"C'era na vorta la Ciriola". Che fine ha fatto il panino più famoso della Capitale?

Fino agli anni Ottanta era uno dei panini più diffusi a Roma, oggi, invece sembra destinato all'estinzione

Fino agli anni Ottanta era uno dei panini più diffusi a Roma, oggi, invece sembra destinato all'estinzione. È la Ciriola, che con la sua forma tipicamente affusolata ripiena di mollica di grano tenero, ha tenuto banco per decenni sulle tavole del Lazio, fino ad essere, ai giorni nostri, quasi completamente trascurata.

Un cuore soffice coperto da una "corazza" di crosta croccante: amata da sempre perché versatile nei condimenti ed economica nel prezzo, la Ciriola si riconosce per l'odore fragrante e il suo sapore salino ma delicato. È il panino che mettevano nel piatto i nostri nonni e quello che, negli anni sessanta, veniva consumato dai manovali nelle loro pause pranzo. Lo stesso che, nel corso della seconda guerra mondiale, il governo fascista garantiva come pasto "pro capite" ai romani nella carta annonaria attraverso cui il popolo poteva accedere di diritto agli alimenti razionati. Un pane sostanzioso, adatto a togliere rapidamente la fame. Caratteristiche, queste, che, però, nel corso del tempo, hanno fatto il gioco di forme di pane più facili da confezionare, facendo perdere alla "Cirioletta" gran parte della sua fetta di mercato. Ad oggi, il grosso delle vendite di pane a Roma è concentrato su pane casareccio e altre forme di pane.

Imputata principale per l' "estizione" della Ciriola sembra essere, infatti, proprio la Rosetta, altro panino molto amato dai romani, alla cui produzione sono più deputati i macchinari contemporanei. Ad occuparsi del "caso Ciriola", un anno fa, è stata anche la prestigiosa rivista economico-finanziaria del Regno Unito "Financial Times" che, in un articolo firmato dalla penna di David Winner, spiegava: "La ciriola è una specie di piccola baguette, un tempo il vero pane tipico romano, che è degna di nota nonostante sia stata quasi portata all’estinzione dalla padana “rosetta” milanese prodotta ormai in massa". Una lacuna gastronomica che, come spesso accade, prima di arrecare dispiacere ai romani, sembra, insomma, rammaricare i turisti.

Eppure la storia della Ciriola si intreccia a quella della città eterna fin dalla sua stessa denominazione: pare infatti siano state proprio le "ciriole" del fiume Tevere, quelle piccole anguille che i pescatori potevano trovare fino a qualche decennio fa nelle acque tiberine, a "tramadarle" il nome, in virtù della sua forma allungata; diverso ma ugualmente riconoducibile a radici romane è invece l'indirizzo di pensiero che vuole l'etimologia del termine derivare dal latino antico "cereola" (candela) o dal latino medievale "ciriolus" (cera), in omaggio al colore bianco del pane cotto simile a quello di un cero. Tutta di memoria laziale è, poi, anche la farcitura tipica: la Porchetta di Ariccia ne è il companatico ideale, ma anche i salumi o i condimenti di frittate, mentre negli anni del boom economico un grande classico era il ripieno di salsiccia e broccoletti.

Oggi, per riassaporare la tradizione, è necessario rivolgersi ai panifici più forniti della Capitale, oppure, perché no, confezionarla in casa propria: farina di grano tenero, acqua, lievito naturale e sale sono gli ingredienti che richiedono più di sei ore di lavorazione ma garantiscono un tuffo nel passato. 
 

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