Occupazione Cardinal Capranica, nella Roma senza alternative cresce l'emergenza: la comunità di Primavalle resta senza casa

Su 250 persone presenti nell'immobile, solo 145 persone hanno accettato il sistema di accoglienza capitolino. Ma il numero si sta riducendo

ANSA/Massimo Percossi

Il giorno dopo la prova muscolare dell’assedio e dello sgombero dell’ex scuola di Primavalle, nella Capitale si allarga la voragine del disagio abitativo con una nuova emergenza da gestire. Le circa 250 persone che abitavano lo stabile di via Cardinal Capranica, tra le quali un’ottantina di bambini, sono state costrette a uscire di fronte allo schieramento di blindati, defender e camion idranti e oggi ognuna di loro si trova in condizioni abitative più precarie e difficili di prima. Il Campidoglio, nella serata di ieri, ha fatto sapere di aver proposto assistenza a tutte e 199 le persone censite e che solo in 145 hanno accettato di essere trasferiti in centri di accoglienza e senza divisione dei nuclei familiari.

L’assessora Baldassarre: "Assistenza strutturale di un anno alle famiglie"

Si tratta di strutture che erano già state utilizzate in precedenza per la cosiddetta emergenza freddo o per l’accoglienza dei senzatetto, per la maggior parte posti letto in stanze in comune, con bagni condivisi e un servizio mensa a orari prestabiliti. Solo tre famiglie sono state trasferite in veri e propri appartamenti messi a disposizione dalla Regione Lazio. Case del patrimonio pubblico ma non assegnabili come alloggi popolari. Un centinaio di persone ha rifiutato, preferendo continuare a cercare in soluzioni informali una risposta abitativa.

Molte altre, fanno sapere dai movimenti per il diritto all’abitare, che hanno avviato un contro-censimento per avere sotto controllo le condizioni delle famiglie disperse con le operazioni di ieri, se ne sono andate dopo aver visionato i tre centri messi a disposizione. “La mattina del giorno seguente ci risulta che solo una quarantina sono rimaste, ma stiamo continuando a lavorare per metterci in contatto con tutti”, racconta Paolo Di Vetta dei Movimenti per il diritto all’abitare. “Qualcuno ha riferito di porte sfondate o letti a castello con materassi infestati, senza alcuna privacy. Altri di un servizio mensa a orari prestabiliti, senza la possibilità di scaldare un po’ di latte ai bambini piccoli”. È così che alcune famiglie hanno chiesto ospitalità alle occupazioni della zona di Primavalle, gli stabili di Torrevecchia e di Battistini. “Per ora sono cinque, ma le richieste stanno aumentando”, riferiscono dalle occupazioni interessate. “Sappiamo che non manca chi è riamasto a dormire per strada, arrangiandosi con i cartoni”. 

La via dello trasloco senza sgombero che era stata messa in campo con il palazzo di via Carlo Felice non è stata così replicata. Dal Campidoglio specificano che le soluzioni alternative sono state offerte nei giorni precedenti all’operazione, tra il giovedì e il venerdì, ma che sono state rifiutate. Le famiglie residenti nell’ex scuola, invece, chiedevano da tempo l’apertura di un dialogo nel tentativo di uscire dall’occupazioni con risposte abitative “dignitose”, non emergenziali, che avrebbero permesso una vita autonoma “restando vicini al posto di lavoro e alla scuola frequentata dai bambini”.

La trattativa, inoltre, è stata portata avanti nei giorni in cui la data dello sgombero era già stata fissata ed era chiaro che il Viminale del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, era intenzionato a mettere in campo uno schieramento di forze dell’ordine esemplare per dare avvio a quella stagione di sgomberi a lungo annunciata. La data prefissata però è slittata solo di una ventina di giorni, nonostante sull’immobile non penda il rischio di richieste di risarcimento da parte di privati dal momento che si tratta di una scuola di proprietà di Roma Capitale che non ha ancora spiegato la futura destinazione dell’immobile.

