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Le donne delle pulizie cancellate dal virus: "Guadagnavamo in nero, ma almeno mangiavamo"

La storia di Assunta, Lucia e Giovanna. Come il Covid ha cambiato il lavoro e i guadagni delle donne delle pulizie

Tor Bella Monaca - Immagine di archivio

L’emergenza Covid-19 ha acuito le distanze, non solo quelle fisiche. Ha creato divari e disoccupazione, ha lasciato intere famiglie senza più entrate economiche. Lo ha fatto con i ristoratori ad esempio (in molti hanno abbassato le serrande definitivamente) e lo ha fatto anche con chi fino a marzo aveva un reddito, seppure minimo ma necessario per sostenere una famiglia e sfamare i bambini come le decine di donne impegnate da anni nei lavori domestici. E se da un lato c’è la paura di contagiare o essere contagiati, dall’altro ci sono meno soldi nelle tasche delle famiglie che puntando al risparmio iniziano a fare degli tagli, a partire proprio da chi dava una mano nelle faccende di casa.

A testimoniare quanto l’emergenza Covid abbia reso ancora più difficile la vita di tante famiglie, ci sono anche dei dati, quelli della protezione civile del Municipio VI che raccontano di migliaia di pacchi donati alle famiglie: “5000 comprati dal Comune, 1800 confezionati grazie alle raccolte dei privati”. Anche le associazioni di quartiere hanno fatto la loro parte, Associazione 21 luglio distribuisce da mesi oltre 150 pacchi bebè a settimana alle mamme che hanno perso il lavoro. Passando nei pressi delle sedi associative è impossibile non notare la considerevole presenza di donne. I destinatari lavoratori in nero, in attesa di cassa integrazione e buoni pasto.

Abbiamo raccolto alcune testimonianze, quelle di Assunta, Lucia e Giovanna. Loro hanno raccontato come le condizioni di vita di una famiglia che si sosteneva con le faccende domestiche siano cambiate da marzo, dallo scoppio della pandemia. “E’ preferibile che tu non venga più, ci risentiamo quando questo brutto momento sarà finito”. Questa frase, all’apparenza trita e ritrita, ha creato nelle loro vite uno spartiacque già perché dal un lato c’è la paura di entrare in abitazioni sconosciute e dall’altro il timore di avere in casa persone estranee al nucleo famigliare. Il virus per le ‘donne delle pulizie’ ha avuto una sola drammatica conseguenza: la perdita del posto di lavoro, già di per sé precario e poco remunerativo che però ha consentito loro di ‘mettere il piatto a tavola’.

“Il Covid è stata la mazzata finale” ha detto Assunta, mamma di tre bambini che da settimane deve fare i conti con i centesimi. Prima impegnata saltuariamente in lavori di assistenza presso strutture private, poi dedita a lavori domestici. “Guadagnavo 6 euro l’ora – ha spiegato al nostro giornale – E spesso dovevo anche faticare per ottenere questa cifra perché in tanti mi dicevano che era troppo. In altre occasioni ho guadagnato 17 euro a settimana per pulire le scale, i vetri e i portoni”. Un guadagno apparentemente irrisorio su cui però Assunta poteva contare, oggi vive di offerte e delle generosità della sua famiglia”.

Stessa sorte per Lucia che ha da poco compiuto 46 anni e per portare a casa qualche soldo attraversava la città raggiungendo dalla periferia quartieri più centrali, prima che il Covid la fermasse.: “Quasi tutto quello che guadagnavo lo spendevo per il viaggio, mi davano 5 euro l’ora e ne spendevo 3 per i biglietti del bus andata e ritorno”. Lucia non lavora più da quando il governo ha proclamato il primo lockdown di marzo: “Da allora nulla, mi hanno detto che dobbiamo aspettare la fine dell’emergenza. Ma per me questa emergenza quando finirà?”.

“Ho deciso io di smettere di lavorare dopo alcune esperienze di mancato pagamento – ha spiegato Giovanna – E anche per la paura di entrare in casa di altri. La signora presso la cui svolgevo faccende domestiche mi ha fatto lavorare un paio di volte ma mi ha detto che avrei dovuto aspettare per avere il compenso perché anche lei a sua volta non aveva preso lo stipendio. Non posso permettermi di lavorare gratis”.

Chi vive in periferia sa che questa emergenza ha portato paura e fame. “Siamo spaventate, temiamo di contrarre il virus. Ma forse il timore più grande è non riuscire a garantire un piatto di pasta ai nostri figli”.

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