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Lunedì, 3 Ottobre 2022
Politica

La cucina romanesca compatta l’Aula: sì agli appuntamenti che ne celebrano la tradizione

A larga maggioranza approvato la richiesta che impegna il Comune a promuovere osterie e piatti tipici della cucina romana

Le osterie ed i piatti della cucina romanesca sono un patrimonio della Capitale. Fanno parte dell’identità stessa di questa città e, anche per questa ragione, l’Aula Giulio Cesare ha deciso di promuoverli.

L'editto papale da cui ha origine la tradizione

“E’ importante custodire e valorizzare la nostra tradizione, come quella enogastronomica della cucina romana, che nacque quasi 200 anni fa con un editto di Papa Leone XII del 1831” ha ricordato Marcello De Vito (Forza Italia) il primo firmatario dell’atto votato da 17 consiglieri su 18. L’editto citato, obbligava le osterie a servire, insieme al vino, anche delle pietanze. Ed è da lì che ha preso piede l’abitudine a “mangiare fuori” dei romani. 

Le osterie nella storia romana

Nel giro di pochi decenni, le osterie si sono moltiplicate tanto che, alla fine del diciannovesimo secolo, se ne contavano già 600. I locali che servivano i piatti della cucina romanesca, con i loro tavoli e le loro sedie, sono andati a riempire strade, piazze e marciapiedi, celebrando i sapori genuini della cucina romana. In città, dove ad esempio nella notte di San Giovanni si andava a fare la mangiata di lumache. Ma anche nei Castelli Romani dove, “le fraschette”, continuano ancora oggi a mietere grandi apprezzamenti. 

“La tradizione culinaria romana è parte del patrimonio storico e culturale del paese, apprezzata sia in Italia che all’estero” e quindi, si legge nella mozione approvata in Aula Giulio Cesare, “è interesse di Roma Capitale tutelare e valorizzare le attività produttive impegnate a mantenere viva questa tradizione”. 

Una cucina povera

Una tradizione che pesca nelle ricette povere, oggi si direbbe a kmzero, la sua peculiarità. I carciofi, le fave, la lattuga presa nell’orto, ma anche i prodotti della pastorizia da cui ricavare la ricotta, il pecorino e l'abbacchio. Una cucina che celebra il grasso del maiale, protagonista assoluto di primi piatti oggi celebrati in tutto il mondo. Una cucina povera ma creativa,  che ha dato dimostrazione di sapere recuperare gli “scarti”, il “quinto quarto” del macello, per condire una sorprendente pajata, una coratella o la coda alla vaccinara. 

Valorizzare la tradizione culinaria romanesca

“La nostra tradizione è anche una importante e fondamentale risorsa per l'economia della città, da valorizzare al meglio al fine di poter diversificare ed aumentare l'offerta turistica, puntando anche sul modello del turismo enogastronomico” ha concluso De Vito. E l’Assemblea capitolina, in larghissima parte, ha condiviso. Al Dipartimento dello Sviluppo economico e quello del Turismo, il compito di sostenere “la tradizione della cucina romanesca”.
 

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