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Amir, il rapper di Torpigna si racconta. Il quartiere? “Meglio oggi”

Amir Issaa, famoso rapper della capitale, ha raccontato la sua storia a Romatoday. Dall'infanzia con il padre in carcere, all'adolescenza a Torpignattara... fino al successo

Amir Issaa (foto di Daniele Peruzzi)

“Non sono un immigrato” è il titolo del suo ultimo successo dove cita Cutugno e rappa con orgoglio la sua cittadinanza italiana. Prima le autoproduzioni poi il contratto con la Virgin. La sua rassegna stampa va da "Affari e Finanza" a "Cioè". Trentadue  anni, figlio di padre egiziano e di madre ciociara, il suo nome è Amir Issaa ed è un rapper affermato sulla scena hip-hop capitolina. Con un padre in carcere e una madre a sorreggere la famiglia, ha trascorso l’adolescenza nel "quartiere-ghetto" di Torpignattara fino a spiccare il volo. Alla cultura rap deve molto: libertà, possibilità, sogni realizzati ma soprattutto l'identità, conquistata e affermata proprio con i versi che gli hanno permesso di affrancarsi da immagini che, per quanto funzionali al marketing, non hanno mai fatto per lui. Oggi non abita più a “Torpigna” ma ci torna spesso a trovare il padre e, al contrario di molti, lo considera un quartiere migliore rispetto a una decina d'anni fa. “Prima le sparatorie erano all'ordine del giorno - ci ha raccontato Amir - oggi invece si può girare tranquilli la sera, il quartiere è pieno di negozi, perchè gli stranieri hanno voglia di lavorare. Oggi Torpignattara è viva, dieci anni fa era morta”.  


Tuo padre è entrato e uscito dal carcere da quando avevi 2 anni a quando ne avevi 16. Cosa ha significato per te crescere in una simile situazione?

Inutile dire che avere un padre in galera è qualcosa che ti segna profondamente. Davanti a te hai due strade: l'emulazione o il rifiuto. Per fortuna io ho sempre scelto la seconda e per me papà è sempre stato un esempio al negativo. Ciò che sapevo di non volere per me. Di fronte agli amici che cominciavano a 12, 13 anni ad avvicinarsi al mondo dello spaccio e della microcriminalità io ho sempre cercato di starne lontano perché sapevo cosa voleva dire il carcere. Tanto ha fatto mia madre che ha sempre lottato per mantenere unita la famiglia e per darci una buona educazione. Lavorava, andava a trovare mio padre in carcere senza mai abbandonarlo e si occupava di noi. Proteggerci dal mondo era la sua preoccupazione principale. E' la mia eroina, il mio esempio al positivo.

Com’è stato trascorrere l’adolescenza nel quartiere di Torpignattara?

Di fatto ci stavo poco nel quartiere. Ovviamente andavo lì alle scuole medie e ci tornavo a dormire ma ho subito sentito che mi stava stretto. Lì vigevano le regole del gruppo, della comitiva, se non stavi in un gruppo non eri nessuno. Se ti vestivi un po' diverso dagli altri magari ti menavano. Episodi di microcriminalità erano ad ogni angolo. Per fortuna io ho avuto mia sorella più grande, inserita nell'ambiente quartiere e rispettata da tutti, di conseguenza rispettavano anche a me. La massima aspirazione dei miei coetanei era andare allo stadio la domenica. Io in mente ho sempre avuto altro.



Quando e com’è nata la passione per l’hip-hop?

Dai film americani. Ne vedevo tanti da piccolo in televisione e vedevo che i ragazzini facevano altro rispetto a noi. La cosa che mi ha subito affascinato è stato lo skatebord. Mi ci sono avvicinato e mi è servito fin da subito come mezzo per staccarmi dal quartiere e girare la città. Ogni giorno andavo nei luoghi di ritrovo di chi come me andava in skate e, piano piano, a Torpignattara non ci stavo più, ci tornavo solo a dormire. Per i miei amici del quartiere ero diventato il diverso, quello alternativo, quello “strano”. Anche perchè andare sullo skate voleva dire osservare tutto un codice di abbigliamento, tipo pantaloni larghi, che non andavano tra i giovani coatti di borgata. Dallo skate all'areosolart (graffiti sui muri, ndr) alla passione per l' hip hop il passo è stato breve. Dopo diverse autoproduzioni nella scena underground, nel 2005 ho iniziato a lavorare al mio primo album da solista “Uomo di Prestigio” che inizialmente doveva uscire per una piccola etichetta indipendente (Prestigio records) ma che poi è statao notato dagli addetti ai lavori e pubblicato dalla Emi/Virgin nel Luglio del 2006.

