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Cultura

La Roma di Francesco Montanari

Attore, si divide tra fiction di successo, cinema e teatro. Nato e cresciuto all'Alessandrino, da anni vive a Testaccio, quartiere di cui è follemente innamorato

L'ultimo giorno di Narni Città Teatro stavamo col Libanese. Al telefono Francesco Montanari è soddisfatto e ancora emozionato per aver firmato, insieme a Davide Sacco, la direzione artistica della seconda edizione del Festival in scena nella città umbra. A circa 90 chilometri Roma, dove è nato e cresciuto. L'infanzia e l'adolescenza all'Alessandrino, figlio della persona più importante della zona dopo il prete: il medico, "chirurgo ortopedico che si è sempre dato tanto al quartiere e tuttora lo fa". La scuola all'Aventino, i primi amori sbocciati al Giardino degli Aranci, ma quello assoluto è per Testaccio, dove vive da anni, "un paesino al centro di Roma". La passione per la recitazione lo porta all'accademia Silvio D'Amico, dove era "l'unico romano della classe", poi nel 2008 il successo con 'Romanzo Criminale', talmente travolgente che "se uno non avesse avuto un'educazione ferrea sarebbe uscito di testa". Il suo personaggio era considerato l'Ottavo Re di Roma, per lui invece soltanto uno merita quel titolo: "Califano. Un grandissimo poeta".

Prima volta alla direzione artistica di Narni Città Teatro, dopo un anno così difficile. Ha avuto un significato ancora più importante?
"Da una parte sì perché è un momento storico difficilissimo, anche se penso che io e Davide Sacco, che siamo co-direttori, abbiamo approcciato a questo incarico in modo naturale. Cerchiamo di portare nella nostra editoria una qualità, che è la verità. Non vogliamo artefazione, ma linguaggio comune. Le persone devono vedere una bella esperienza umana, secondo noi, non solo dei bei spettacoli. O meglio, i bei spettacoli sono quelli che ti lasciano una bella esperienza umana, viva".

Il bilancio è positivo?
"Abbiamo avuto circa mille persone a Narni, non di Narni, quindi direi che il bilancio è ottimale".

A un'ora e quaranta da Narni c'è la tua città. Sono passati tredici anni dal successo di 'Romanzo Criminale', che ti ha portato ad esserne uno dei simboli. Cos'è per te Roma?
"Sarò deludente, lo so, ma Roma per me è una città come un'altra. Mi spiego. Ci sono nato, è una città meravigliosa, la più bella al mondo, però non ho questo senso di fede. Non tifo nemmeno calcio. Mi piacerebbe poterla vivere di più da pedone".

Complicato in effetti. Ti sposti con la macchina?
"Io giro sempre in moto".

Romano, di dove?
"Sono cresciuto all'Alessandrino. Io sono dell'84 e da ragazzino ho vissuto lì".

Com'è stato crescere all'Alessandrino?
"Ho ricordi molto belli. Mio padre è chirurgo ortopedico e nei quartieri, si sa, il medico e il prete sono le persone più importanti. Uno conosce tutti, l'altro li cura. Io e mio fratello eravamo molto tutelati da questi stereotipi, un po' anni '90, anche perché mio padre si dava tanto al quartiere e tuttora lo fa. Grazie ai miei genitori però fin da piccolo ho conosciuto non solo l'Alessandrino, Centocelle o Tor Tre Teste, ma ci hanno portato anche verso il centro, a scuola. Ho conosciuto da sempre tutta Roma".

Dove andavi a scuola?
"Sono andato al Pio XII, sulla Casilina, e al Pio IX, che invece sta all'Aventino. Per questo le mie amicizie sono sempre state molto allargate, del quartiere ma non solo".

E che posti frequentavi con gli amici?
"Dal parchetto di Torre Maura all'Aventino".

Ci torni spesso all'Alessandrino?
"Certo. Vado a trovare i miei genitori. E' casa".

Da anni vivi a Testaccio, che rapporto hai con il quartiere?
"Amo follemente Testaccio. E' un paesino al centro di Roma, c'è tutto. Le dinamiche mi piacciono molto. Il solito bar, l'edicola, la farmacia, il tabaccaio. Tutti ti conoscono e tu conosci tutti. C'è quella conoscenza un po' superficiale, che però ti fa sentire a casa. Mi piace".

