Assemblea ANBI, non aspettiamo morti per intervenire

Nell'assemblea dell' Associazione Nazionale Bonifiche Irrigazioni e Miglioramenti Fondiari si è fatto il punto sulla situazione attuale, ancora c'è moltissimo da fare e prevenire calamità diventa essenziale

  Si è svolta a Roma nei giorni scorsi l’Assemblea dell’Anbi, l’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, un’occasione importante per un confronto a più voci (presenti, oltre ad esponenti parlamentari, tra i quali il presidente della commissione agricoltura al Senato Roberto Formigoni , rappresentanti di forze politiche, Organizzazioni Professionali Agricole, sindacati, mondo accademico, associazioni ambientaliste e società civile) sui temi della salvaguardia idrogeologica e della gestione della risorsa acqua, uno dei problemi che maggiormente colpiscono il nostro Paese, proprio nel momento in cui, dal Sud Italia, arrivano primi segnali di sofferenza idrica.

Su questo problema si è soffermato anche Massimo Gargano, presidente Anbi, nel suo discorso di apertura dei lavori. «Il territorio è stato vitti ma dell’uomo, che ha saputo trasformare la madre acqua in matrigna - ha spiegato -, accentuando le conseguenze di cambiamenti climatici, per altro indotti da un supposto progresso, grazie alla confusa, spesso abusiva ed illogica, cementificazione del territorio, che continua a consumare centinaia di ettari a giorno. Di fronte a questo scenario - si è domandato Gargano -, possono bastare i documenti e le direttive europee oppure le dichiarazioni del Governo e le risoluzioni parlamentari?». La risposta del presidente dell’Anbi è stata negativa. «È necessario cambiare – ha chiosato -: serve un new deal per il territorio, di cui i consorzi di bonifica saranno i protagonisti moderni e orgogliosi, strategici per questo nuovo modello di sviluppo».

Un modello di sviluppo, ha specificato il presidente, che sia uguale per tutto il Paese: bisogna ridurre, infatti le distanze tra nord e sud della Penisola, «un divario che negli ultimi anni è cresciuto tornando ai livelli di 15 anni fa». A questo proposito le statistiche e le analisi del Rapporto SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno), indicano una riduzione del Prodotto Interno Lordo del Sud Italia, tra il 2007 e 2012, pari al 10% che ha riportato il PIL del mezzogiorno ai livelli del 1997.

Altra osservazione importante da farsi, sempre secondo l’Anbi, è considerare l’acqua per quello che è, ovvero il bene più prezioso al mondo. L’andamento della variabilità climatica ha determinato situazioni di gravissime siccità estive e alluvioni primaverili. La costanza di questi fenomeni, spesso tragici, porta alla consapevolezza di doverli gestire non come emergenze occasionali ma come frequenti ricorrenze, che come tali vanno preventivate e affrontate. L’importanza di un piano nazionale di investimenti strategici in opere irrigue e innovazioni tecnologiche efficienti appare non rimandabile oltre. Non possono bastare gli apporti che i consorzi di bonifica, spesso abbandonati a se stessi, compiono ogni anno, che pure spesso, nonostante le forze ridotte raggiungono importanti risultati. Come per esempio è stato fatto durante l’emergenza siccità 2012, in cui, grazie proprio agli interventi dei consorzi, si sono riuscite a salvare notevoli percentuali della produzione di mais e soia. La perdita di coltivazioni non può essere più affrontata come qualcosa di casuale, basti pensare anche che a livello interazionale nei prossimi 40 anni la produzione agricola dovrà crescere del 60% per soddisfare il fabbisogno richiesto. Ogni produzione non può essere lasciata balìa di alcuna emergenza idrica o climatica che si sarebbe potuta prevenire anticipatamente.

Per realizzare opere a prevenzione del rischio idrogeologico e per il piano irriguo nazionale sono stati stanziati fondi pari a 2 miliardi di euro a fronte di un fabbisogno di circa 7 miliardi, come è stato individuato dal C.I.P.E. (Comitati Interministeriale Programmazione Economica). Allo stato attuale, sul bilancio delle politiche agricole alimentari e forestali, risultano stanziate somme pari a: 27.625.142 euro l’anno, per i prossimi 3 anni, che vanno a finanziare interventi per il recupero di risorse idriche in aree di crisi e per il miglioramento della protezione ambientale; 53.475.441 euro l’anno per i prossimi 3 anni, che vanno a garantire l’avvio delle opere previsto dal Piano Irriguo nazionale, quando l’importo originario era di 100 milioni l’anno per quindici anni.

Tali interventi non sono più in alcun modo rimandabili e la loro realizzazione non può essere dovuta solo all’iniziale spinta emotiva che segue ogni calamità, nella quale spesso il conteggio dei danni è solo un dato marginale rispetto alla tragedia di persone che vi perdono la vita. La prevenzione e il ripristino della funzionalità dei luoghi non può essere ricordata solo nel momento in cui si chiedono “stati di emergenza o di calamità”: la messa in sicurezza preventiva di questi luoghi è l’unico metodo attuabile.

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