Residence: "Costretti al trasloco in meno di una settimana. E la nuova casa non ha ancora la cucina"

Storia di Nadia e Fiorella, trasferite dal residence di Romanina a quello di Campo Farnia

“È una settimana che siamo qui e non ci hanno ancora portato la cucina”. Nadia inizia a raccontare la sua storia e quasi subito le scendono le lacrime dagli occhi. È appena tornata da una clinica dell’Eur, dove la figlia di 11 anni, affetta da sindrome di down e con una “lunga serie di problemi di salute”, deve svolgere una terapia due giorni a settimana. Nadia non ha la macchina e il viaggio con i mezzi pubblici è un’odissea. Ha il volto stanco e accaldato. Da una settimana è stata trasferita da un centro di assistenza alloggiativa temporanea alla Romanina, in via di chiusura, a un altro residence, quello di via di Campo Farnia 100, a Capannelle. Tutte le sue cose sono ancora riposte dentro scatoloni chiusi con lo scotch. "Quasi tutte, perchè molti oggetti, nella fretta, li abbiamo dovuti lasciare". 

È successo tutto in pochi giorni. “Il 3 giugno è arrivata la comunicazione con il nuovo indirizzo e il 10 dovevamo già essere fuori. Poco importa che la cucina ancora non mi è stata installata”. Per rimediare, grazie all’aiuto di alcuni inquilini del residence, ha appoggiato una piastra elettrica a due fuochi su un tavolino. Il frigorifero se l’è portato dalla precedente casa. Ma per lavare i piatti non resta che il bagno. Anche i panni sono un problema. “Ho la mia lavatrice ma non sono ancora riuscita ad attaccarla, spero di poterlo fare non appena allestiranno la cucina. Nel frattempo devo lavare tutto a mano nel lavandino del bagno. Mia figlia ha troppe allergie per poter usare lavatrici in comune. Avevo chiesto una proproga di qualche giorno, in attesa che fosse tutto pronto. Ma non mi è stata concessa”.

Tutt'attorno, nelle piccole stanze di quella casa che in molti particolari porta ancora le caratteristiche della funzione per cui sono nate, uffici, sono impilati scatoli e mobili. In fondo a quella che dovrebbe essere la sala con angolo cottura, dietro una parete senza porta, sono amucchiati i mobili di una cameretta. Una stanza è molto piccola, assomiglia più a uno sgabuzzino, e non ha nemmeno la finestra. “Devo capire come organizzarmi, perché qui praticamente ci entra solo il letto. Ho dovuto buttare un sacco di cose in questo trasloco frettoloso”.

“La prima lettera mi è arrivata il 20 maggio. Saremmo dovute andare nel residence di via di Montecarotto a San Basilio ma ho chiesto ai servizi sociali di cambiare destinazione perché avrebbe significato chiedere a mia figlia di cambiare scuola”. Di nuovo, perché non è la prima volta. Prima di arrivare nei residence Nadia abitava all’occupazione di via delle Acacie, sgomberata con l’uso della forza pubblica il 20 marzo del 2014. Da lì è finita nel residence Hotel Costanza, sulla via Colombo, all’altezza dell’Infernetto. Dopo “quasi 4 anni” è stata spostata a Romanina. “In quell’occasione mia figlia ha cambiato scuola ma abbiamo mantenuto la terapia all’Eur”. Dopo qualche mese un nuovo trasloco. “Ma non posso accettare di farle cambiare ancora scuola. Qui, grazie al servizio di trasporto disabili, può continuare a frequentare lo stesso istituto. Questa casa è più piccola e disposta molto peggio ma, sperando che arrivi la cucina staremo qui, aspettando la casa popolare per cui ho fatto domanda nel 2012”. 

Insieme a Nadia, sempre da Romanina, è arrivata anche Fiorella, 80 anni. Il giorno del trasloco, quando ha visto l’appartamento, ha convinto l’autista del furgone di riportarla indietro. “Ma non c’è stato verso. Sono stata rispedita subito qui. Là erano case molto più belle, con tanto di balcone. Abitavo al primo piano, vicino alla portineria che mi aiutava. Ma niente. Nel giro di pochi giorni ho dovuto raccogliere tutte le mie cose e spostarmi in questi ex uffici al settimo piano”. Fiorella parla attaccata ad un ventilatore. Fa molto caldo ma lei non può aprire la porta finestra. “Ho un gatto e con una porta finestra, senza balcone rischio che cada di sotto. Devo mettere una rete, alcuni inquilini del residence mi stanno dando una mano a trovarla. Non c'era nemmeno il frigorifero, ho preso quello di una vicina che l'aveva appena cambiato perché troppo piccolo".  

Non è l’unico problema. “Qui non c’è la doccia, ma solo la vasca. Per me è troppo pericoloso entrare e uscire da lì, se cado e mi rompo qualcosa non mi riprendo più. Così mi faccio aiutare da una ragazza del residence, la stessa che mi ha sistemato e pulito tutto quando sono arrivata. Se voglio la doccia, mi hanno risposto, posso mettermela da sola a spese mie. Ma come faccio se non so nemmeno quanto resterò? Se lo scordino”. Fiorella è arrabbiata. La prima domanda per una casa popolare l’aveva avanzata “insieme alla madre nel 1978”.  Un tempo abitava a San Giovanni. Poi lo sfratto. Ed è finita nel residence. Prima a Casal Lombroso, nella zona di Malagrotta. Poi “dopo sei anni”, a Romanina. “Ci sono arrivata nel marzo del 2018 e già me ne sono dovuta andare”.

"Il Comune parla molto di fragilità ma nemmeno nei casi di trasferimento più delicati ci si è organizzati per tempo", denuncia Ivano, residente a Campo Farnia e animatore del coordinatore di inquilini Resistenza residence. "Perché non è stata concessa la proroga fino a che non era tutto pronto? Se non ci fossero stati gli altri inquilini avrebbero avuto molti più problemi. Senza considerare questi continui spostamenti. Si vive tenendo sempre il minimo indispensabile, altrimenti rischi che ti spostano, i mobili non ci stanno e li devi buttare. Dovremmo uscire da un residence solo verso la casa popolare". 

Interpellati da Romatoday in relazione all'articolo scritto il giorno del trasloco, gli uffici capitolini hanno comunicato che le persone sono state trasferite negli alloggi disponibili più vicini e che tutti risultano idonei a ospitarli.  

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