Domenica, 13 Giugno 2021
Politica

Il verde pubblico a Roma nei cinque anni di Virginia Raggi: ecco il giudizio delle associazioni

Dal regolamento del verde disatteso dalle potature fuori stagioni, al ritardo nel firmare la convenzione per gestire un'Oasi naturale: la parola alle associazioni

A Roma ci sono 310mila alberi, un terzo dei quali su sede stradale. La capitale ospita poi un'infinità di giardini pubblici, ville storiche, parchi e riserve naturali. Il risultato è che più del 35% della superficie cittadina è destinata al verde pubblico. Una risorsa, ma anche un onere importante per chi deve gestirlo. Come lo ha fatto l’amministrazione Raggi?

Le potature fuori stagione

La Sindaca ha puntato a rafforzare la pianta organica del Servizio Giardini, a scrivere un nuovo regolamento del verde, a firmare bandi di manutenzione di durata pluriennale. Il risultato qual è stato? “Anche quest’anno le potature sono continuate durante il periodo di nidificazione - ha spiegato Rita Corboli, responsabile romana dell’Organizzazione internazionale della protezione animali - abbiamo ricevuto segnalazioni e fotografie dai cittadini preoccupati per questi interventi, realizzati in un periodo dell’anno in cui non sarebbero consentiti”. La primavera è infatti la stagione in cui molte specie migratorie, tornando dall’Africa, fanno tappa a Roma. Molte per riprodursi. Da questo, oltre che dalla salute degli alberi, dipende il divieto di effettuare tagli e potature. 

“Ma la cosa paradossale è che sono riusciti a contravvenire a quanto previsto dal Regolamento sul verde. Non si capisce quindi perchè lo abbiano scritto, se poi lo disattendono” ha fatto notare la portavoce dell’OIPA di Roma. Il nuovo regolamento, approvato dopo una lunga gestazione, prevede infatti che le potature siano realizzate “nel rispetto della nidificazione dell’avifauna” e quindi “escludendo di norma il periodo che va da aprile a luglio”. Unica deroga è concessa per garantire l’incolumità pubblica. Dunque le motoseghe sarebbero potute entrare in azione solo in quelle limitate circostanze. Non nella generalità dei casi.

La comparsa della cocciniglia tartaruga

Restando sul versante del patrimonio arboreo, l’amministrazione pentastellata si è trovata, in questi anni, a dover affrontare una sfida inattesa: quella della salvaguardia dei pini romani. Gli esemplari di Pinus pinea, albero simbolo della Capitale, dal 2018 sono stati aggrediti dalla Toumeyella parvicornis, la cocciniglia tartaruga. Un parassita alieno, privo in Italia di predatori naturali. Questo insetto ha raggiunto prima il quadrante meridionale della città e successivamente, in assenza d’interventi, si è sviluppato in tutta la Capitale. 

Cos’ha fatto il comune per salvare i pini

“Quella della lotta alla cocciniglia tartaruga è un tema che chiama in causa una pluralità di attori istituzionali. Sicuramente il Ministero e la Regione, da cui dipendono i servizi fitosanitari, hanno le responsabilità maggiori. Il Comune a dire il vero non è stato inerte, visto che ha cominciato a trattare degli esemplari con l’endoterapia anche quando non poteva farlo”. Lo ha fatto ricorrendo all’abamectina, l’insetticida che si utilizza per contrastare le processionarie ma che si è rivelato utile anche contro la cocciniglia. Per implementare questa soluzione alle decine di migliaia di pini colpiti dal parassita, servivano però le linee guida fitosanitarie. E visto che i primi alberi sono stati assaliti nel 2018, il ritardo con cui queste linee guida sono state diramate è stato evidente. Ma non doveva scriverle il Campidoglio. “Tuttavia dobbiamo riconoscere che, in questi anni - ha spiegato la presidente dell’associazione Amici dei pini - non abbiamo mai sentito il Comune lanciare un grido d’allarme per il diffondersi di questo pericoloso patogeno”. A riportare l'attenzione sul danno che si stava consumando, infatti, sono stati soprattutto i media, allertati dagli agronomi, le associazioni ed i comitati cittadini. Il Comune, stando a quanto testimoniato, poteva farsi sentire di più.

