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Rom, sentenza del Tribunale gela il Campidoglio: "Chiudere subito campo La Barbuta"

A far partire l'azione legale contro il Comune di Roma nel 2012, l'associazione 21 Luglio e l'Asgi (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione). Il 'villaggio attrezzato' è stato giudicato "discriminatorio"

I campi sono ghetti a tutela esclusiva di chi su emergenze etniche create ad arte costruisce business milionari. Non lo dice solo l'Europa. Se le ammonizioni d'oltralpe non fossero sufficienti a convincere gli amministratori che sull'accoglienza della comunità rom è tempo di voltare pagina, dal 30 maggio si aggiunge un'altra sentenza, tutta nostrana. 

Il Tribunale Civile di Roma ha riconosciuto "il carattere discriminatorio" de La Barbuta, uno dei sette 'villaggi attrezzati' della Capitale. Situato nel cono di volo dell’aeroporto Pastine di Ciampino, ospita 580 rom, di cui 319 minori, un centinaio di nuclei familiari. E' dal 2012 che diventa un maxi campo, quando gli sgomberi forzati in clima di "emergenza" necessitano di bacini in cui far confluire centinaia di persone rimaste senza un tetto. La Barbuta, un quadrante isolato, lontano dai servizi, lontano dalla città, lontano dai romani, dove già vivevano piccoli insediamenti dagli anni '90, rientra tra i prescelti. 

Ed è sempre nel 2012 che l’Associazione 21 luglio e l’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) fanno causa al Campidoglio sostenuti dall’Open Society Foundations, da Amnesty International e del Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC). Il villaggio di Ciampino è da considerarsi per i querelanti "discriminatorio - e quindi illegittimo – già per il solo fatto di rappresentare una soluzione abitativa di grandi dimensioni rivolta a un gruppo etnico specifico e comunque priva dei caratteri tipici di un’azione positiva". Tanto più se realizzata, come nel caso specifico, "in modo da ostacolare l’effettiva convivenza con la popolazione locale, l’accesso in condizione di reale parità ai servizi scolastici e socio-sanitari e situato in uno spazio dove è posta a serio rischio la salute delle persone ospitate al suo interno".  

L’8 agosto 2012, pronunciandosi sull’istanza cautelare, il Tribunale accoglie la richiesta e ordina la sospensiva dei trasferimenti da Tor de'Cenci "fino alla definizione del procedimento sommario di cognizione". Il 13 settembre fa marcia indietro, e in seguito al reclamo del Campidoglio annulla la sospensiva. Oggi, a tre anni di distanza, il giudizio in primo grado accoglie le ragioni delle associazioni con una sentenza storica, destinata a far da spartiacque, "oltre il quale - spiega la 21 Luglio - ogni azione del Comune di Roma deve indirizzarsi verso il definitivo superamento dei campi della Capitale". 

Una strada già tracciata dall'evidenza di luoghi che dietro la terminologia quasi edificante del "villaggio solidale" nascondono violazioni quotidiane dei diritti umani più volte denunciate. Tralasciando le frange politiche che vorrebbero "raderli al suolo", che i campi siano da chiudere prima di tutto per tutelare chi li abita, sembra opinione unanime. Ma, dalle parole ai fatti, c'è il solito abisso. L'amministrazione Marino lo dichiara da mesi - "basta campi" - salvo non aver ancora lanciato neanche l'ombra di una strategia. E salvo per La Barbuta aver valutato e mai ufficialmente rigettato un progetto firmato Leroy Merlin, che andava nella direzione opposta alla chiusura: la realizzazione di un nuovo campo accanto a quello già esistente.

Cosa cambia con la sentenza? "Crea un precedente fortissimo sul piano giurisprudenziale - spiega il legale dell'Asgi, Salvatore Fachile - "la risposta del tribunale è di altissimo livello, vi è un applicazione del diritto anti discriminatorio che parte dal principio che non si possono riservare trattamenti differenziati a una parte di popolazione se non in caso di tutela positiva. Si tratta di una strada di non ritorno, che non può che spingere a una trattativa che porti a nuove soluzioni abitative possibile". E se queste non dovessero arrivare in tempo rapidi il rischio per l'amministrazione è presto detto: una serie di ricorsi e cause a pioggia, su tutti i campi simili a Barbuta. "Oltre ovviamente a centinaia di richieste di risarcimento che i rom avrebbero tutto il diritto di avanzare".

Un verdetto che anche Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, nel suo intervento alla presentazione della sentenza a palazzo Madama, definisce "fondamentale, perchè aiuta a liberarci da un equivoco odioso. Intorno ai campi nomadi esistono due schieramenti: i contrari, che sono coloro che vogliono eliminarli, guidati da alcuni 'teppisti' della politica, e dall'altra parte quelli che ne vorrebbero di più. Si tratta di 'speculazione sulla verità'. Noi crediamo in soluzioni abitative diverse e il tribunale ci dà ragione".

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