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Coronavirus, per l'Agro Romano un ritorno al passato: la vita ai tempi della malaria e del Covid 19

La resistenza dei contadini alle cure preventive contro la malaria, ricorda la moderna reticenza a rispettare le disposizioni sul Covid 19. Ma non è l’unica analogia con la vita che c’era, nell’Agro romano, agli inizi del 900

Famiglia dell'agro romano anni Trenta. Foto di M. Romano

La pandemia del nuovo Coronavirus, per chi coltiva la memoria della vita nei campi, presenta delle analogie con il passato. Nell’agro romano meridionale, oggi identificabile nei quartieri che subito dopo il raccordo anulare sorgono tra via Laurentina e via Ardeatina, non è la prima epidemia che si combatte.

Ieri e oggi

“In questi giorni sembra di essere tornati ai primi del 900” ha fatto notare Maurizio Romano, presidente dell’associazione I Casali della Memoria. Il contesto è cambiato. I consumi e gli stili di vita anche. I comportamenti, invece, presentano delle analogie. Il dilagare della malaria, come oggi del Covid-19, nel secolo scorso aveva portato l’amministrazione a potenziare il sistema sanitario. 

L'investimento nel sistema sanitario

“Agli inizi del 900 iniziò la somministrazione gratuita del chinino e, grazie ad un accordo tra la Croce Rossa ed il Comune di Roma, vennero posizionati carri ambulanza con funzione di profilassi e cura antimalarica nell’agro romano, mentre a Decima Malafede – ha ricordato Maurizio Romano – venne costruita una stazione sanitaria”. Oggi invece si fronteggia il nuovo Coronavirus creando nuovi posti in terapia intensiva ed aprendo il Covid 2 Hospital.

Analogie tra passato e presente

Sul piano sociale, il diffondersi della malaria nelle campagna, spingeva i coloni ad attuare delle strategie simili a quelle adottate nei nostri giorni. “Le famiglie si chiudevano in casa, davanti al focolare domestico. La campagna si fermava, gli animali restavano nelle stalle. Oggi avviene qualcosa si simile. Il web ha preso il posto del focolare, il garage della stalla, l’attività lavorativa, gli esercizi commerciali sono invece in buona parte fermi come lo erano all’epoca gli orti”, ha fatto notare Romano.

L'avversione alle novità

C’è un altro aspetto che sembra accomunare la vita dei coloni, durante i primi del Novecento, con quella dei cittadini che fronteggiano il coronavirus. Storici come Ercole Metalli, ricordano che, agli inizi del Novecento, nonostante le compresse di chinino venissero fornite gratis, pochi contadini decidevano di assumerle. C’era una forma di misoneismo, ovvero di avversione alle novità, che esiste anche oggi”. Ed è soprattutto evidente tra coloro che, contravvenendo alle disposizioni del DPCM, escono di casa per godere del sole primaverile che comincia a fare capolino. 

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L'auspicio

Con il passare del tempo però, quando i benefici della cura preventiva divennero evidenti – ha aggiunto il presidente dell’associazione I Casali della Memoria - i campagnoli  iniziarono ad assumere di buon grado il chinino. E così facendo la malaria iniziò ad essere debellata. Un insegnamento che potrebbe essere utile anche ai romani di oggi. E non solo a quelli che vivono nell’agro romano.
 

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