Referendum Atac, chi vota sì. Intervista al promotore Riccardo Magi

Il deputato spiega le motivazioni del sì alla liberalizzazione del servizio

Liberalizzare il servizio di trasporto pubblico locale tramite “una serie di gare divise per lotti” alle quali possono partecipare sia soggetti privati sia pubblici, come Atac. Al Comune “il compito di programmazione e controllo del servizio”. La municipalizzata di via Prenestina “potrebbe diventare una sorta di stazione appaltante” e andrebbe ‘divisa’ dal suo debito che resterebbe in capo a Roma Capitale. Per approfondire le ragioni del ‘sì’ alla liberalizzazione del tpl capitolino e provare a delineare lo scenario che deriverebbe da tale scelta, Romatoday ha intervistato il deputato dei Radicali e promotore del referendum di domenica 11 novembre, Riccardo Magi. 

Partiamo dall’inizio. Perché avete deciso di promuovere questo referendum?

Un’azione di iniziativa popolare come un referendum è necessaria quando dai soggetti politici deputati si fa fatica a ottenere delle riforme su determinate questioni. Quando ero consigliere comunale al tempo della Giunta Marino avevo provato ad aprire un dibattito sul modello di erogazione del servizio di trasporto pubblico cittadino, che non partisse dando per scontato che Roma dovesse continuare con l’affidamento in house. Sia il Partito democratico, che allora era in maggioranza, sia l’opposizione di centrodestra hanno sollevato un muro sul tema. È interessante come gli unici che ritenevano corretta l’indizione di una gara entro il 2019, così come previsto dalla normativa europea, erano proprio i 4 consiglieri del Movimento cinque stelle. Ironia della sorte è stata proprio la sindaca Virginia Raggi a prorogare l’affidamento in house a Atac dal 2019 al 2021. Perché la sindaca ha cambiato idea? Io do una lettura politica a questa decisione: durante la campagna elettorale del 2016 c’è stata un’intesa elettorale con alcune componenti corporative di Atac che hanno esplicitamente sostenuto Virginia Raggi alle elezioni. 

Per l’indizione di questo referendum i vostri rapporti con l’amministrazione in carica sono stati spesso tesi: dalla definizione della data alla campagna informativa fino ad arrivare a ieri quando avete inviato una diffida al Campidoglio in merito alla possibilità che una parte consistente degli scrutatori sia stata pescata tra i dipendenti Atac. Perché?

La Giunta Raggi dovrebbe considerare di primaria importanza la partecipazione dei cittadini alla democrazia diretta. Ce lo ripetono continuamente. Invece, al posto di assolvere al proprio compito istituzionale e informare i cittadini sul voto, si sta comportando come un comitato per il no o addirittura per l’astensione. Molti cittadini non sanno nemmeno dove recarsi per votare. L’elemento ancor più grave è che l’obiettivo di questo comportamento è poter dire che questa consultazione non interessa ai romani perché soddisfatti di questa amministrazione. 

C’è un problema di democrazia in questa città?

Si. Ieri abbiamo appreso la notizia che circa 700 scrutatori per il referendum sarebbero stati selezionati tra i dipendenti Atac. È evidente che questa situazione pone dei problemi di opportunità. Senza considerare che è difficile capire perché sui 160 mila iscritti nelle liste degli scrutatori non si riescano a selezionare persone senza un interesse diretto. Per questo abbiamo chiesto alla sindaca Raggi e alla commissione per il referendum di vigilare per tutelare e garantire terzietà al procedimento. 

Passiamo ai contenuti del referendum. Cosa viene chiesto ai romani con questi due quesiti?

Il primo chiede ai cittadini di sostenere una riforma delle modalità di affidamento della gestione del trasporto pubblico locale. Al posto dell’attuale affidamento in house, si propone il passaggio a un sistema di gare pubbliche ed europee alla quale possono partecipare sia soggetti privati sia pubblici. Questo darebbe all’amministrazione comunale maggior forza per esercitare quelle funzioni di programmazione e controllo del servizio. Gestione che oggi non c’è perché il controllore e il controllato coincidono. 

Cosa si chiede nel secondo quesito?

Il secondo quesito chiede di aprire ad alcune forme di trasporto pubblico collettivo ma non di linea. Oggi attraverso una semplice App è possibile creare dei servizi su richiesta dei singoli utenti e in tempo reale. L’utilizzo di queste tecnologie può risultare particolarmente utile in quelle zone periferiche dove magari non è conveniente mantenere linee poco utilizzate ma dove vivono utenti che hanno diritto a usufruire di mezzi di trasporto. 

