Ex scuola Cardinal Capranica: ad un anno dallo sgombero famiglie senza casa. E per il Comune maxi spesa per pagare le cooperative

A un anno dallo sgombero dell'ex scuola a Primavalle le famiglie sono ancora senza casa. E mentre il quadro del disagio abitativo peggiora si avvicina la possibilità di una nuova operazione

Il 15 luglio di un anno fa l’ex scuola di via di Cardinal Capranica a Primavalle, abitata in modo spontaneo per quasi vent’anni da decine di famiglie in difficoltà abitativa, è stata sgomberata con l’uso della forza pubblica. L’edificio, di proprietà del Comune di Roma, è stato circondato dai blindati delle forze dell’ordine e dagli agenti in tenuta antisommossa fin dalla tarda serata del giorno precedente. Per tutta la notte centinaia di attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare e delle realtà sociali cittadine sono rimasti in presidio. Tutti gli abitanti dell’occupazione, bambini compresi, hanno atteso l’alba barricati dietro ai cancelli dell’ex scuola. Nessuno ha dormito. Entro le prime ore del pomeriggio successivo le 78 famiglie presenti, oltre 250 persone in tutto tra le quali un’ottantina di bambini, hanno lasciato l’edificio sotto il controllo degli agenti in tenuta antisommossa portando con sé solo ciò che riusciva a stare in valigie e borsoni.

Da quel giorno nessuna di quelle persone ha trovato una sistemazione abitativa stabile. La maggior parte di loro ha rifiutato di trasferirsi in un centro di accoglienza per senza tetto. Qualcuno è stato accolto in altre occupazioni cittadine e oggi vive con la paura di un nuovo sgombero. Altri, soprattutto persone senza bambini, hanno cercato alloggi di fortuna in giro per la città. Di tante famiglie si sono perse le tracce. Chi ha accettato l’assistenza del Comune vive ancora oggi nei centri di accoglienza per senza fissa dimora. La determina dirigenziale di affidamento del servizio porta la data dell'11 luglio 2019, solo quattro giorni prima dello sgombero. Una decisione presa quando al tavolo del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura, al quale sono seduti tutti gli enti competenti compresi Comune e Regione, è stato deciso che non ci sarebbe stato più alcun rinvio per l’operazione.

Il Comitato provinciale stava lavorando da mesi al piano degli sgomberi degli immobili occupati nella Capitale, in particolare a una mini-lista formata da 22 edifici. Tra gli interventi considerati prioritari l’ex scuola di Primavalle era l’unica di proprietà pubblica, di Roma Capitale. L’intervento è stato fortemente voluto dall’allora ministro dell’Interno leghista, Matteo Salvini, che nel luglio del 2019 era ancora al governo con il Movimento cinque stelle. “Stiamo recuperando anni di assenza”, ha dichiarato mezzo stampa mentre 18 blindati della polizia, 6 camionette dei carabinieri, 6 defender, 2 camion idranti e un elicottero, assediavano le famiglie di senza casa.

Oltre ai costi dello sgombero, che non sono mai stati resi noti, da allora il Comune ha speso circa 19 euro a persona per ogni giorno trascorso all’interno del centro di accoglienza. Il dipartimento Politiche sociali non ha fornito a Romatoday dati più aggiornati ma è possibile effettuare una stima partendo dalla prima determina di affidamento che stanziava 64.386 euro per 30 giorni per 110 persone: circa 19 euro e 50 a persona. Per una famiglia di quattro persone sono oltre 2.300 euro al mese, 28 mila euro in un anno.

Non sappiamo con precisione il numero di persone che ancora oggi risiedono nei centri di accoglienza di piazza delle Gardenie e di via Somaini a Tor Vergata. Subito dopo lo sgombero, nel luglio del 2019, le persone accolte erano 77. L’amministrazione fa sapere che qualche nucleo nel frattempo è stato dirottato verso altre soluzioni anche se non è stato fornito il numero preciso e anche se a Romatoday, da dialoghi intercorsi con i diretti interessati, non risulta che alcuna famiglia sia riuscita a ottenere alternative. Considerando un numero al ribasso di 50 persone accolte si arriva a una spesa stimata di circa 350 mila euro in un anno.

Costi molto simili a quelli dei residence per l’emergenza abitativa la cui chiusura progressiva, iniziata con l’amministrazione Marino e proseguita con quella Raggi, era stata decisa proprio per la spesa molto alta (un giro d’affari per proprietari degli immobili e per i gestori delle strutture che aveva raggiunto i 40 milioni di euro all’anno) e per il fatto che, nonostante si trattasse di assistenza temporanea, molte famiglie vi sono rimaste per tanti anni. Oggi sono ancora circa un migliaio ma più nessuno viene destinato a queste strutture. Chi viene sfrattato oggi a Roma non ha nessuna alternativa. Anche il centro di accoglienza per senza tetto avrebbe dovuto essere una soluzione a breve termine per le famiglie sgomberate dall’ex scuola di via di Cardinal Capranica.

Nei giorni successivi allo sgombero l’ex assessora alle Politiche sociali, Laura Baldassarre, ha assicurato più volte: “Il centro di accoglienza sarà una soluzione temporanea”. La stessa sindaca Virginia Raggi ha scritto su Facebook in occasione di una visita al centro di accoglienza: “Adesso inizia un percorso personalizzato di inclusione per trovare una sistemazione definitiva". Ma non è accaduto. In questi mesi l’unica strada alternativa proposta è stato un buono casa da 516 euro, poi alzato a 700 euro vista l'inefficacia, della durata di 4 anni. Le famiglie avrebbero dovuto trovarsi un alloggio autonomamente e, contratto d’affitto alla mano, avrebbero dovuto richiedere il contributo. Il Comune fa sapere che alcune famiglie sono riuscite a ottenere il buono casa ma da interviste effettuate da Romatoday risulta che nessuna di loro è uscita dal centro di accoglienza con questa soluzione. Alcune famiglie hanno raccontato che difficilmente i proprietari di appartamenti in affitto sono disposti a stipulare un contratto senza garanzie economiche autonome.

