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Marco Moscati, il partigiano di Albano, sarcofago 283

Ci sono voluti ben 67 anni per identificare il corpo di uno dei partigiani di Albano morti nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. A Marco Moscati è dedicata una strada e viene ricordato ogni anno

Per ben 67 anni il suo corpo non è stato associato al suo nome. Per 67 anni è stato semplicemente il numero di un sarcofago il 283 nel sacrario delle Fosse Ardeatine. Poi grazie alle tecnologie della genetica quel numero è stato associato a un nome, quello di Marco Moscati.

Marco, il giorno dell'eccidio delle Fosse Ardeatine aveva 24 anni, era figlio di una famiglia ebrea con otto fratelli. Dopo l'armistizio dell'8 settembre si era unito alle brigate partigiane dei Castelli Romani, lavorando fianco a fianco con Alberto Terracina e Pino Cavaglione.

Fu attivissimo nella battaglia della Resistenza e partecipò a noti azioni di sabotaggio verso le truppe tedesche: si ricordano il lancio dei chiodi a quattro punte sulla via Appia, tra Genzano e Velletri e la distruzione della linea ferroviaria Roma-Cassino all'altezza del Ponte Sette Luci.

In una retata a Piazza di Spagna Marco fu arrestato pochi giorni prima dell'attentato di Via Rasella che provocò la rappresaglia dei tedeschi alla Fosse Ardeatine e dopo alcuni giorni a Via Tasso venne portato nel carcere di Regina Coeli, dove incontrò la sorella e il fratello Emanuele che trovò la morte insieme a lui alle Fosse Ardeatine.

Il 24 marzo 1944 Marco fu prelevato dal carcere e portato col fratello Emanuele, trent’anni ancora da compiere, alle Ardeatine, dove furono entrambi barbaramente assassinati dai tedeschi. Nel momento della scoperta dell'orrore dell'eccidio la mamma del giovane Marco, che anni dopo ricevette la medaglia d'argento per l'attività partigiana del figlio, non riconobbe il corpo del figlio dai pochi stracci di indumenti rimasti.

Per più di mezzo secolo il nome di Marco Moscati rimase senza un corpo e sui diari e gli studi sulla resistenza si legge che la madre Allegra Calò attese il figlio Marco per anni nella convinzione che potesse tornare da qualche misterioso posto da un momento all’altro e per questo motivo “ogni sera, nei giorni di festività ebraica lasciava la porta di casa sempre aperta, pensando che il figlio avesse perduto le chiavi di casa”. Albano ricorda Marco Moscati con una via a lui dedicata e con l'omonima sezione locali dell'Anpi.

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