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Testaccio popolare sotto sfratto, storia di Dafne e delle sue tre bambine: "Siamo invalide e senza soldi per l'affitto"

Dafne ha una malattia rara, l'osteogenesi impefetta. L'ha tramandata a sua figlia mentre un'altra è autistica. Occupante senza titolo, l'Ater ha chiesto lo sgombero

Quando il giudice ha analizzato il suo caso ha emesso una sentenza di assoluzione dall’accusa di occupazione arbitraria di immobili per la quale era indagata. Era il febbraio del 2015. La decisione di Dafne di entrare in una casa popolare pur non avendo alcun titolo “non costituisce reato” perché, scrive il giudice nella sentenza, “ha agito in presenza della scriminante dello stato di necessità”. Dafne, si legge ancora, “avrebbe potuto rivolgersi agli enti pubblici di assistenza sociale per chiedere l'assegnazione di un nuovo appartamento, ma è pur certo che i tempi burocratici necessari per un intervento di questo tipo avrebbero inevitabilmente inciso in maniera negativa sulle già precarie condizioni fisiche”.

Dafne è affetta dalla nascita da una malattia genetica rara, l’osteogenesi imperfetta, detta anche ‘malattia delle ossa di vetro’ perché causa fratture ossee frequenti fino ad arrivare a deformazioni articolari. “Da quando sono nata mi sarò rotta le ossa almeno trenta volte. Da piccola ero sempre al pronto soccorso e a otto anni mi è stata riconosciuta l’invalidità”, racconta. Quando ha deciso di occupare un appartamento delle case di proprietà dell’Ater, in via Giovanni Battista Bodoni 100, uno dei tanti condomini di case popolari di Testaccio dove ormai buona parte degli appartamenti è stata venduta a proprietari privati, era il luglio del 2011. “Nel 2010 sono stata sottoposta a un’operazione al tallone e all’alluce. Non potevo muovere la gamba. Inoltre, proprio in quei mesi, sono stata investita da una macchina e questo ha distrutto il ginocchio dell’altra gamba”.

Mentre parla Dafne solleva il tessuto dei pantaloni e mostra una cicatrice in rilievo larga circa due centimetri che le attraversa il ginocchio in verticale. “Un calvario. C’erano state delle complicazioni, la ferita si era infettata. Sono stata quattro mesi in ospedale e ho dovuto affrontare molti mesi di fisioterapia. Non potevo camminare”. Dafne aveva 26 anni e viveva ancora a casa con la madre, assegnataria di un’altra casa popolare a Testaccio. “L’appartamento si trovava al quarto piano senza ascensore così non potevo tornare a casa. Abbiamo provato a chiedere all’Ater un cambio di assegnazione ma ci è stato detto che non era possibile, per lo meno con tempi così stretti. Dormivo un po’ da amici e un po’ da mio padre che abita sempre qui a Testaccio ma non aveva uno spazio adeguato per ospitarmi”. Poi Dafne viene a sapere che un appartamento a due passi da quello di sua madre è vuoto da tempo. “Era uno scheletro, mancavano le porte e il pavimento. Ma non avevo la possibilità di versare un affitto, non avevo alternative. E nel luglio del 2011 sono entrata. Sono subito andata ad autodenunciarmi all’Ater”.

Nel novembre del 2013 la polizia locale di Roma Capitale effettua un sopralluogo e le rilascia un verbale di accertamento di violazione. La multa è di 21mila 666 euro più 3,78 euro quali spese per il procedimento di notifica.  “Sono invalida al cento per cento e ho un’inabilità lavorativa permanente. Vivo con una indennità di accompagnamento di 800 euro. Gli ho fatto notare che se avessi avuto tutti quei soldi sarei andata a vivere in una casa in affitto ma questa era la prassi. ‘Non le paga mai nessuno’ mi hanno detto per tranquillizzarmi”.

