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Prenestino: sullo sfratto di via di Silvio Latino interviene l’Onu

Sospeso lo sgombero fino al 15 ottobre per le 6 famiglie che da anni vivono a ridosso della ferrovia

C’è un clima conviviale a via di Silvio Latino 37, una striscia di casette rosse che lambiscono i binari dell’alta velocità, ma mentre donne e bambini sono intenti a far colazione intorno a un tavolo, un manifesto affisso all’ingresso del complesso abitativo suggerisce che la mattinata è tutt’altro che tranquilla.

Dopo 28 anni di insediamento, il 10 febbraio 2021 l’ufficiale giudiziario del Tribunale di Roma ha notificato infatti ai residenti lo sfratto degli immobili per “occupazione abusiva”. Da allora, “sono avvenuti 3 accessi delle Forze dell’Ordine all’interno del plesso”, dichiara Luciano Iallongo, portavoce di Movimento per il diritto all'abitare e di tutta quella rete solidale che da giugno segue le 6 famiglie di via di Silvio Latino su cui pende lo sgombero, tra cui Asia.Usb e l'Associazione Rent Strike.

L’ultimo, appunto, si sarebbe dovuto tenere alle prime luci di questa mattina, ma a respingerlo è intervenuta una sentenza dell’Onu, che ha dato riscontro alle richieste di due abitanti, nel tentativo estremo di non vedersi sottratti casa e ricordi di una vita.

via di SIlvio Latino

“La Commissione, attraverso il gruppo di lavoro per le comunicazioni, ha richiesto allo Stato membro di prendere misure per evitare possibili danni irreparabili”, così si legge nella sentenza delle Nazioni Unite, che chiede perciò “la sospensione dello sgombero dalla casa in cui l'autore e la sua famiglia vivono attualmente, o in alternativa di fornire loro una soluzione abitativa alternativa adeguata ai loro bisogni, nel quadro di una consulta genuina ed efficace”. L'Alto Commissariato dell'Onu ha accolto con sorpresa la vicenda. “Ci è stato chiesto perché ci siamo ridotti a fare la domanda solo ora, nonostante siano anni che chiediamo a Ferrovie dello Stato di acquistare o affittare le case, le abbiamo anche restaurate di tasca nostra", sostiene Hamid Saydawi, residente dagli anni 90.

Grazie all'intervento dell'Onu, lo sgombero è stato rinviato al 15 ottobre. Un sospiro di sollievo per le 23 persone che si aggirano nel cortiletto della proprietà ferroviaria, ma solo momentaneo, perché FS, proprietaria del terreno dal 2008 via usucapione, pretende infatti che si faccia presto spazio, mandando via i residenti. Loro però sono di casa dal 1992. “Ferrovie di Stato si è accorto di noi solo nel 2012. Eravamo qui prima del 2008, perciò non abbiamo abusato degli immobili di FS, ma di edifici abbandonati - è lo sfogo di Fahid - dicono siano stati costruiti dagli americani. Dal 2012 abbiamo fatto due sedute con FS per trovare un compromesso, ma da allora è calato silenzio”.

La risposta arriva a inizio 2021: dopo 9 anni, l’ufficio giudiziario chiede lo sgombero di tutti gli spazi. A nulla è servito l'intervento del legale delle famiglie, perché la sentenza del Tribunale di febbraio è arrivata all'oscuro di tutti. “Noi non eravamo conoscenza di niente, andammo dall’avvocato il giorno dopo averla appresa, ma ci aveva detto che ormai era troppo tardi per intentare causa, hanno giocato sulla nostra ignoranza”, dichiara un altro abitante, Abdehllatif Farah.

Motivo per cui da giugno si è ricorsi anche al parere del V Municipio, per cui era questa mattina presente anche il candidato Presidente Mauro Caliste, e all'intervento del Comune di Roma. “Abbiamo interloquito subito con l’Assessore alle politiche sociali Mario Podeschi, che ha provveduto al censimento delle famiglie nella struttura, per poi inviarlo all’Assessore delle politiche abitative Viviana Vivarelli”, ricostruisce Luciano Iallongo. Da allora, ancora nessun esito.

Sentenza di sfratto, senza comunicazione

“Mi fa male il cuore a pensare che qualcuno venga qui e butti giù tutto". Fahid fissa sconsolato le mura di quella che chiama amorevolmente casa sua, condivisa con moglie, figlio e nipote. Perché suoi sono i 25.000 euro che ha versato per rimetterla a nuovo, una minima parte degli interventi che ha portato avanti per dimostrare che quelle case non solo non sono pericolanti, ma più che vivibili.

Perché a ogni mattone che viene giù di quel complesso, si paventa il rischio non solo che le persone dentro siano abusive, ma che le strutture che le ospitano siano anche non a norma. “Quando lo scorso giugno è venuta meno una parte del muro di cinta su via di Silvio Latino 37, sono subito arrivati i vigili urbani. Hanno pensato 'se casca il muro, cascheranno sicuro anche le case, perché sono le stesse costruzioni'. Invece il perito ha fatto rapporto stabilendo che le case sono sanissime”, dichiara Fahid.

Per non avallare questa ipotesi, sono state sadate le mura a ferro, riempite le pareti di cemento e sabbia, rifatti i bagno, il pavimento, l’impianto idrico.Un lavoro certosino che Fahid mostra fiero, mentre invita a entrare. "Mi ci sono messo mattone per mattone. Quando sono entrato qui, nel 2000, questa casa era una giungla, non c’era nemmeno l’acqua per la doccia”, l'edificio era totalmente in stato di abbandono, ora è tirato a lucido, mentre salgono su odori di spezie e i bambini giocano nel giardino.

L'affezione e l'olio di gomito, gli allacci di acqua e corrente elettrica, non sono però ragioni sufficienti per convincere le amministrazioni. Una soluzione, secondo il Comune, ci sarebbe. "Ci hanno proposto di andare nelle case famiglia, donne e bambini da una parte, uomini da una parte", ma i residenti non ci stanno, motivo per cui da stamattina sostano davanti il complesso abitato. Per i comitativi invece, "la cosa migliore sarebbero le case popolari per tutte e 6 le famiglie", sostiene Iallongo.

Il parere ufficiale non si saprà prima del 15 ottobre.

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