Le sottopongo alcune delle tesi sostenute dai fautori del ‘no’. Il 20 per cento delle linee di superficie di questa città è gestito da un operatore privato, Roma Tpl. Questa esperienza ha generato problemi sia ai lavoratori sia agli utenti. Cosa garantisce che la liberalizzazione del servizio non generi gli stessi problemi?

Quello di Roma Tpl non è un esempio da prendere in considerazione. Tra Atac e il consorzio privato si è creato un duopolio al ribasso dove il livello di qualità del servizio lo fissa la municipalizzata pubblica che gestisce la quasi totalità delle linee con un affidamento in house. In questo quadro Roma Tpl si è adattata allo standard pessimo di qualità del servizio di Atac e lo fa pagare di meno. Noi proponiamo invece una messa a gara della totalità del servizio con uno standard di qualità fissato dall’ente pubblico. 

Le difficoltà del trasporto romano non sono causate solo dalle inefficienze di Atac ma anche dai problemi strutturali della città, dalla sua espansione sregolata al pessimo stato di manutenzione delle strade fino ad arrivare alla mancanza di infrastrutture. Questi problemi che non si risolvono con la liberalizzazione del servizio. Non temete che per mantenere livelli di profitto adeguati per gli operatori privati che si faranno avanti si arrivi, per esempio, ad alzare il costo del biglietto o a tagliare le linee meno remunerative?

L’ampiezza della città e soprattutto la mancanza di infrastrutture adeguate è un problema atavico di Roma. Anche fattori come il traffico o le condizioni compromesse delle strade incidono sulla velocità commerciale dei bus. Ma questo ritardo rispetto alle altre capitali non può diventare un alibi la uno stimolo. Atac ha delle performance pessime. Con la messa a gara del servizio noi immaginiamo un sistema di lotti funzionali o territoriali, per esempio per i bus di quartiere o per la lunga percorrenza. Non ci sarà un’apertura al mercato selvaggio dove più aziende decidono di investire sulle stesse linee, quindi sulle più redditizie. Ogni lotto verrà vinto da un soggetto e con quel soggetto il Comune stipula un contratto di servizio attraverso il quale stabilisce la frequenza delle linee e il costo del biglietto. 

Quindi non temete ci possano essere aumenti per l’utenza?

Questo è un nodo importante. Già oggi una corsa non costa l’euro e cinquanta pagato dagli utenti ma tra i 6 e i 7 euro. Questo significa che una parte del costo del servizio viene scaricata sulla fiscalità generale. Già oggi ogni cittadino romano, a prescindere che utilizzi o mano l’autobus, paga 160 euro all’anno per il servizio di trasporto pubblico locale. Anche con un soggetto privato sarà il Comune che dovrà decidere quanto far pagare agli utenti e quanti soldi pubblici versare. Altre città di fronte a un servizio di qualità hanno deciso di aumentare il costo del biglietto. Secondo noi va mantenuto basso e vanno immaginate forme di agevolazione per categorie particolari. 

Atac è oggi in concordato preventivo e dovrà far fronte a un debito da un miliardo e 300 milioni di euro. Come immagina il futuro di questa azienda in un quadro di liberalizzazione dell’affidamento del servizio?

Prima di tutto è necessario che Atac smetta di essere una zavorra per un’intera città. Oggi non abbiamo di fronte un’azienda che si adatta alle esigenze dei cittadini ma un’intera capitale con tre milioni e mezzo di abitanti che si adatta all’azienda. Non si può più andare avanti così. Per fare questo è necessario dividere il debito dal servizio. Un debito che comunque dovremo pagare noi ma che se affrontato con la procedura di concordato rischia di condizionare la possibilità che il servizio migliori. Il piano del concordato si basa sulla speranza che Atac migliori le proprie performance finanziarie così da poter ripagare i debiti. Siamo convinti che questo tolga ogni possibilità di miglioramento del servizio. Atac invece potrebbe diventare un’agenzia che regola il servizio, una sorta di stazione appaltante. Naturalmente parliamo di tutta un’altra Atac con molti meno dipendenti, con quelli attuali che saranno collocati nelle aziende vincitrici delle gare. Un’azienda di altro tipo che secondo noi è indispensabile per ridare speranza e futuro alla città. 

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