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Cronaca di una "perfetta" mattinata in day hospital in un ospedale di Roma, per due esami di routine.

Roma, RM, Italia · Roma

Arrivo in ospedale alle 7.40, venti minuti prima dell'appuntamento prestabilito. Penso: "dai, forse arrivando in anticipo uscirò prima". Che bella, la speranza degli ingenui! Vado all'ufficio ricoveri, come mi è stato detto, e mi ritrovo tra una quindicina di persone: alcune guardano per terra, altre mi rivolgono uno sguardo imbronciato come se fossi venuta a rubare il loro posto. Chiedo alle due signore più vicine alla cassa: "siete in fila?". Uno di quelli con lo sguardo imbronciato mi risponde dall'altra parte della stanza, in lontananza: "sono io l'ultimo! Non c'è numeretto, andiamo a memoria, me deve guardà a me". Perfetto. Mi metto accanto a lui e nell'attesa passiamo il tempo riepilogando la fila e urlando all'ennesimo nuovo arrivato: "non c'è numeretto, sei dopo di lui, che è dopo i signori, che sono dopo la ragazza con la stampella, che è dopo il tipo con la valigia, che è dopo quella con la sciarpa gialla". Lui, giustamente, chiosa: "che al mercato mia madre comprò". Dopo una ventina di minuti, proprio quelli che avevo di anticipo, arrivo finalmente in cassa e presento documento e tessera. "Ma le avevano dato appuntamento?", mi chiede l'addetto. Soffocando un moto di sconforto, rispondo: "Sì, alle 8, ero anche in anticipo". L'addetto mi guarda con un misto di compassione e consapevolezza, di quelli che sottintendono: "a regazzì, qua dentro il tempo nun esiste". Poi mi dice: "Deve andare al piano -2 a chiedere di essere convocata, e poi tornare qui. Non ci risulta in lista". Perfetto. Scendo al -2, placco l'infermiera e le riferisco quanto mi hanno detto. "Eh, deve aspettare che arrivi il medico per farle la convocazione", mi risponde. "E tra quanto arriva?", chiedo. Lei, ridendo e indicando l'orologio appeso al muro, dopo una serie di "eh" sommessi, mi confessa: "doveva essere qui già cinque minuti fa!". Perfetto. Aspetto altri dieci minuti, dopo i quali arriva finalmente il puntualissimo medico, che mi fa la fantomatica convocazione per poi rimandarmi su. Tutto questo solo per fare l'accettazione, gli esami veri ancora non è dato sapere quando me li faranno. Perfetto. Torno dall'addetto, riferendogli che sono stata ufficialmente convocata. Lui controlla al computer, mi richiede il cognome e poi mi fa: "A noi non è arrivato niente, è sicura che l'abbiano inviata? Non le hanno dato neanche un foglio, un documento...", "No, mi hanno solo detto che avevano inviato la convocazione". A questo punto l'addetto chiama per sapere che fine abbia fatto questa benedetta convocazione. Il telefono squilla a vuoto, evidentemente stanno discutendo della vittoria di Mahmood a Sanremo o di altri argomenti altrettanto rilevanti in questo momento. Dopo altri dieci minuti, l'addetto finalmente mi richiama, mi fa fare l'accettazione e mi rimanda giù. L'infermiera ridente mi dà il numeretto e mi dice di sedermi e osservare il display in attesa di essere chiamata. "Dai, il più è fatto", mi dico. Tra l'altro, Il primo numero chiamato è il 20 e io sono 27, per cui non dovrebbe mancare molto. Pora illusa! Tre secondi dopo chiamano il 23. Poi, in sequenza, il 33, il 38, il 24 e l'1. Non capisco. È una di quelle serie numeriche degli esami di logica? Devo risolverla per poter entrare? È memory? Intanto si sono fatte le 9.00 e non so ancora quando uscirò da qui. Dopo una mezz'ora di attesa, finalmente chiamano il 27. Mi fanno sedere e la dottoressa che mi visita mi chiede che sono venuta a fare, per poi dirmi: "ok, vado a cercare la cartella". Perfetto, rassicurante. Mi fanno i due esami per cui sapevo di dover venire. Dopo di che mi dicono: "ne abbiamo aggiunto un altro. Deve andare su con la sua cartella, darla alle infermiere all'accettazione del reparto e mettersi in fila". Perfetto. Il nuovo numero è 119 e come nell'altro reparto vengono chiamati numeri a mentula canis. Comincio a rassegnarmi al mio destino, quando alle 10.50, finalmente, appare il mio numero sul display. Entro e mi dicono: "lei è DH?", "Che?". "Lei è DH, Day Hospital?", "Ah, sì". So' DH, è il mio nuovo nome d'arte. Perfetto. Mi portano dentro alla stanza per la visita e sento la dottoressa, che neanche si presenta, dire: "niente, manco un accendino si trova, qui dentro nessuno fuma!". Penso, ingenuamente, si voglia andare a fumare una sigaretta. E invece no. Mi fa sedere e torna l'infermiera, con un accendino chiesto ad un signore in corridoio, con cui disinfetta alla bene e meglio un ferro per farmi la visita. Mentre mi chiedo se sia normale, mi stringono la lingua tra le mani, mi fanno dire "eeeeee", e mi fanno il solletico alle corde vocali con il ferretto "disinfettato" di cui sopra. Dopo una perfetta imitazione di Vasco Rossi, mi lasciano andare: "Ok, tutto a posto, può tornare al day hospital". Torno al day hospital e mi fanno sedere. "27!", urlano dopo poco. Io mi alzo: "non so se è ancora il mio numero". "Carlino?", "Sì", "allora è ancora lei". Rientro, mi portano dagli specializzandi del medico che mi ha prescritto gli esami. "Dunque, vedo che ha appena compiuto 18 anni...", "Veramente sono 28", rispondo, capendo di non essere l'unica negata in matematica dentro questa stanza. "Ah, giusto! '91... Beh, sembra più giovane... Ok, lei ha la cartella con gli esami precedenti?", "No, ve l'ho portata l'altra volta e avete trascritto tutto", dico. "Eh ma la cartella non l'abbiamo...". Non rispondo più nulla, sono ancora basita per l'accendino e mi continuo a chiedere a chi altro abbiano messo in bocca quel ferro. Improvvisamente spunta il medico curante, che trova la cartella perduta e mi fa quello che dovrebbe essere l'ultimo esame previsto. Nel mentre, riferisce agli specializzandi ciò che fa in linguaggio medico, con termini probabilmente derivanti dall'aramaico antico. Dieci minuti dopo, senza spiegarmi nulla, mi dicono: "Ok Federica, puoi tornare in DH". Perfetto. Mi siedo nella stanza del day hospital, dove nessuno mi chiede o mi dice nulla. Sono le 11.46. Incrocio lo sguardo della prima dottoressa con cui ho parlato e le domando: "tra quanto potrò andare via?". "Tra poco", dice, "ora chiedo di là". Poi guarda l'orologio ed esclama: "Ah, ma sono già le 12! È proprio volato il tempo!". Già, proprio volato. Cinque ore per due esami, tre buchi e un ferro disinfettato con l'accendino. Ma in fondo il problema non è il sistema sanitario italiano: è che ha vinto Mahmood a Sanremo, no?

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