A pesare ulteriormente sull'utilizzo di questo strumento nei prossimi mesi il fatto che un altro buono casa, quello che l’amministrazione Marino aveva assegnato alle famiglie uscite dai residence per l’emergenza abitativa, è scaduto ormai cinque mesi fa e non è ancora stato rinnovato. Dal dipartimento Politiche abitative hanno fatto sapere che è in corso una valutazione per rinnovarlo ma, a partire da marzo, i contratti in scadenza non vengono più rinnovati e i proprietari di casa non stanno più percependo l’affitto dei loro appartamenti. Il blocco degli sfratti deciso dal Governo fino al 31 dicembre 2020 impedisce che le famiglie vengano buttate per strada ma, come Romatoday ha potuto verificare, non manca chi ha già fatto ricorso a un avvocato per ottenere dagli inquilini in disagio abitativo le somme non versate dall’amministrazione comunale con tanto di diffida a lasciare l’appartamento.

Tornando alle famiglie sgomberate da Primavalle, il Comune fa sapere che era stato messo in campo anche un progetto di cohousing ma tutto si è fermato per l’emergenza Coronavirus.

I costi dell’operazione di sgombero non sono stati solo economici ma anche umani e sociali. Alle famiglie nel centro di accoglienza è stata assegnata una stanza o due a seconda del numero dei componenti. Tutta la vita privata familiare, compreso lo studio e il gioco dei minori, si consuma nello spazio di qualche metro quadrato. Nessuno di loro ha a disposizione una cucina, nemmeno chi ha i bambini più piccoli. La maggior fonte di preoccupazione per le famiglie è stata la continuità scolastica. Queste strutture si trovano nei quartieri di Centocelle e di Tor Vergata, distanti circa 40 chilometri di strada da Primavalle.

Rassicurati sulla temporaneità della situazione, con la speranza di tornare ad abitare nel quartiere dove vivevano da anni, tutti i bambini hanno così continuato a frequentare i propri istituti scolastici nel quartiere di Primavalle affrontando viaggio in scuolabus ogni mattina nel traffico romano. Con la diffusione dell’epidemia di Coronavirus e l’avvio della quarantena hanno affrontato la didattica a distanza senza spazi adeguati. Alcuni adulti, invece, stando al racconto delle persone intervistate in questi mesi, hanno perso il lavoro a causa della distanza dal luogo di orgine. Qualcuno ha trovato impieghi saltuari. Le persone contattate da Romatoday che oggi vivono nel centro non hanno voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali. Nessuno, è emerso da alcune testimonianze, ha idea di come uscire “da questa trappola”.

Non appena lo stop dovuto all’epidemia di Coronavirus lo permetterà, probabilmente a settembre, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza tornerà a lavorare sugli sgomberi dei palazzi occupati. In cima alla lista ormai da mesi ci sono gli ex uffici di viale del Caravaggio. Per il loro mancato sgombero la proprietà ha chiesto e ottenuto in tribunale un risarcimento milionario al Viminale. In questo stabile vivono 120 famiglie, circa 300 persone in tutto, tra le quali una settantina di bambini.

Comune di Roma e Regione Lazio puntano a replicare quanto accaduto nel febbraio del 2019 con lo sgombero di un altro edificio in via Carlo Felice. In quel caso le 70 persone che ci vivevano sono state trasferite, con un contratto temporaneo, in appartamenti messi a disposizione in parte dalla Regione Lazio e in parte dalla proprietà dello stabile da sgomberare mentre anche allora, solo per i single, il Comune di Roma aveva proposto il centro di accoglienza per senza tetto a Centocelle. In tutti questi mesi i movimenti per il diritto all’abitare hanno chiesto “soluzioni dignitose e non emergenziali” per le famiglie da sgomberare e un piano per affrontare il disagio abitativo cittadino. A Roma, infatti, in lista d’attesa per una casa popolare ci sono oltre 13mila famiglie. Alcune migliaia di queste vivono proprio nelle occupazioni dove i censimenti indicano che il 90 per cento dei residenti ha redditi tali da permettere l'accesso a un alloggio pubblico.

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Intanto l’emergenza economica che ha seguito quella sanitaria ha fatto aumentare il numero delle famiglie che non riescono più a pagare l’affitto. Il bonus messo in campo dal Comune con 12 milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio proprio per far fronte all’emergenza Coronavirus è stato richiesto da 49mila famiglie (sono tutte ancora in attesa, il dipartimento Politiche abitative non ha ancora comunicato la data dell’erogazione). I sindacati degli inquilini si aspettano un aumento del numero degli sfratti, che negli anni scorsi ha oscillato tra le 6 e le 8 mila unità all’anno. In questo quadro le alternative per le 120 famiglie che oggi vivono nell’occupazione non sono ancora state definite. Nel febbraio 2020 il Consiglio regionale del Lazio ha inserito nel Collegato al bilancio un articolo che stanzia una quota di case popolari alle famiglie in emergenza abitativa. Ma ancora non è chiaro se e quante abitazioni verranno messe in campo per questo scopo. Intanto le 78 famiglie sgomberate dall’ex scuola di Cardinal Capranica aspettano ancora di capire quali soluzioni abitative alternative sono destinate a loro.

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