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Trent'anni fa moriva Dino Viola, il presidente che fece diventare grande l'As Roma

L'ingegnere rilevò la squadra nel 1979 portandolo alla vittoria dello scudetto ed in finale di Coppa Campioni

Trent'anni. Tanti sono passati dalla morte di Dino Viola, il "presidente" dell'As Roma per eccellenza. L'ingegnere arrivato dal Nord che cambiò per sempre la storia della squadra giallorossa. Era infatti il 19 gennaio del 1991 quando il mondo del calcio diede il suo addio a Dino Viola, le cui spoglie riposano accanto a quelle della moglie Flora al cimitero del Verano. 

Trent'anni dalla morte che non hanno cancellato il ricordo dei romanisti, ancora riconoscenti a Dino Viola per avere preso una società che navigava nella parti basse della classifica ed averla portata sul tetto d'Italia e quasi d'Europa, con la sua squadra che raggiunse la finale dell'allora Coppa dei Campioni perdendola ai calci di rigore sotto la Curva Sud, sotto i "suoi ragazzi", come li ha sempre definiti l'ingegner Viola. 

A ricordarlo a distanza di tre decenni la stessa As Roma con uno speciale sul proprio portale ufficiale ed una intervista a Bruno Conti. Un calcio d'altri tempi quello in cui Dino Viola era presidente della Roma. Undici anni al timone della società nel corso dei quali la squadra vinse cinque Coppe Italia ed uno scudetto, tornato sulla sponda del Tevere giallorossa dopo 41 anni dal primo ed unico Tricolore che l'As Roma avesse mai vinto nella lontana stagione 1941/42. 

Nato a Terrarossa, piccola località in provincia di Massa-Carrara il 22 aprile del 1915, Dino Viola venne mandato a Roma dalla famiglia per studiare, sin dall'adolescenza. Un trasferimento che segnò per sempre la vita del futuro presidente giallorosso che, dopo essersi laureato in ingegneria, aprì in Veneto una industria nel dopoguerra, con una vita legata a doppio filo con le sorti del club capitolino.

Nel 1963 Viola diventa socio della Roma e nel 1979 ne diventa presidente, succedendo a Gaetano Anzalone e rilevando una "Rometta" che navigava nelle parti basse del classifica. Da lì la svolta, con l'ingegner Viola che fece dell'As Roma la sua seconda famigllia. Poi l'intuizione di Nils Liedholm e con lui l'arrivo di grandi calciatori come Paulo Roberto Falcao, l'ottavo Re di Roma. 

Nella stagione 1979/80 il primo trofeo, la Coppa Italia. Squadra giallorossa che potendo contare su calciatori del calibro di Bruno Conti (appena laureatosi Campione del Mondo con l'Italia di Enzo Bearzot ai Mondiali di Spagna), "Bomber" Roberto Pruzzo, il compianto Agostino Di Bartolomei, Sebino Nela, Prohaska ed appunto Paulo Roberto Falcao si laureò campione d'Italia l'8 maggio del 1983 pareggiando 1 a 1 in casa del Genoa e riportando lo scudetto alla Roma dopo oltre 40 anni di digiuno. 

L'anno successivo l'apice della sua presidenza, segnato anche dalla profonda amarezza della sconfitta di una Coppa dei Campioni giocata davanti al proprio pubblico e persa ai calci di rigore sotto quella Curva Sud che Viola aveva sempre lodato e difeso. Un presidente d'altri tempi, che dopo una sconfitta casalinga in casa con il Bayern Monaco nel 1985 affermò: "Dobbiamo prendere esempio dai nostri tifosi, sempre”. Un amore per i suoi ragazzi, quelli della Curva Sud e del Commando Ultrà che Viola manifestò ancora a Torino, quando i "suoi ragazzi" incapparono nelle maglie delle forze dell’ordine. Da qui il viaggio di Viola verso la città piemontese dove si recò in Questura e affermò: "Di qui, senza i miei ragazzi non me ne vado”. 

Fantascienza nel calcio moderno, come quando dopo la morte di Antonio De Falchi, morto nel 1989 dopo essere andato in trasferta a Milano in seguito ad una aggressione da parte dei tifosi rossoneri, non lasciò mai sola mamma Esperia, la madre del giovane di Torre Maura, con una immagine iconica che lo vede abbracciato alla donna in lacrime ai funerali del figlio.  

Nella storia del club per i risultati ottenuti, è ricordato anche per il suo modo di parlare, il famoso 'violese', ovvero la capacita' di ironizzare, di sfottere in modo garbato. Indimenticabile lo scambio di battute con il collega della Juventus Giampiero Boniperti. È il 10 maggio del 1981 quando la Roma andò a giocarsi a Torino lo scudetto, tra le due squadre c'era solo un punto di differenza. Intorno alla mezz'ora l'arbitro Paolo Bergamo annullò il famoso gol di Turone per fuorigioco, su segnalazione del guardalinee.

Il 6 marzo 1983, proprio nell'anno dello del secondo scudetto della Roma, al gol di Falcao la Juventus rispose con il pari di Platini e il gol contestato di Brio, per un possibile fuorigioco. Proprio per questa seconda rete, l'ingegnere Viola disse: "Con la Juve è sempre questione di centimetri". Per stemperare gli animi il presidente bianconero Boniperti gli regalò un righello che il presidente della Roma rimandò indietro con questa motivazione: "È uno strumento che si addice più a un geometra come lei che ad un ingegnere". Viola ebbe anche un passato in politica: candidato come senatore nella Democrazia Cristiana, sedette in Senato dal 1983 al 1987. Dopo la sua morte, nel 1991, prese il suo posto la moglie Flora, diventando la prima donna presidente di un club di calcio in Italia.

Dopo aver portato nella bacheca della Roma altre quattro coppe nazionali (80/81, 83/84, 85/86 ed 90/91) alla festa di Natale che si tenne a Trigoria nel 1990 venne immortalato mentre stringeva la mano a quel Francesco Totti che poi fece la storia dell'As Roma. 

Dino Viola morì a Rome il 19 gennaio di 30 anni fa. Dopo la sua morte, nel 1994 il Comune di Roma gli ha dedicato, a Trigoria, il piazzale d'ingresso al centro sportivo Fulvio Bernardini.

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