Case popolari, sanatoria negata a un inquilino con il padre assegnatario: Tar dà torto al Comune

Secondo il tribunale amministrativo l'inquilino in questione “non è qualificabile quale formale assegnatario”. Compresso "il suo diritto all'abitazione"

Il dipartimento Patrimonio e Politiche abitative aveva negato la regolarizzazione a un inquilino residente senza titolo in una casa popolare perché il padre nel 1973 era assegnatario di un alloggio pubblico. Il Tribunale amministrativo del Lazio, però, ha ribaltato questa decisione e ha annullato la determinazione dirigenziale condannando l’amministrazione capitolina al pagamento delle spese legali. La sentenza è stata pubblicata il 4 novembre scorso. 

L’inquilino aveva chiesto di regolarizzare la propria posizione in base alla legge della Regione Lazio 27 del 2006 che permetteva di sanare coloro che avevano occupato prima del novembre del 2006. La richiesta però, con una determinazione del marzo del 2020, è stata negata. Secondo gli uffici del dipartimento l’inquilino non poteva avere diritto a una nuova assegnazione in quanto avrebbe già goduto di “precedente assegnazione”. Il motivo? Dal 1973 al 1990 aveva vissuto con la famiglia nell'alloggio pubblico assegnato al padre. 

Secondo le giudici, però, l’inquilino “non è qualificabile quale formale assegnatario” in quanto ha usufruito di un altro alloggio popolare “in qualità di mero componente del proprio nucleo familiare” e “non in forza di un titolo autonomo di assegnazione”. La sentenza sottolinea inoltre come l’amministrazione capitolina, interpretando in quel modo la legge che permetteva la sanatoria, ha “illegittimamente ampliato” la cause ostative all’assegnazione “comprimendo il diritto all’abitazione” dell’inquilino che ha avanzato ricorso. Un diritto incluso dalla Corte Costituzionale, scrivono le giudici nella sentenza, “nel catalogo dei diritti inviolabili”. 

La notizia è stata commentata così dal sindacato Asia Usb: “Cominciano a cadere tutti quei castelli di sabbia costruiti dagli enti che gestiscono il patrimonio pubblico e che si stanno rivelando semplicemente illegittimi, utili solo allo scopo di coprire la mancanza di Politiche Abitative attive, serie e lungimiranti”, scrivono nella nota.

Il sindacato denuncia che l’inquilino in questione non rappresenta un caso isolato. “Ci chiediamo se donne come Nonna Pina, e le altre che si sono incatenate al Campidoglio nel febbraio dello scorso anno, non meritino, oltre al naturale riconoscimento del diritto alla casa, anche un risarcimento in termini economici per i danni subiti. Parliamo di persone cui è stata preclusa l’adesione al bando Pubblico per l’assegnazione di un alloggio perché considerate “occupanti”, in virtù di un cambio di residenza fatto negli anni Settanta o, in un altro caso, quando erano minori al seguito del proprio nucleo, come il caso di Roberta, sfrattata, madre di due figli esclusa sia dall’assegnazione del vecchio bando quando aveva 10 punti (il massimo per avere un alloggio popolare), sia dalla graduatoria del nuovo bando perché a 13 anni era nel nucleo del padre che era accusato di avere fatto un cambio di alloggio non autorizzato (accusa dimostratasi infondata). Una propensione a cercare i cavilli per escludere le persone, “fine pena mai” senza senso ed in violazione del bando stesso, che consente ai nuclei che si devono costituire di andare in deroga alla Legge Regionale”.

Continua il sindacato: “Considerando che questo criterio fallace è stato adottato non solo nella lavorazione delle domande di regolarizzazione, ma anche in quelle di subentro, di ampliamento del nucleo familiare, di rientro e nelle domande di adesione al bando stesso, quante migliaia di cittadini hanno visto un proprio diritto fondamentale violato? In quanti e quali termini può essere quantificato il danno economico e sociale apportato alla collettività, oltre che al singolo individuo? Sono quesiti legittimi che meriterebbero una riflessione ed un confronto fra le parti interessate e cui speriamo l’Amministrazione non si sottragga

La notizia è stata commentata anche dall’avvocato Fabio Grimaldi che ha seguito il ricorso insieme al collega Vincenzo Del Duca: “Dopo tanta ingiustizia, giustizia è stata fatta. Le giudici hanno compreso che il problema non poteva essere solo di lana caprina giuridica ma che in ballo c’era un principio costituzionale troppe volte calpestato. La direzione che ha preso questa sentenza in merito al diritto all’abitare non è purtroppo quella del comune di Roma che non ha dimostrato questa attenzione”.

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