Oggi Dafne è madre di tre bambine. La prima, sei anni e mezzo, ha ereditato la sua malattia, così come Dafne l’aveva a sua volta ereditata dal padre. “Siamo in cura permanente all’Umberto I. Anche mia figlia è invalida al cento per cento e percepisce un’indennità di 290 euro”. La seconda ha cinque anni. “Quando è nata sembrava che fosse tutto a posto. Non aveva ereditato la malattia. Invece quando aveva circa un anno mi sono accorta che c’era qualcosa che non andava. Non ci guardava mai in viso, non rispondeva alle nostre sollecitazioni. Così l’ho portata da tutta una serie di dottori: ha una forma severa d’autismo”.

Anche la seconda figlia di Dafne è invalida al cento per cento. Per lei percepisce un’indennità di accompagnamento da 500 euro. “Ma questi soldi ci bastano a malapena per pagare le terapie”, spiega Dafne. “Siamo in lista di attesa per i centri convenzionati ma non ci hanno mai chiamato. Così per quel poco che ci possiamo permettere sta seguendo una terapia da un privato. L’autismo va affrontato in età evolutiva, non si può aspettare. Mia figlia vede la specialista due volte alla settimana anche se tutti i dottori concordano che avrebbe bisogno di sei/otto ore a settimana con terapie sia a casa, sia a scuola. Ma costa troppo”.

Dafne sfoglia un quaderno con grandi disegni e fotografie. “È il suo quaderno delle comunicazioni perché, se per molti aspetti è migliorata, per quanto riguarda il linguaggio siamo fermi. Non parla”. La seconda figlia di Dafne “a scuola è seguita costantemente da una maestra di sostegno mentre il pomeriggio le operatrici del servizio sociale mi aiutano all’uscita di scuola. Una persona deve sempre stare con lei e senza qualcuno che mi dà una mano non potrei mai portare le mie tre bambine al parco. Sarei costretta a tenerle chiuse dentro casa”.

L’ultima figlia ha tre anni e mezzo. “Anche lei ha avuto un ritardo nel linguaggio. Dopo la terapia ha un po’ recuperato ma continua a parlare male e avrebbe bisogno di una logopedia costante. Anche lei è in lista d’attesa ma non ci hanno mai chiamato”. Con Dafne vive anche il padre delle tre bambine. “Senza di lui non avremmo proprio potuto farcela. Lavora in una ferramenta, lo stipendio non è alto. In più negli ultimi mesi gli hanno ridotto le ore e percepisce sempre meno. Alla fine del mese quando sottrai i soldi per pagare le terapie, quelli delle bollette, la rata del condominio alla quale si aggiungono i 250 euro dell’indennità di occupazione ti rendi conto che non potresti mai pagare un affitto. A volte faccio fatica a pagare i conguagli delle bollette”.

Il 18 marzo 2014 l'Ater di Roma notifica il decreto di rilascio dell'immobile “entro trenta giorni” pena “l’esecuzione forzata”. Dafne avanza ricorso. L’Ater avvia anche una causa civile per il versamento delle indennità di occupazione non versate. Dall’ottobre del 2011 al gennaio del 2019 ammontano a 21mila e 442 euro. Sommati alla multa rilasciata il giorno dell’accertamento della polizia locale si sforano i 40mila euro. Questa volta il giudice condanna Dafne al versamento degli arretrati, ai quali si aggiungono 2mila euro “per compensi professionali” e 264 euro di spese vive, e le intima di lasciare l’appartamento entro il 28 febbraio del 2019.

A questa sentenza Dafne ha avanzato appello per motivi di natura burocratica e la procedura si è fermata. “Ho anche versato i 400 euro per avviare la pratica per la rateizzazione della morosità. Allo sportello hanno capito la gravità della situazione e hanno accettato una consistente dilazione dei tempi. Di solito sono 24 mesi ma con i miei 21 mila euro al mese mi ritroverei a versarne più di 800. Se ci aggiungi anche i 250 euro dell’indennità di occupazione diventa impossibile. Io voglio pagare, sono d’accordo, ma vorrei poter avere la possibilità di essere regolarizzata. E invece pago, ma rischio comunque di essere cacciata. Prima di effettuare uno sgombero dovrebbero distinguere i casi di chi ha bisogno e quelli di chi invece un affitto se lo può permettere”.