Di cosa parli nelle tue canzoni? Ci sono temi privilegiati rispetto ad altri?

Spesso e in modo superficiale la cultura e l'universo hip hop sono stati associati ad artisti che avevano un profondo disagio da comunicare legato, spesso, alla difficile vita di periferia, alle sfere della criminalità e alla voglia di esprimere la propria contrarietà al sistema. Questa visione l'ho sempre considerata riduttiva. L'hip hop è musica, è arte, noi siamo artisti e non necessariamente disagiati con problemi da urlare. Stiamo parlando di un mezzo per raccontare. Il cosa poi è secondario. Posso parlare del mio più profondo disagio come delle scarpe da ginnastica che ho comprato ieri o della ragazza che ho incontrato in un locale. Non è il tema che fa un buon rapper. Per rispondere quindi alla domanda non ho temi privilegiati rispetto ad altri. Parlo di quello che voglio, di quello che mi accade ma anche di quello che semplicemente vedo intorno a me senza bisogno di averla per forza vissuta sulla mia pelle.

Il titolo del tuo ultimo successo è “Non sono un immigrato”. Cosa vuoi dire?

Vuol dire che non voglio più essere legato all'immagine dell'immigrato che si è dovuto integrare e che ha avuto necessariamente problemi. Non sono quello che parla arabo perchè io l'arabo non lo conosco, non osservo il ramadan, non mangio il kebab in modo diverso da come lo mangio i miei amici italiani. Lo dico anche nei versi della canzone, non sono mio padre, lui era immigrato. Io sono un cittadino italiano come tutti. Non devo essere diverso per forza per avere successo. Questo non significa rinnegare le mie origini, come molti mi hanno detto, semplicemente vuol dire staccarmi da un'immagine che mi hanno costruito addosso per questioni di marketing ma che oggi non sento più mia. Quando ero alla Virgin mi proponevano sempre di fare videoclip assurdi tipo Amir nel deserto, Amir col turbante, Amir davanti alla moschea. Io sono un cittadino italiano come tutti ed è solo questo il messaggio che voglio passare a chi mi ascolta.

Che effetto ti fa tornare oggi a Torpignattara? Il quartiere è sicuramente cambiato dagli anni ’90. In meglio o in peggio?

Ci torno spesso perché ci abita mio padre e la cosa che mi fa più effetto è vedere che le stesse persone che stavano lì in gruppo e l'unica cosa che volevano fare era andare allo stadio sono sempre lì, ancora a fare le stesse cose e ancora a chiedermi a trent'anni in che comitiva sto. La cosa mi fa un po' ridere. Però devo dire che il quartiere secondo me è cambiato in meglio e non sono assolutamente d'accordo con chi dice che l'immigrazione l'ha rovinato, che non si può più girare tranquilli per le strade la sera, che ci sono sempre furti e criminalità. Ho anche litigato con un comitato di quartiere su questa linea. Ma chi lo dice forse non è mai stato adolescente negli anni novanta a Torpignattara. In via Marranella gli spari erano all'ordine del giorno e per una ragazza uscire la sera dalle 8 in poi era pericoloso sul serio. Gli episodi di bullismo erano frequenti. C'erano soggetti tipo Er Zagaia, uno famoso nella zona che faceva paura e non te le mandava certo a dire. E a tirare fuori le pistole erano romani, non stranieri. Oggi non è più così. Certo, il furto o lo scippo ci possono stare ma nel quartiere c'è molta più vita, i negozi sono sempre aperti perchè gli stranieri hanno voglia di lavorare e anche molta. C'è integrazione, c'è comunicazione, c'è scambio e c'è confronto tra realtà diverse. Non riesco davvero a capire cosa possa esserci negativo in questo.

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