Martedì, 21 Settembre 2021
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Torri dell'Eur resteranno Beirut? Cresce la preoccupazione. Ecco come si è arrivati a questo punto

Lo scorso 28 settembre la Giunta ha approvato una memoria che riapre i giochi. Nelle sue premesse anche i motivi che hanno portato l'amministrazione Raggi a frenare il progetto

Foto di Fabio Grilli

Al centro della vicenda burocratica e urbanistica che ha portato l'amministrazione Raggi a frenare sul progetto della nuova sede di Telecom nelle ex Torri delle Finanze all'Eur, approvato dall'amministrazione di Ignazio Marino e dal precedente assessore Giovanni Caudo, ci sono i 24 milioni di euro del 'contributo di valorizzazione' al centro della vicenda burocratica e urbanistica. 24 milioni di euro legati al precedente progetto di demolizione e ricostruzione che mosse i suoi primi passi nel 2008 dopo aver portato a termine un processo di cartolarizzazione iniziato nel 2001 dal governo Berlusconi. 

Così come emerso questa mattina nel corso di una seduta della commissione Trasparenza, il nodo 'caldo' risiederebbe nel cosiddetto 'atto d'obbligo' del 22 dicembre del 2009, atto che definisce il contributo dovuto all'amministrazione comunale per il primo progetto di valorizzazione, a cui seguì la delibera del Consiglio del maggio del 2010. Sarebbe proprio la sussistenza di questo atto che ha portato gli uffici del dipartimento Urbanistica a revocare in autotutela i permessi a costruire, e quindi a impedire di procedere con il progetto della nuova sede di Telecom all'Eur. Secondo la determina, infatti, il permesso “inficia le previsioni del Protocollo di intesa tra MEF e Roma Capitale […] con particolare riferimento alla corresponsione nelle previste tre tranche, del contributo di valorizzazione”.

Il timore è che lo stop al progetto possa mandare all'aria l'occasione di chiudere per sempre con la stagione di abbandono costata agli immobili il soprannome di 'Beirut'. Soprattutto considerando che, in caso di assenza di permessi a costruire entro il 30 settembre, Telecom può fare un passo indietro senza incorrere in penali. Berdini, in una nota diramata nei giorni scorsi, ha ribadito “l'interesse al recupero delle "Torri" destinate alla sede centrale di Telecom Italia”. Ma, visto il termine del 30 settembre, potrebbe già essere troppo tardi. 

LA CRITICA DELL'OPPOSIZIONE: "BERDINI HA COMMESSO UN ERRORE"

Come si è arrivati a questo punto? La Memoria di Giunta lo ricostruisce. Dopo l'approvazione dell'atto d'obbligo del 2009 e l'approvazione della conseguente delibera i permessi a costruire non vennero mai ritirati, i 24 milioni di euro non entrarono mai nelle casse del Campidoglio e dopo anni di abbandono si decise che il progetto che avrebbe portato negli ex uffici un mix di spazi commerciali e case di lusso a firma Renzo Piano, non era più conveniente. Con l'ammistrazione Marino si lavora così a un “restauro conservativo” che porta ad accordarsi per il progetto della sede Telecom. Ad effettuarlo sarà la stessa Alfiere spa, proprietaria dell'immobile e promotrice del primo progetto, che nel frattempo ha cambiato gli azionisti: da 50% Fintecna e 50% cordata privata a Cassa depositi e prestiti Immobiliare e Telecom.

A sancire il via libera ufficiale al progetto non sarà un atto firmato dall'amministrazione Marino ma dal commissario Tronca (nella memoria di Giunta del 28 settembre 2016 non viene riportato alcun atto dell'amministrazione del chirurgo dem): il permesso a costruire del 22 dicembre del 2015 concesso alla società Alfiere che lo aveva richiesto il 15 ottobre.

Risale al 3 dicembre invece la richiesta della società di cancellare la "trascrizione dell'atto d'obbligo" del 2009, quello che stabilisce in 25 milioni di euro il 'contributo di valorizzazione' per la trasformazione urbanistica, dal momento che il nuovo progetto riguarda un 'restauro conservativo'. Il 20 gennaio, l'amministrazione del commissario straordinario autorizza anche la cancellazione delle 'obbligazioni' contenute nell'atto.

Poi però fa marcia indietro: sempre secondo quanto riportato nella memoria di Giunta, il 10 marzo 2016 emette una nuova determinazione dirigenziale che annulla la precedente che autorizzava la "cancellazione delle obbligazioni assunte nell'atto d'obbligo del 2009". Sembra un gioco di parole ma il risultato è che l'atto d'obbligo non è stato cancellato. Da qui la determina dirigenziale del 29 luglio del 2016 che annulla in autotutela il permesso a costruire rilasciato nel dicembre precedente e Berdini che mette nero su bianco “che i 24 milioni di euro sono dovuti”.  

Il passo successivo è la Memoria di Giunta approvata il 28 settembre scorso che porta la firma di Paolo Berdini: "Si rende necessario allo stato attuale effettuare una nuova valutazione di quale tipo di intervento l'Amministrazione ritenga più coerente con gli obiettivi programmatici". Con una premessa: "Riconfermare l'interesse generale al recupero degli immobili in questione". Questi i 'passaggi' immaginati da Berdini: avviare in contatti con l'Agenzia del Demanio per "effettuare le opportune valutazioni" ed elaborare un nuovo provvedimento da sottoporre all'esame dell'Assemblea capitolina mettendo sul piatto della discussione anche l'aspetto economico e finanziario. Solo dopo questo passaggio, arriverebbe il nuovo permesso a costruire. Il destino delle Torri dell'Eur si riapre. 

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