Chi era Eurisace, primo fornaio romano, che oggi domina Porta Maggiore

Le particolari cavità circolari allineate nella zona superiore simboleggiano proprio le impastatrici utilizzate nei forni nei tempi antichi

Immersi nel traffico della Piazza di Porta Maggiore, tra una suonata di clacson e le imprecazioni di rito alle macchine in coda, a tutti sarà capitato di gettare lo sguardo su un momumento recitanto ai piedi della grande Porta Labicana: una struttura circondata dal verde, con una conformazione così indecifrabile all'apparenza, quanto invece illuminante nella sostanza se si va a scavare nella sua storia. È il sepolcro di Eurisace, il primo paniettiere a cui spetta il merito di inaugurare per convenzione la grande tradizione dei panifici nella Capitale, le cui vicende incuriosiscono da secoli turisti e romani.

È sufficente, infatti, avvicinare lo sguardo e allenare un po' la fantasia, perché quel "monolite" diventi più comprensibile e racconti la sua storia. La chiave di lettura è posta in cima: le particolari cavità circolari allineate nella zona superiore, ad un'occhiata più attenta, svelano presto il loro significato: stanno a simboleggiare proprio le impastatrici utilizzate nei forni nei tempi antichi. Lasciando scorrere la propria curiosità sulle pareti laterali, poi, i simboli diventano una narrazione vera e propria, che recita, in lingua latina: "Questo è il sepolcro di Marco Virgilio Eurisace, panettiere, appaltatore di forniture pubbliche e apparitore". Il fornaio che oggi "domina" Piazza di Porta Maggiore era, insomma, il rifornitore ufficiale di pane per lo stato romano tra la fine dell’età repubblicana e i primi anni dell’età augustea (30-20 a.C.). 

Ma perché Eurisace ha voluto lasciare memoria della sua professione? Esponente dell' "ars pistoria", dell'arte, cioè, di modellare il pane, aveva trovato proprio a Roma la sua fortuna: il suo cognome, infatti, ne tradisce le origini greche e, quindi, una vita precedente schiavo nella Capitale, che poi venne "promossa" alla condizione di "liberto". Proprio attraverso il suo lavoro riuscì a rivendicare la sua posizione. Accanto a lui, a dare forma al pane, c'era sua moglie Atisia, le cui ceneri erano conservate accanto a quelle del consorte in urne a forma di canestro collocate probabilmente nel lato orientale del monumento, andato perduto col tempo, e di cui una, oggi, è custodita presso il Museo Nazionale Romano, vicino alla Stazione Termini.

I dettagli decorativi del sepolcro svelano anche gli strumenti del mestiere che lo rese famoso. Nel fregio della zona superiore, infatti, sono rappresentate tutte le fasi della panificazione, dalla pesatura e molinatura del grano alla setacciatura della farina, fino, quindi, alla preparazione dell'impasto, e alla pezzatura e infornata del pane, processo che, nel corso dei secoli, non è molto cambiato. Accanto alla figura in miniatura di Marco Virgilio che lavora nel forno, appaiono, poi, scolpiti, in piedi, alcuni collaboratori, e, poco più in là, intenti a controllare che tutto proceda secondo regola, i funzionari dello stato, il cui sguardo attento, oggi, è stato sostituito, come da volere del padrone di casa, da quello di romani e pellegrini.

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