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Martedì, 7 Dicembre 2021
Cronaca Borgo / Viale Vaticano

Racket della prostituzione sotto le mura Vaticane: l'incubo di un 30enne brasiliano

La vittima, un escort per uomini, ha denunciato quanto subito alle forze dell'ordine. L'avvocato difensore: "Costretto a pagare 2mila euro al mese per l'affitto di un seminterrato"

Un lungo incubo cominciato pochi mesi prima della fine del 2017 quando un 30enne brasiliano, un escort per uomini, venne contattato da un uomo tramite un annuncio su un sito di incontri per gigolò. "Ho visto il tuo annuncio, se mi dai 100 euro al mese ti faccio pubblicità incrementando il numero dei tuoi clienti". Qualche tempo dopo l'uomo passa allo step successivo proponendo al gay sudamericano l'affitto di un appartamento in via del Vaticano, fronte alle mura che circoscrivono San Pietro.

Duemila euro al mese di affitto

"Duemila euro al mese", questa la somma pattuita per la pigione di quello che poi si è rilevato essere un seminterrato angusto. Il tutto con quattro mesi di anticipo, per un totale di 8mila euro da pagare nel volgere di poco tempo. La concorrenza è però tanta, ed il 30enne, in Italia in cerca di fortuna dall'età di 22 anni, non riesce a pagare quanto pattuito. Da qui l'incubo, con minacce e intimidazioni da parte del suo protettore, sino al blitz davanti alla casa affittata, con il sudamericano sbattuto fuori dall'appartamento senza possibilità di riavere indietro la somma già anticipata come caparra. 

Racket della prostituzione sotto le mura Vaticane

A difendere il 30enne sudamericano è l'avvocato Luciano Randazzo assieme alla collega Teresa Garrizzo. E' proprio il penalista del Foro Romano a raccontare a RomaToday l'incubo vissuto dal suo assistito, "di fatto un vero e proprio collaboratore di giustizia". I fatti, come spiega il legale che esercita nel suo studio di via Augusto Riboty a Prati, "hanno preso corpo dopo la pubblicazione di un annuncio su un sito di incontri da parte del mio assistito". Poi la telefonata di tale "Mauro", questo il nome usato dall'uomo. "Che prima gli propone di aiutarlo nell'aumentare il proprio numero di clienti", per poi "offrirgli una casa dove poter svolgere la propria attività di escort per uomini in un quartiere importante della Capitale". 

Minacce ed intimidazioni

Accettata la proposta del sedicente "benefattore", il 30enne brasiliano non riesce però a garantire il pagamento dell'affitto dell'appartamento che si trova in un seminterrato di viale Vaticano, "di proprietà a quanto sembra di un avvocato". Da qui le prime minacce, divenute sempre più violente, perpetrate perlopiù telefonicamente o tramite messaggi WhatsApp. "Sino allo scorso mese di gennaio quando il mio assistito ha deciso di sporgere denuncia alle forze dell'ordine e di farsi difendere dal nostro studio legale". Impossibilitato a pagare il canone d'affitto "in nero" concordato, l'uomo aumenta le pressioni sul gay sudamericano, con lo stesso che, intimorito da quanto gli sarebbe potuto succedere, comincia a registrare le telefonate col suo aguzzino salvandosi i messaggi minatori ricevuti al fine di avere prove sulle richieste di estorsione subite. 

Cacciato dal seminterrato 

Minacce telefoniche che la mattina dello scorso 15 gennaio si materializzano fisicamente davanti il portoncino d'ingresso del 30enne brasiliano. Le urle ed i calci alla porta fanno temere il peggio, con il sudamericano che chiama le forze dell'ordine. Sbattuto fuori dal seminterrato, e privo del permesso di soggiorno, una volta raggiunto dalla polizia, il brasiliano viene però a sua volta identificato e sottoposto ad obbligo di firma due volte a settimana in commissariato. 

La strategia difensiva 

Assistito dagli avvocati Randazzo e Giarrizzo, i due legali hanno informato il pubblico ministero, il dottor Cascini, sui fatti e stanno preparando una articolata querela per il loro assistito. "Sono tre i capi di imputazione sui quali ci stiamo concentrando - conclude l'avvocato Randazzo - l'articolo 229 per il reato di estorsione e gli articoli 1 e 3 comma 1, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione". Inoltre "abbiamo fatto richiesta per far ottenere al nostro assistito un permesso di soggiorno in Italia" in quanto "a tutti gli effetti un collaboratore di giustizia". 

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