Domenica, 25 Luglio 2021
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Tra teschi, calamite e capelli: c'era una volta il mercatino di Piazza Navona

Lo storico mercato della Befana di piazza Navona ha aperto una settimana prima per combattere la crisi. Uno strappo alla tradizione per una realtà che prova a difendersi da contaminazioni esterne per mantenere la propria identità

Il Natale, si sa, quando arriva arriva. E quest'anno a piazza Navona è arrivato un po' in anticipo, complici un po' la crisi e un po' le regole del commercio. Lo storico mercato natalizio legato al Natale e - soprattutto - alla festa dell'Epifania, ha aperto le sue bancarelle l'ultima settimana di novembre. Uno strappo alla tradizione che gli operatori guardano con curiosità ma senza molta convinzione, perché il mercato di piazza Navona vive sulla tradizione ma negli ultimi anni questa è andata un po' stemperandosi, tra attività dismesse e rilevate da persone esterne e banchi dati in concessione, liberalizzazione del commercio, globalizzazione, invasione cinese e chi più ne ha più ne metta. Il mercato di piazza Navona è da sempre dedicato alla Befana, simbolo tradizionale delle festività natalizie italiane prima della colonizzazione anglosassone che ha fatto che sì che il 25 dicembre i regali li portasse Babbo Natale, relegando la simpatica vecchina a un ruolo più marginale. Ma la Befana la fa ancora da padrone, ammiccando dagli scaffali e dalle bancarelle.

L'atmosfera del mercato è un po' cambiata, anche se rimangono alcuni punti fissi che farebbe davvero male al cuore non ritrovare di anno in anno, come la giostra storica al centro della piazza, vicino alla Fontana dei Fiumi. I banchi più numerosi e più ampi sono quelli che vendono dolci e sono gestiti per lo più da extracomunitari, che spesso rimangono aperti fino a notte inoltrata, suscitando le ire degli altri operatori. Anche in questo settore la tradizione si è un po' annacquata, adeguandosi più che altro a normative di igiene. “Una volta preparavamo tutti i prodotti qui in strada, dallo zucchero filato al croccante caldo. Adesso abbiamo tutti prodotti già confezionati. Ci siamo dovuti adeguare”, dice uno dei pochi operatori italiani di banchi dolciari. La “mela stregata” non viene più glassata nel caramello davanti agli occhi stupiti dei bimbi: il dolce simbolo di piazza Navona, quello che ha rischiato di rompere i denti di generazioni di bambini – e adulti – romani, si trova ora in bella mostra sugli scaffali, già confezionato. Una volta a piazza Navona ci si veniva per comprare alberi di Natale, addobbi e presepi. L'odore del muschio e della resina si mischiava a quello dei dolci. Ora invece sembra quasi che questa sia diventata un'attività di contorno, in un contesto che rischia di perdere la sua autenticità in favore di un'omologazione con altri mercati: cappelli, sciarpe, calamite, pupazzi varie, magliette di un'improbabile e inesistente “Università di Roma”. Il tutto a favore dei turisti, più che dei romani. Vicino a una bancarella che vende giocattoli artigianali in legno, trottole, pinocchietti, tombole (e relative bustine di plastica con i numeri, uno degli acquisti sempre utili), un altro vende fatine, elfi, draghi. Addirittura teschi "natalizi" dentro la palla di vetro con la neve.

“Ormai qui è tutto cambiato, articoli come questi non si erano mai visti su questa piazza e perché poi? È un mercato a tema natalizio, che c'entrano i cappelli e le calamite?” spiega con amarezza il titolare da dodici anni di uno stand che vende esclusivamente, ci tiene a sottolinearlo, addobbi natalizi. “Manca una tutela, manca un disegno dietro che preservi la tradizione – dice – È anche un problema di immagine, no? Così non è molto gratificante”. I presepisti storici, quelli che lavorano qui da tre o quattro generazioni, sono rimasti davvero in pochi. I banchi più antichi, quelli che possono rivendicare con orgoglio di aver dato vita al mercato alla fine dell'800 sono solo tre. Qualcun'altro invece sta qui “solo” da sessant'anni. C'è chi su questa piazza è nato e cresciuto, come le due sorelle titolari del banco 52, il più antico di piazza Navona. “Come commercianti puntiamo esclusivamente sulla qualità dei nostri prodotti, vendiamo solo Made in Italy, trattiamo con la fabbrica di presepi più antica in Italia - dice con orgoglio una delle due signore – Qui viene il cliente che sa cosa compra, qualcuno che tiene molto a quello che fa”.

La questione qualità/prezzo è un argomento molto sentito dai presepisti, che tengono a sottolineare la differenza dei loro prodotti con le “cineserie” che si vendono oggi, anche sulla piazza stessa. La crisi c'è per tutti, per loro commercianti come per i clienti. “Il presepe è un simbolo e le persone che non vi vogliono rinunciare si trovano però costrette a comprare a prezzi inferiori acquistando prodotti di qualità inferiore, robetta da poco, spesso cinese”, spiega comprensivo ma un po' rassegnato un altro presepista. È un po' presto per fare un bilancio di questa prima settimana di vendite per capire che la decisione di anticipare l'apertura del mercato sia stata una cosa positiva. La crisi è onnipresente e la gente spende meno. Gli operatori sono scettici: “Un po' di gente è venuta tra sabato e domenica, ma non è che ci sia stato il pienone. In teoria l'idea di aprire prima è buona: più stai aperto e più guadagni. Ma restare aperti comporta dei costi e se la congiuntura non è favorevole, come in questo momento, può essere un rischio aprire e non vendere nulla”, spiega il proprietario di uno dei tre banchi storici, una vita passata tra i “pupazzi” prima di terracotta, poi di cartapesta e ora di plastica. (“Anche se ora pare stia tornando la terracotta, perché è più 'ecologica'. Va di moda così, mica perché è di tradizione").

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