C'è un bar a Testaccio che per te è quasi una seconda casa, dai social si vede che ci vai spesso.
"I fratelli Capone. Ce ne sono due. Uno a piazza Santa Maria Liberatrice, dove l'altro giorno ho messo la foto della barista che tra poco si sposa, l'altro sta a piazza Testaccio. Ormai entro e faccio 'il solito'".

E qual è il solito?
"Un cornettino piccolo integrale, un succo alla pera e un decaffeinato. Una tristezza infinita, lo so".

Te ne andresti mai da Testaccio?
"No. Ci sono altre belle zone di Roma, dove magari vivrei anche, ma a Testaccio sono troppo legato. Poi d'estate è bellissimo. Devo dire che sto molto bene lì".

Il tuo posto del cuore invece qual è?
"Il Giardino degli Aranci. Facendo il liceo all'Aventino tutti i primi amori sono nati lì".

La domanda sulla squadra del cuore non te la faccio perché mi hai detto che non sei tifoso...
"Io per un periodo avrei chiuso gli stadi. Adesso inizio a girare una serie dove faccio il procuratore di calcio, pensa".

La cucina romana però ti piace?
"Quella sì. Molto"

Piatto preferito?
"La carbonara. Ai Cocci, a Testaccio, la fanno clamorosa".

Il Libanese era considerato l'Ottavo Re di Roma. Per te chi meriterebbe questo titolo?
"Califano. Un grandissimo poeta. Io sono un feticista della lettura e lui ha fatto la dedica più bella che possa esistere per la letteratura. In 'Un tempo piccolo' scrisse 'mi rivolsi al libro come a una persona'. Non c'è nessun sommo poeta al mondo che secondo me ha fatto un atto d'amore così grande per la letteratura. In queste piccole parole. Ed è proprio vero, perché è una relazione umana quella che indaghi con i libri. Poi scrive pure 'mescolai la vodka con acqua tonica', ma dipende da chi incontri nella vita, no? E' così".

Sei orgoglioso di essere romano?
"Pensa che sfiga, noi non abbiamo neanche il dialetto. Ma te sembra normale? Il romanesco non esiste più. Sono fiero, sì, ci sono nato, ma ultimamente vengono a mancare le cose per cui uno dovrebbe sentirsi orgoglioso di essere romano".

La prima volta che ti hanno riconosciuto a Roma?
"All'Ipercoop di viale Alessandrino. Stavo con mio fratello a fare la spesa per il cenone di Capodanno. C'era questo signore che mi fissava e io completamente ignaro. Non avrei mai pensato. A un certo punto mi fa 'ma tu sei quello che sta su Sky?'. Mio fratello scappa col carrello, io divento viola. Gli rispondo con un timido sì e lui 'bravo, bravo, me piace'. Quella è stata la prima volta in cui mi sono reso conto di quanto successo stava avendo Romanzo Criminale".

Da lì a poco immagino che non potevi più camminare per strada...
"Mi hanno tirato le mutande dalle finestre. Ti ho detto tutto. Sia donne che uomini. E' assurdo se ci pensi, a un certo punto esplode Romanzo Criminale e noi diventiamo i Beatles. Se uno non avesse avuto un'educazione ferrea sarebbe uscito di testa. Al livello psicologico era tutto molto pericoloso. Questa cosa è durata per anni. Fu un fenomeno culturale, non solo una serie. A Roma era una roba allucinante, ma anche nelle altre città. Le stesse scene accadevano anche a Milano, Torino. Ovunque".

C'è un'altra città in cui vivresti?
"A Torino. Anche Milano non mi dispiace. Per il mio lavoro non potrei mai, perché il 90% delle produzioni sono a Roma, però un'esperienza fuori la farei. Non sono mai stato fuori Roma stabilmente, ma solo per periodi. Ecco, l'esperienza da fuori sede mi manca, sì. Io ho fatto l'accademia Silvio D'Amico ed ero l'unico romano della mia classe. Loro facevano gruppo, io invece avevo i miei amici di Roma, storici. Ho legato con i miei compagni, ma meno rispetto a loro che erano soli in una città che non conoscevano. Quella è una cosa che tornando indietro forse farei".

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