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Casa a Spada: si indaga sugli alloggi popolari, nel mirino altri immobili di Ostia Nuova

Tutti gli Spada da passare al setaccio. Da via Forni a via Cagni, indaga la Distrettuale Antimafia

Ostia Nuova: foto Ansa

Ora è un vero e proprio caso. Non solo un rimpallo politico. La questione dell'alloggio popolare assegnato Giuseppe Spada, zio di Carmine e Roberto, entrambi arrestati durante l'operazione Eclissi e accusati, tra le altre cose, di "omicidio" e di reati con il "metodo mafioso", è passata alla Dda di Roma che avvierà da lunedì le verifiche sui documenti acquisiti relativi all'assegnazione della casa di piazza Ener Bettica 7.

Su disposizione del pm Mario Palazzi e del procuratore Michele Prestipino, i carabinieri del comando provinciale e gli uomini della Squadra mobile hanno provveduto ad acquisire presso gli uffici comunali l'intero incartamento. Le verifiche mireranno a individuare eventuali profili penali della vicenda.

Nel mirino non solo l'appartamento assegnato a Giuseppe, ma anche altre case popolari della zona. Da via Cagni a via Forni, cuore della famiglia Spada. Vie, quelle, già balzate agli onori della cronaca di Ostia durante l'operazione Sub Urbe dove emerse un vero e proprio business delle case popolari, ottenute pure con "sfratti coatti". Tutto collegato? Saranno le indagini a dirlo. 

L'Antimafia acquisisce gli atti

Nel frattempo anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, si è attivata e ha chiesto agli uffici capitolini di verificare immediatamente se tutte le procedure di legge siano state rispettate e i fari sono puntati sugli uffici del Comune di Roma.

I grillini intendono anche scovare che ha dato l'ok per quelle carte. Aldo Barletta, Direttore del Dipartimento Politiche Abitative, era in ferie, proprio mentre i suoi sottoposti Franco Contarini e Federica Gallo, come si legge nella determina, davano il parere favorevole alla regolarizzazione della casa.  

Per l'assessore alle Politiche Abitative, Rosalba Castiglione, la vicenda è chiara: nessuna casa assegnata a Giuseppe Spada, solo un parere dei dipendenti capitolini che "non è la conclusione dell’iter regionale e controlli di assoluto rigore". Colpa in sintesi della legge della Regione che "non consente alcuna scelta discrezionale sulla sanatoria imposta".

La Pisana, tuttavia, aveva già rispedito al mittente le accuse del Campidoglio nella giornata di ieri: "La  precisazione del Comune è senza senso. La Regione Lazio ribadisce che la legge di sanatoria citata è del 2007. Inoltre si ricorda nuovamente che all'interno di quella legge erano chiaramente previsti i termini di presentazione delle domande (90 giorni) e di 24 mesi per la chiusura della pratica da parte degli uffici comunali. Si ricorda inoltra che i Comuni sono gli unici ad essere competenti nell'espletamento delle pratiche su questa materia".

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