Come riportato da Romatoday, il 24 giugno scorso il quadro delle soluzioni alternative non era ancora stato definito. I vecchi residence per l’emergenza abitativa, che per anni hanno assorbito a costi fuori mercato centinaia di sgomberati e sfrattati, stanno attraversando una complicata fase di chiusura. Le alternative a questo sistema non sono ancora diventate operative e accogliere nuove famiglie avrebbe rappresentato un peso insostenibile per un piano che già procede a fatica. Il nuovo servizio di assistenza socio-alloggiativa temporanea, i cosiddetti Sassat 2, non è ancora partito. Gli immobili confiscati alla criminalità organizzata, che nelle intenzioni del comune dovrebbero trasformarsi in alloggi temporanei, ancora non sono stati sistemati. Il tutto considerando che le persone a cui dare un tetto, nel caso di Cardinal Capranica sono quasi il triplo.

Così la strada delle soluzioni emergenziali si è rivelata obbligata. Il Campidoglio ha avviato un’indagine di mercato tra gli operatori che già nei mesi scorsi hanno messo a disposizione strutture di accoglienza per il piano freddo e per i senza tetto. A dare la propria disponibilità per un immobile che si trova a Centocelle è stata Medihospes, cooperativa che opera a livello nazionale e che, tra le altre mission, ha anche quella di dare assistenza ai migranti. E altri due sono stati proposti in altri due quartieri della Capitale. Secondo quanto apprende Romatoday da fonti capitoline, il costo va dai 16 ai 18 euro al giorno a testa, per un totale che, calcolato su 100 persone, si aggira attorno ai 50mila euro al mese. Per pagare questo sistema emergenziale è stato sbloccato il milione di euro messo a disposizione dalla Regione Lazio nel Patto per la sicurezza urbana siglato ad aprile in Prefettura insieme al Comune.

Le persone che resteranno in queste strutture andranno ad aggiungersi a quelle delle operazioni messe in campo nei mesi scorsi. Nella lista al tavolo della Prefettura ci sono altri 23 immobili nei quali abitano centinaia di persone. Roma a ogni sgombero da un lato vede crescere il numero di persone assistite nei centri di accoglienza che obbligano le famiglie a vivere in condizioni emergenziali, dall’altro vede riproporsi la ricerca di situazioni abitative informali che la politica degli sgomberi dice di voler superare. Il tutto senza un piano per reperire nuovi alloggi pubblici. I censimenti effettuati nelle prime occupazioni dicono che la quasi totalità delle famiglie che vi abitano sono in attesa di una casa popolare. Una graduatoria che conta quasi 13mila famiglie e che al ritmo di 400-500 assegnazioni all’anno verrà esaurita in circa trent’anni.

Le risorse non mancano. Per esempio, il piano per l’emergenza abitativa di Roma Capitale messo nero su bianco dalla Regione Lazio in una delibera del 2014 stanziava quasi 200 milioni di euro. 40milioni, dopo il rifiuto del Campidoglio di utilizzarli anche per le famiglie residenti nelle occupazioni, sono finiti nelle casse dell’Ater per un piano triennale da 700 nuovi alloggi derivanti dai frazionamenti degli appartamenti più ampi. Altri finanziamenti, secondo quanto apprende Romatoday, sono però disponibili e utilizzabili di concerto tra i due enti. Proprio questa mattina una delegazione dei movimenti per il diritto all’abitare ha incontrato l’assessora alle Politiche Sociali, Laura Baldassarre, il delegato alla Sicurezza Marco Cardilli, con una rappresentanza delle Politiche Abitative. La scorsa settimana era stato avviato un tavolo con la maggioranza al Consiglio regionale. Nei prossimi giorni dovrebbero essere avviati tavoli di confronto. 

Intanto questa mattina i tre arrestati ieri dalla Digos di Roma per i momenti di tensione durante lo sgombero sono stati condannati con il rito direttissimo a un anno di reclusione con la sospensione della condizionale. “Siamo soddisfatti per l'assenza di misure”, le parole di Di Vetta. “Il loro comportamento è stato condannato ma i giudici hanno riconosciuto le circostanze in cui si sono verificati i fatti e la ‘legittima rabbia’ che ne è scaturita”. 

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