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Moria di pesci del Tevere: le carcasse prelevate erano già in decomposizione

I prelievi effettuati dalla Asl e le indagini dell’Arpa non consentono di stabilire le cause della moria di pesci

Le indagini dell’Arpa Lazio sulle acque del Tevere non hanno permesso di determinare le ragioni che, a fine agosto, hanno portato alla morte migliaia di pesci. Lo scorso 26 agosto, in più punti del fiume, i romani avevano notato un massiccio affioramento di pesci morti. Un fenomeno già verificatosi nel 2020 che ha spinto l'Arpa, insieme alla Asl Rm1,alla Polizia locale ed alla Polizia di Stato, ad effettuare un sopralluogo a bordo di un natante. Sono così stati prelevati dei campioni superficiali di acqua e 5 pesci, appartenenti ad altrettante specie, apparentemente “in stato non avanzato di degradazione”. L’Arpa ha poi eseguito le analisi sulle acque. Alla Asl invece è andato il compito di ispezionare le carcasse.

Le indagini dell'Arpa

Il risultato di quel sopralluogo è stato compendiato in un report che l'agenzia regionale per la protezione ambientale ha pubblicato sul proprio sito.  “I valori ottenuti - si legge nel dossier - sono sostanzialmente in linea con quelli generalmente riscontrati in questo tratto di fiume durante le ordinarie campagne di monitoraggio”. Le concentrazioni di batteri di origine fecale, i metalli e la quantità di arsenico rilevati “non possono giustificare l’evenienza di un fenomeno acuto come quello riscontrato”. E lo stesso vale per la presenza di insetticidi.

La presenza di insetticidi

Le concentrazioni rilevate al momento del prelievo della cipertermina, un insetticida “a lunga persistenza nell’ambiente” e ad “elevata tossicità verso i pesci”, pure essendo presnete nel fiume oltre i limiti di legge, “appaiono nettamente inferiori a quelle necessarie per indurre un fenomeno acuto di moria dei pesci” si legge nel reporto dell'Arpa.

I pesci in decomposizione

Neppure il lavoro della Asl ha permesso di far luce sulla causa di morte dei pesci. “Le analisi sulle carcasse - un’anguilla, un barbo, un cefalo, una spigola ed una blicca – che avrebbero potuto fornire informazioni preziose, non hanno potuto dare alcuna indicazione se non che i pesci erano morti da molto tempo” si legge sempre nella relazione dell’Arpa. Era già successo nel giugno del 2020

Allora come oggi gli esemplari prelevati –  nell’ultimo caso un’anguilla, un barbo, un cefalo, una spigola ed una blicca - erano risultati in “avanzato stato di decomposizione con colliquazione degli organi interni”. Un fenomeno, quest’ultimo, spiegabile con il fatto che l’affioramento di questi pesci non è contestuale alla loro morte, perchè avviene quando è già in atto la decomposizione.  Resta invece da spiegare il motivo di questa moria. L’ipotesi dell’anossia, ovvero della carenza di ossigeno nell’acqua, resta un’ipotesi che i dati dell’Arpa non riescono a verificare.
 

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