Roma", gli spettacoli al Teatro Colosseo, dove "non si guadagnava una lira" ma si era più felici di oggi, le notti trascorse nei locali e la più bella, "parliamo di tanti anni fa", quando quei "due passi" con il fidanzato di allora si trasformarono in "un giro infinito fino all'alba", di cui ancora ricorda la stanchezza.


In scena fino al 26 novembre al Sala Umberto con Fiesta. Dopo l'ultimo anno e mezzo quasi non sembra vero di poter tornare a teatro..
"Questa estate avevo già fatto delle serate al Brancaccino Openair e rivedere il pubblico era stato quasi un miracolo, però lì eravamo all'aperto, distanziatissimi. Adesso entrare in un teatro, bello e pieno tutte le sere, è un'emozione forte. Sentire che la gente c'è, è venuta lì per te e ha voglia di divertirsi è meraviglioso. Una ripartenza vera. Speriamo che vada avanti".

I primi passi nel teatro li hai mossi a Firenze, la tua città, poi a Milano. Come ci sei finito a Roma?
"Per lavoro. Venni a fare Macao. Era un programma quasi quotidiano e c'era Vincenzo, un mio amico, che mi diceva sempre di trasferirmi e smetterla di fare avanti e indietro. Mi feci coraggio, perché per fare questi grandi cambiamenti di vita ci vuole coraggio e venni a Roma, anche se ormai vivevo a Milano da anni e Roma la vedevo una città molto distante dal mio modo di essere. Però poi è stata la città che mi ha adottato".

Com'è stato l'impatto quando sei arrivato?
"Molto forte. Io vengo da Firenze, una città molto più fredda, anche dal punto di vista dei rapporti con sconosciuti, qui invece già dal primo giorno, dalla panettiera che ti chiama 'A cì' al pizzicagnolo, ho notato che c'è tutto un modo diverso di affrontare le cose. All'inizio mi dicevo 'Ma chi è? Ma perché tutta questa confidenza?', adesso invece mi sembra normale e quando vado in altre città e vedo che c'è un modo diverso di approcciare con la gente, mi rendo conto di vivere in un posto in cui tutto sommato fai parte di una comunità. Ti senti parte di una comunità".

Per i romani i fiorentini hanno la puzza sotto il naso...
"Sì, anche io sono d'accordo".

Non se n'è andata?
"Io da Firenze me ne sono andato molto presto. A 18 anni mi sono trasferito prima a Milano a studiare, poi a New York. Devo dire che la puzza sotto il naso ce l'abbiamo, abbiamo quel non so che di snob, sarà perché viviamo in una città molto bella ma anche molto piccola e un po' ce la tiriamo. Credo che sia rimasta, sì. Un po' sì".

Ti è rimasto anche l'accento fiorentino.
"E non lo voglio perdere. Ti aiuta a sentirti a casa in qualunque momento. Infatti io quando sono più stanco o più spensierato, si sente ancora di più che sono fiorentino".

C'è qualcosa per cui ti senti romano?
"Non credo, quello no".

Da quanti anni vivi qui?
"Sono venuto nel '99. All'inizio ho vissuto a casa di questo mio amico, Vincenzo, che è stato il mio apripista. Lui stava a Portonaccio, vicino al Muccassassina. Tutte le volte che venivo a Roma, prima di trasferirmi, andavo via stanchissimo. E' una città che mi ha sempre stancato tanto, così grande, confusionaria, caotica, tutte le volte scappavo. Vincenzo mi ha assicurato che mi avrebbe fatto capire come funzionavano le cose qui. Lui me l'ha proprio spiegata Roma".

Cioè?
"Era più un discorso filosofico il suo, su come affrontare la città. Ad esempio mi lamentavo tutti i giorni perché avevo degli appuntamenti e la gente arrivava in ritardo, oppure uscivo di casa per andare in un posto e invece di metterci 20 minuti ce ne volevano 50 perché c'era una strada chiusa per una buca, o una manifestazione, oppure avevano cambiato il senso di marcia. Questa cosa mi faceva impazzire. A Firenze queste cose te le dicono con giorni d'anticipo. Qua invece arrivi e trovi il vigile che ti dice: 'E che te devo fa'?'. Vincenzo mi ha sempre spiegato che è inutile incazzarsi e mi ha insegnato a vivere più rilassato".

Ti ha instradato verso la mentalità romana insomma...
"Esatto. Lui romano da 7 generazioni. Oggi purtroppo non c'è più".

E alla fine ti sei convinto a restare.
"Sì, poi ho cominciato a capire, ad avere punti di riferimento, e ho preso una casa in affitto a Porta Portese, dove ho passato gli anni più belli. In quel periodo si è formata la mia vita professionale e affettiva, ho conosciuto tanta gente. La casa di Porta Portese è quella in cui ho fatto il ballo del debuttante a Roma".