Come ci si sente in queste condizioni Dafne lo spiega così: “Quando sono venuti per notificarmi il decreto di rilascio mi è stato detto che i servizi sociali potevano offrirmi un posto in una casa famiglia. Ma come è possibile portare una bambina autistica in una casa famiglia? In tanti mi chiedono se sto pensando a una soluzione. Sono sincera io ci ho pensato spesso ma non riesco proprio a trovarla. Così vivo alla giornata sperando che il momento dello sfratto non arrivi mai”. 

“Un tempo, per decidere quali sgomberi effettuare si passava da una commissione prefettizia, oggi vengono portati avanti senza più alcun criterio”, il commento di Yuri Trombetti, responsabile Politiche abitative del Pd di Roma. “Ater ha pagato una società esterna per incrociare i dati e individuare i residenti nelle case popolari che hanno a disposizione altre proprietà. Sono queste le persone che devono essere allontanate, non chi ha redditi bassi. Queste persone vengono messe di fronte ad un’unica alternativa: la strada o la casa famiglia che comporta la divisione dei nuclei familiari. Oggi ci sono circa 4 mila decreti di rilascio che il Comune vuole rendere esecutivi con il rischio di innescare una vera e propria bomba sociale. Al contrario è necessario bloccare gli sgomberi. Il palazzo dove vive Dafne a Testaccio, inoltre, è un condominio misto: una situazione che rappresenta un modello in tutta Europa e che solo in Italia è diventato un problema. Il Pd di Roma sarà a tutti i picchetti anti-sfratto ai danni di chi ha bisogno. La politica deve trovare delle risposte”.

"L’Ater di Roma, grazie all'applicazione del decreto legge Lupi del 2014, sta mettendo in atto già dagli ultimi mesi una politica nel centro storico delle città - e in particolare a Testaccio - che sta portando all’espulsione dei ceti sociali più deboli per fare posto a chi usa il patrimonio pubblico per scopi speculativi, B&B e altre forme di turistificazione vietate dalla legge sull’edilizia pubblica", il commento di Angelo Fascetti di Asia Usb che annuncia che a breve si terrà un'assemblea pubblica proprio su Testaccio.  "La strategia usata è quella di andare a ricercare negli anni un cavillo per dichiarare centinaia di inquilini senza titolo, procedere allo sfratto senza preavviso, mettere all’asta gli alloggi. Come accaduto a Monica alcuni mesi fa: cacciata improvvisamente dall’alloggio dove era residente insieme al nonno dal 1992, regolarmente censita pagava il canone d’affitto, e dopo 27 anni è stata considerata, senza possibilità di smentita, abusiva. Ora il suo alloggio è all’asta".

Aggiornamento

Dopo la pubblicazione dell'articolo il direttore di Ater, Andrea Napoletano, ha inviato questa dichiarazione a Romatoday. La redazione precisa però che Ater è stata contattata prima della redazione dell'articolo ricevendo conferma in merito a una serie di circostanze relative alla vicenda. "Respingo con fermezza quanto contenuto  nell’articolo. Come da norma l’Ater ha l’obbligo di attivare e concludere le azioni di rito a contrasto delle occupazioni. Nel caso di specie l’iter si è concluso nel 2014, ogni commento, peraltro impreciso, sulla situazione attuale è fuori luogo. Le situazioni di fragilità sono seguite con grande attenzione, come nel caso di specie. La signora più volte ha trovato nei nostri uffici proposte e possibili soluzioni percorribili secondo norma di legge. Aggiungo che al momento non risulta pervenuta alcuna ordinanza di sgombero da parte del Comune, visto il procedimento legale pendente con udienza fissata a gennaio 2020".

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