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Un momento di protesta degli inquilini dei residence (Immagine di repertorio)

Un momento di protesta degli inquilini dei residence (Immagine di repertorio)

Sola con tre figli minori, uno invalido: "Ma il Comune mi sgombera dal residence"

Nel "nucleo familiare" anche la figlia di 21 anni con un neonato

"Il 27 dicembre si sono presentati i vigili e mi hanno comunicato che entro una decina di giorni verranno a sgomberarmi". Trema la voce a Veronica, madre di quattro figli, di cui tre minori di 13, 11 e 7 anni, e nonna di un neonato di tre mesi e mezzo, quando deve spiegare che tra meno di una settimana potrebbe ritrovarsi senza un tetto sotto cui vivere. Sperava di uscire dal residence in cui ha abitato per dieci anni, in via Vincenzo Tineo, nel quartiere Alessandrino, entrando in una casa popolare. I 61 punti accumulati in oltre dieci anni di attesa l'hanno fatta schizzare in alto in graduatoria, ad un ottavo posto così vicino alla fine di un calvario abitativo che dura ormai da oltre 20 anni. Ma Veronica, da accertamenti del Comune, è risultata "utilizzatore" di una casa popolare nella zona di Torre Gaia. È saltato così il diritto a godere dell'assistenza alloggiativa che ha avuto per 12 lunghi anni. Il dipartimento Politiche Abitative del Comune di Roma, si legge nella comunicazione, ha disposto lo sgombero immediato. 

Nel 2013, c'era l'amministrazione Marino, il Comune ha avviato il progetto di chiusura dei Centri di assistenza alloggiativa temporanea, che da soluzione temporanea hanno accolto a prezzi esorbitanti migliaia di persone anche per oltre quindici anni. Tra un intoppo e l'altro il piano si è trascinato fino ad oggi con l'amministrazione Raggi che ha confermato la chiusura di tutte le strutture, nelle quali vivono ancora circa 1400 famiglie, entro il 2018. Ma le assegnazioni tramite buono casa, il contributo comunale per l'affitto privato, procedono a rilento. E il bando per reperire 800 alloggi dove trasferire le famiglie più povere ne ha racimolati solo 100. Intanto proseguono a tappeto i controlli sulla posizione di quanti vivono ancora nelle strutture. 

A Veronica la prima comunicazione arriva a marzo del 2017. "Mi sono subito recata presso gli uffici preposti per depositare le mie controdeduzioni, protocollate. In quell'occasione mi hanno anche chiesto scusa per il disguido e assicurato che tutto era rientrato". Ma il procedimento non si ferma. E tra meno di una settimana, "non so nemmeno il giorno preciso", la polizia locale del Comune di Roma potrebbe bussare alla sua porta per cacciare lei, i suoi quattro figli e il nipotino dal residence in cui sono cresciuti. 

Il fatto contestato recentemente dal Comune risale a oltre ventanni fa. Per raccontarlo Veronica deve riavvolgere la sua vita fino al 1996 quando, in una calda estate romana la sua prima gravidanza si avvicinava al termine. "Non potevo più risiedere nell'abitazione di mia madre e vivevo praticamente in un garage. Avevo paura che non avendo una residenza da dichiarare mi avrebbero segnalato come senza fissa dimora togliendomi mia figlia. Così ho chiesto a un parente di poter mettere temporaneamente il domicilio a casa sua, una casa popolare. Ma io in quella casa non ci ho mai vissuto. E non ne sono mai stata assegnataria". 

Nel frattempo Veronica ha percorso la sua Odissea. Prima in una casa in affitto, impossibile da pagare quando il marito ha perso il lavoro, poi sette anni in una scuola occupata a Tor Sapienza. "Il Comune ci fece uscire da lì". Quasi un anno in un albergo messo a disposizione dall'amministrazione, un altro anno in un residence sulla Colombo e poi il trasloco definitivo in quello di via Vincenzo Tineo, all'Alessandrino. Il 23 giugno del 2016 gli uffici delle Politiche Abitative comunicano a Veronica che ha 61 punti in graduatorie. Oggi è all'ottavo posto. "Manca davvero poco". E mentre l'amministrazione Raggi festeggia per 500 assegnazioni in un anno a fronte di un esercito in attesa composto da 11.200 famiglie, la comunicazione che Veronica stringe tra le mani sta facendo evaporare l'unico lieto fine possibile di oltre vent'anni di fatiche abitative. 

Con lei i quattro figli. La prima, oggi 21 enne, è madre di un bambino di poco più di tre mesi. Anche quest'ultimo è conteggiato nel "nucleo familiare" per il quale il Comune ha disposto "immediato sgombero". Il figlio di 13 anni è invalido per patologie psichiche. "È anche epilettico e deve assumere costantemente dei farmaci". Quello di 11, anche lui tenuto sotto osservazione dai medici per disturbi di natura comportamentale, "nell'ultimo mese non è praticamente mai riuscito ad andare a scuola". E infine la figlia di 7 anni. "Il padre non vive più con noi. Io al massimo posso sperare in qualche lavoretto precario qua e là ma l'unico reddito fisso che percepiamo è la pensione di invalidità di mio figlio da 290 euro al mese, più l'assegno per  il terzo figlio che ammonta a circa 900 euro 2 volte all'anno".  

Il Comune conosce la loro situazione. "Anche gli assistenti sociali del municipio". Veronica, infatti, è in assistenza alloggiativa da 12 anni e dopo la decisione del Comune di chiudere i residence ha avanzato e ottenuto sia la domanda per un buono casa sia quella per l'accesso al Sassat, il Servizio di assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo, pensato dall'amministrazione Raggi per dare una risposta alle famiglie più povere che vivono dentro ai residence, quelle con un massimo di 6 mila euro all'anno di reddito Isee, e affiancarle con i servizi sociali. "Siamo stati ammessi anche a questo" conferma Veronica. 

Ma la 'macchia' che grava sul suo passato rischia di far saltare tutto. Perdendo il diritto all'assistenza alloggiativa Veronica perde anche il relativo punteggio. Pena un'amarissima retrocessione in graduatoria con il rischio di compromettere l'intero percorso. Non solo. Il Comune le chiede anche i soldi per "l'assistenza alloggiativa non dovuta". Dalla data in cui ha ricevuto la comunicazione, per ogni giorno che passa si sommano 62,19 euro. La sentenza è chiara. Se Veronica non sarà in grado di produrre adeguata documentazione, come già avvenuto per la prima comunicazione di marzo, "verrà emesso il provvedimento, immediatamente eseguibile, di revoca all'assistenza alloggiativa temporanea e di contestuale accesso e sgombero". Difficile accogliere il nuovo anno con un brindisi. La speranza in un 2018 migliore è soffocata da una domanda: "E adesso io e i miei figli dove andremo?". 

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