Che anni erano?
"In quegli anni ho iniziato a lavorare in tv ma anche a fare il teatro che volevo fare io. Mi ricordo il Teatro Colosseo, si chiamava così, dove abbiamo messo in scena tutti gli spettacoli che mi piaceva fare. Andavo a New York, compravo gli spettacoli, i diritti, li traducevo e si facevano lì. Anche Fiesta è nato lì. Era un periodo bellissimo, c'era questa libertà totale, riuscivamo a mettere in scena delle cose che in altri teatri non ci avrebbero mai fatto fare. E funzionavano. Non guadagnavamo una lira. Mi chiedo sempre come abbiamo fatto a campare quel periodo, ma credo fossimo molto più felici di adesso. Era veramente scoprire un mondo e con quello scoprivi anche Roma perché conoscevi la gente che faceva lo spettacolo con te, andavamo a mangiare insieme, poi a ballare, si passavano le notti in giro per la città e ti rendevi conto che eri in una delle città più belle del mondo".

Era anche una Roma diversa...
"E' vero. C'era una grande energia, una voglia di fare. Roma stava diventando una città europea. Finiva di essere quella grande città divisa in grandi quartieri, dove però ognuno viveva nella sua zona, e iniziava ad esserci un melting pot diverso. C'era meno razzismo, meno violenza, meno sporcizia e sembrava che sarebbe diventata una città allo stesso livello di altre metropoli europee".

Poi si è fermata.
"Si è fermata e si dà sempre colpa al sindaco. Io per carità, l'ultima sindaca non l'ho votata, ma non si può dare a lei la colpa di danni fatti negli ultimi 30, 40 anni. I romani poi quando gli tocchi la città si sentono colpiti nel vivo. Sì, Roma è bella, ma dovete fare anche voi qualcosa per mantenerla bella".

Romanus in fabula. Pregi e difetti.
"Dei romani sicuramente mi piace la schiettezza. Sono un popolo molto schietto, ma anche molto affettuoso. Si incazzano ma dopo un po' gli passa, sarà perché sono abituati a vivere in un posto in cui a un certo punto devi anche fare i conti con la tua pressione arteriosa se no impazzisci. Quello che non mi piace è questa incuria totale, come se loro fossero solo i cittadini, con la fortuna di essere nati qui, ma la città la dovesse curare sempre qualcun altro. Ognuno di noi invece ha un ruolo".

Abiti ancora a Porta Portese?
"No, adesso sto a Villa Pamphilj. L'ho proprio scelto questo quartiere, è pieno di verde. Ecco, un'altra cosa che mi piace di Roma è il verde, per me è fondamentale. Volevo venire a vivere proprio qui e ci sto benissimo. Con il lavoro che faccio poi mi conoscono tutti e sono anche un po' viziato, nei negozi, al bar. Mi trattano come il figlio prodigo: 'Lui lavora in televisione ma vive qui'".

Un fiorentino a Roma. Fai anche da Cicerone?
"Io Roma la conosco molto bene, ma fin da bambino. I miei genitori sono stati sempre grandi amanti di questa città. Per anni, tutti i fine settimana, mi costringevano a venire qui, da alcuni loro amici che poveretti per farmi piacere mi portavano a vedere tutto quello che c'è da vedere a Roma, ma a me non me ne fregava nulla. Io avrei preferito restare a Firenze a giocare coi miei amici. Però questo mi è tornato utile dopo. Mi hanno fatto scoprire cose che un turista normale non vede e adesso le faccio vedere ai miei amici turisti".

Il tuo luogo del cuore?
"Sicuramente Villa Pamphili. C'è un angolo dove sembra di essere in una foresta, senti cantare solo gli uccellini. Non è nei circuiti di quelli che fanno jogging o vanno in bicicletta. Quello è un angolo che mi piace tanto".

La notte più bella trascorsa a Roma?
"Parliamo di tanti anni fa. Stavo facendo Cronache Marziane, un programma su Italia 1, e da Cinecittà, dove si registrava la notte, tornavo a casa. All'epoca stavo ancora a Porta Portese. Una notte tornai e trovai sotto casa il mio fidanzato di allora, che mi fece una sorpresa da Firenze. Ero distrutto, non vedevo l'ora di andare a dormire, quando lo vidi però cominciammo a fare due passi. Questi due passi ci portarono a fare un giro di Roma infinito, arrivammo al Colosseo, poi a piazza di Spagna. Arrivò l'alba e noi ancora camminavamo. Mi ricordo ancora la stanchezza".

Rapito da Roma.
"Eh sì, ma credo sia proprio questo il suo fascino". 
 

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