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"Con il fosso delle tre Fontane salta l'I-60. Ecco cosa c'è in gioco con la sentenza del Tar"

La battaglia per riconoscere l'esistenza del Fosso delle Tre Fontane continua. Presentate due interrogazioni parlamentari, si contesta la relazione tecnica del perito nominato dal Tar: "Tiene in considerazione soltanto la posizione del Consorzio"

La partita per la realizzazione del programma urbanistico I-60, si giocherà anche a Montecitorio. Dalla Camera e dal Senato sono infatti partite due distinte interrogazioni, dirette a ben quattro ministeri. La resa dei conti è vicina, e bisogna  prendere posizione sull'esistenza o meno del Fosso delle Tre Fontane. Un tema fortemente divisivo, che ha già  creato profonde lacerazioni tra la Giunta dell'ex Sindaco Marino e quella di Andrea Catarci.

GLI STANDARD URBANISTICI - Alla vigilia di un'attesa udienza del Tar, il Municipio VIII ha deciso di giocarsi la carta della conferenza stampa. Forte delle due interrogazioni presentate, l'Ente di prossimità  ha così deciso di rimettere insieme i tasselli della complicata questione. "Dai 180 mila metricubi previsti dal Programma Urbanistico I60, per effetto del meccanismo delle compensazioni, siamo pervenuti a 400mila metri cubi – ricorda l'Assessore municipale Massimo Miglio – Per poterli realizzare è però necessario rispettare degli standard urbanistici. Bisogna cioè fare asili nido, strade, parcheggi eccetera". Inizialmente lo spazio per farli c'era, ma "a seguito di una limitazione posta dalla Regione Lazio, si è dovuto intervenire diminuendo le altezze dei palazzi e questo ha comportato una distribuzione della cubatura". L'operazione ha dunque sottratto superfici importanti, dove probabilmente si realizzare le strade e gli altri servizi. 

LO SPAZIO CHE MANCA - "Quello che l'Assessore in maniera tecnica sta dicendo – ha chiarito il Presidente Catarci – è questo: per realizzare 400mila metri cubi, mantenendo gli standard previsti per legge ed i vincoli della Regione, devi far finta che il fosso non ci sia, che i casali presenti si siano autodemoliti, che i reperti archeologici rinvenuti non abbiano valore. Altrimenti, non hai lo spazio sufficiente per fare tutto". Anche perchè, se il fosso c'è bisogna rispettare dei vincoli idraulici e paesaggistici, che prevedono fasce di non edificabilità. Diventa quindi centrale riuscire a dimostrarne l'esistenza.

L'UDIENZA - Martedì 26 al Tar si discuterà proprio di questo. Il Consorzio ha infatti presentato un ricorso, chiedendo la sospensiva di provvedimenti di ripristino dello stato dei luoghi. Il tribunale ha dunque nominato un perito che, leggiamo nell'interrogazione presentata dalla senatrice De Petris, "il 21 dicembre ha escluso nella sua relazione l'esistenza del fosso in quel tratto, riportando pedissequamente la tesi dei consulenti di parte (cioè del Consorzio nda)". La relazione è stata impugnata dai cittadini. "Contestiamo la parzialità di questa relazione: il consulente ha preso in considerazione una perizia tecnica presentata dal Consorzio – ha spiegato l'avvocato dei Comitati cittadini Antonio Corvasce – ed ha incomprensibilmente ignorato tutta la documentazione fornita dal Municipio".

IL DOSSIER IGNORATO - Si tratta di un corposo dossier con il quale, in ben 16 allegati, sono stati raccolti tutti i documenti rilasciati dagli Enti sovraordinati al Municipio, dall'Autorità Bacino del Tevere, ai dipartimenti Capitolini; dalla Direzione Regionale Infrastrutture Ambiente e Territorio della Regione, al MIBACT. Tutti documenti che attesterebbero l'esistenza del Fosso. "Se è stato tombato – conclude Catarci – devono dirci anche da chi e quando. Ma con i documenti alla mano, come facciamo noi". La partita resta complicata e piena di colpi di scena. Adesso oltre al TAR del Lazio, dovranno interessarsene anche quattro ministeri.

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