Un polmone verde dimenticato

Ma pensare che la gestione del verde pubblico, a Roma, sia valutabile solo in base alla cura degli alberi, sarebbe riduttivo. La città è infatti ricca di giardini e ville storiche. Come sono state manutenute? "A Villa Lazzaroni l'erba del prato ormai è inesistente, per un problema legato all'impianto d'irrigazione che è rotto da circa sei anni e che il Comune non ha fatto nulla per riparare" ha spiegato Laura Anastasi, presidente dell'associazione Insieme per Villa Lazzaroni. L'area verde rappresenta un importante polmone per il popoloso Appio Latino, ma versa in condizioni indecorose. “Le fontane sono tutte spente, le piante si sono seccate, ci sono aree perennemente transennate e non sappiamo che fine abbiano fatto le promesse indagini sulle cavità sotterranee". Insomma, il quadro non è roseo.

La gestione del patrimonio agricolo

Ma Roma non è una città verde solo per il numero di parchi e ville storiche che ospita. Lo è anche per la quantità di territorio che destina all’agricoltura: il 43,9% del totale. Quest'ultima, a ben vedere, rappresenta una delle caratteristiche più peculiari della città. E l'amministrazione, anche con il recente lancio di Agrifood, ha espresso l'intenzione di valorizzarla. Almeno in teoria. Nella pratica, per comprendere quale sia l'azione dell'amministrazione Raggi, può tornare utile analizzare il caso della Tenuta di Castel di Guido. "Con una superficie di 2200 ettari rappresenta l’azienda agricola più grande a gestione comunale” ha ricordato Matteo Amati, portavoce di RomAgricola “ciò nonostante gli investimenti latitano e quello che potrebbe rappresentare un importante volano di sviluppo agricolo ed occupazionale viene lasciato in uno stato di semi abbandono. Nella tenuta lavoravano, 35 anni fa, 120 persone. Oggi  ne sono rimaste solo 13. C’erano centinaia di vacche che venivano impiegate per la trasformazione della carne e per il caseificio, ora chiuso. Oggi, a produrre il latte, ne restano una cinquantina” ha ribadito il portavoce di RomAgricola,  il coordinamento che raggruppa cooperative  come Agricoltura Nuova, Cobragor, Il Trattore, Coraggio, Capodarco, Mistica e fattorie Sociali.  Va detto che la strategia di Roma Capitale, negli ultimi cinque anni, è stata quella di lasciare il settore zootecnico per seguire percorsi orientati più ad un mercato di nicchia,  ad esempio  con la produzione di un antico grano saraceno e di un olio extravergine biologico.  Per le cooperative, però, la strada intrapresa non sembra lontanamente sufficiente a garantire un rilancio della principale azienda agricola comunale.

Tanti apprezzamenti e pochi investimenti

Castel di Guido non è tuttavia solo la tenuta agricola. All’interno del suo sterminato perimetro, è infatti presente anche un paradiso di biodiversità. 181 ettari che fanno parte dell’Oasi naturale gestita, dal 1999, dalla LIPU. Non senza problemi. “La nostra convenzione è scaduta e da due anni il Comune non trova il modo per rinnovarla - ha spiegato Alessia De Lorenzis, responsabile dell’Oasi LIPU di Castel di Guido - ciò significa che tutte le spese per la sua gestione sono sostenute dalla LIPU, e parliamo sia del personale che qui lavora sia di quello che deve essere chiamato per effettuare i necessari interventi manutentivi”. Ma di quale somme si parla? “La cifra si aggira sui 30mila euro l’anno - ha dichiarato De Lorenzis - e sono fondi che vengono girati dal Ministero dell’Ambiente a Roma Capitale per gestire l’Oasi, che è nata per tutelare al meglio le piante e gli animali presenti a Castel di Guido, una zona di protezione speciale d'importanza comunitaria. La cosa incredibile è che da parte del Comune abbiamo ottenuto spesso degli apprezzamenti per il lavoro svolto”. Eppure la situazione si trascina nel tempo, senza che la convenzione sia firmata. E fa riflettere. Perchè dimostra la distanza che intercorre tra le buone intenzioni e la loro messa in pratica. Un gap  che l'amministrazione della Sindaca Raggi continua a scontare. Nella gestione del verde, come in quella finalizzata a garantire il benessere animale. Due facce della stessa medaglia o, meglio, della stessa stella: quella dell'ambiente.

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