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Roma, De Rossi e Zeman: amore e odio. Pace o addio

Prandelli lo difende dalle accuse di scarso impegno, lui non vuole parlare mentre la città mugugna. Un problema che potrebbe sfociare in crisi ma che è ancora risolvibile

Daniele De Rossi e Zdenek Zeman. In mezzo la Roma. Non è un triangolo amoroso, ma quello giallorosso è l'unico punto in comune che c'è adesso tra il centrocampista di Ostia e il tecnico boemo. Ancora non si più parlare di crisi ma il problema c'è. E' inutile negarlo. Quel che agli occhi del tecnico della Roma è apparso più grave, è che la lontananza di De Rossi dal 'credo' zemaniano sarebbe stata palesata in pubblico, di fronte a tutti, e non in un incontro faccia a faccia, riservato. Eppure tutto appare solo un pretesto, un timido segnale di due modi diversi di intendere la Roma, e forse anche il calcio. 
 
De Rossi non ha mai nascosto la sua preferenza per l'opzione Montella, nè ha dimenticato l'innamoramento per Luis Enrique. E tantomeno ha fatto mostra di diplomazia nel raccontare gli iniziali scetticismi sullo Zeman uomo, benchè poi superati. O sulle sue distanze da quella parte della società che era pronta a venderlo al City, o al miglior offerente. Scontato dunque che dichiarazioni d'amore per il tecnico che lo ha tolto dal suo ruolo naturale preferendogli il greco Tachstidis fossero davvero difficili da immaginare. Così tra voci di liti a Torino smentite dalla dirigenza e opposti convincimenti sulle ambizioni della Roma, il rapporto Zeman-De Rossi è apparso tarato dall'inizio. 
 
Il centrocampista campione del Mondo nel 2006 intanto si mette al riparo in Azzurro. Corre con Osvaldo, parlottando, sotto gli ordini del preparatore azzurro. Colore che all'Europeo lo aveva sollevato dal peso di un anno Roma in negativo. Dai Daniele, smentisci con i fatti quell'accusa. Prandelli ha ripetuto prima dell'allenamento il suo mantra direttamente al giocatore. E De Rossi, serio e sorridente solo a tratti come sempre, deve essersi sentito un pò più a casa.
 
Roma-Firenze in poco meno di un'ora e mezza. Per Daniele De Rossi il viaggio in nazionale è stato più rapido che non la fuga dalle sue delusioni giallorosse. Fardello pesante da portarsi, anche nel 'buen retirò azzurro. "L'accusa è pesante, conto sull'orgoglio di un professionista e sulla voglia di ribaltare questa immagine", la difesa di Cesare Prandelli. Per giocare titolare non basta il nome nè dire 'ti farò vedere chi sono domenica', serve l'impegno durante la settimana.
 
Parole più dure non poteva usarle Zeman. Ma è chiaro che la delusione maggiore è quella di De Rossi, ferito dalle parole del suo allenatore più che dalla panchina, lui per anni simbolo dell'abnegazione giallorossa. Un'abnegazione concretizzata non solo nella rinuncia alle offerte di grandi club europei. La Roma aspetta mercoledì, la ripresa degli allenamenti, per parlare con Zeman e capire cosa ci fosse dietro quell'accusa al giocatore più pagato della rosa, e a quello che rappresenta il maggior patrimonio economico dell'asset tecnico. 
 
Di fatto, "l'accusa pesante" rivolta dall'allenatore boemo, quella di scarso impegno, traccia un nuovo solco, una frattura più profonda di quella creata da Luis Enrique, ironia della sorte sempre con l'Atalanta, allora per un ritardo alla riunione tecnica. Ora quella frattura è così profonda da rischiare addirittura di rimettere in gioco il futuro, se le distanze invece di colmarsi aumentassero. Perchè ha radici lontane, in un feeling che non è mai nato tra allenatore e giocatore. "No, niente conferenza, meglio di no: si parlerebbe solo di una cosa", le uniche parole del centrocampista della Roma appena arrivato a Coverciano, fresco di caso esclusione. A conferma di quanto sperato nel club giallorosso, ovvero che la nazionale potesse essere una piccola cura alla ferita De Rossi. Un'oasi di ostentata tranquillità. 
 
 
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