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Salva-Roma, Marino agita lo spettro del fallimento: Renzi e il Pd lo bocciano

Niente autobus o manutenzione stradale, scuole chiuse, taglio dei contratti. Il "disastro" agitato dal sindaco irrita il governo, sindacati e Pd capitolino. Si attende per venerdì un nuovo decreto

Non le ha mandate a dire il sindaco Marino. Il giorno dopo il ritiro del decreto Salva-Roma, il primo cittadino della Capitale opta per la terapia d'urto e, con un'offensiva mezzo stampa, fa sentire al governo Renzi tutto il peso di un eventuale default della Capitale. “Dal primo marzo l'effetto sulla città sarà devastante” ha affermato ai microfoni di Radio Radio dopo aver detto: “Domenica blocco la città”. Scuole e musei chiusi, strade piene di rifiuti, niente autobus, illuminazione pubblica, trasporto scolastico o manutenzione stradale. “Dovrò tagliare di almeno il 40% i contratti di tutto il personale che dipende dal comune di Roma”. “Togliere il 90% a tutti i contratti per le società capitoline”.  “Non avendo delle indicazioni normative dallo Stato, io so che non ho il 90% dei soldi che servono per comprare il gasolio. Quindi posso o fermare i bus lunedì o decidere che funzioneranno tre giorni ad aprile, tre a maggio, tre a giugno. Non posso far andare gli autobus a fiato”.

Inevitabile la tensione con Palazzo Chigi che dichiara di essere "al lavoro" per riuscire a portare a casa per tempo un decreto che permetta di mettere in salvo i conti capitolini. Il termine è fissato per domani (28 febbraio), data di scadenza del decreto ritirato ieri. Tra il sindaco e il premier ci sarebbe stata anche una telefonata dai toni accesi. Nel pomeriggio il primo cittadino romano, pur non abbandonando del tutto la sua posizione, corre ai ripari. “Ho fiducia in Matteo Renzi e Graziano Delrio entrambi sono stati sindaci” dichiara a Sky Tg24. “Renzi è una persona sera” afferma a Rainews24.

Non scompare il tono polemico. Se è vero infatti che il decreto è stato ritirato per 'ostruzionismo' di Lega e M5S, è vero anche che i tempi in Senato non sono stati proprio quelli dell'urgenza. Di mezzo, una crisi di governo. Ma a Marino non è proprio andata giù. Dichiara in un'intervista: “Le sembra normale che con i soldi degli italiani quel decreto sia rimasto fermo 42 giorni in commissione bilancio al Senato? Io se mi metto a studiare in 42 giorni mi laureo in fisica...”. Domani il Consiglio dei ministri dovrebbe varare un nuovo decreto legge che dovrebbe essere immediatamente operativo.

Il rischio è che il bilancio 2013 approvato alla fine dello scorso anno perda la copertura legislativa ma Marino sembra chiedere di più: il riconoscimento dei maggiori costi per Roma Capitale. “Non voglio soluzioni temporanee o qualche soldo per riparare le buca ma soluzioni strutturali che permettano a Roma di svolgere il proprio ruolo di Capitale d'Italia”. Un messaggio chiaro che il sindaco e la sua giunta vanno ripetendo da settimane. L'esempio è sempre quello della manifestazioni: “Ogni anno se ne tengono 400-500 con migliaia di partecipanti i cui costi sono a carico dei romani con le loro tasse” spiega Marino su SkyTg24. Poi si diverte a stuzzicare la Lega Nord che, per bocca del leader Matteo Salvini, lo aveva attaccato chiedendone le dimissioni: “Facciamo una legge nazionale in cui diciamo che tutte le manifestazioni si debbano tenere in una città del nord come Varese”.

Marino, in un'intervista a Radio Radio agita lo spettro del commissariamento. Licenziamenti, “circa il 50% del personale, cioè 12.500 dipendenti capitolini”, la metà “del personale Ama”. Privatizzazioni: “Dovrebbe vendere Acea  a dei privati dando ad essi il potere di licenziare almeno il 50% del personale amministrativo” ha detto. Toni che non sono piaciuti ai sindacati che hanno accusato il chirurgo di “terrorismo” il commento di Cgil, Cisl e Uil mentre l'Unione sindacale di base annuncia una manifestazione dei lavoratori di Roma Capitale per il 6 marzo.

Parole che hanno aperto una frattura nei già difficili rapporti tra il primo cittadino e il partito democratico capitolino: “Non condividiamo i toni usati da Marino, non si possono terrorizzare così i cittadini” la prima presa di posizione emersa dal vertice del Partito democratico di Roma convocato a via delle Sette Chiese dal segretario, Lionello Cosentino, per decidere la linea in seguito agli ultimi sviluppi del ritiro del decreto Salva Roma. Alla riunione, il Pd capitolino a tutti i livelli, dai consiglieri agli assessori, comunali e regionali, passando per deputati e senatori.

L'ex sindaco Gianni Alemanno chiede le sue dimissioni: “E' inutile che il sindaco Marino non trovi niente di meglio da fare che minacciare di bloccare la nostra città per costringere i suoi riferimenti politici nazionali a garantire quelle risorse finanziarie che erano state già promesse tre mesi fa” commenta il consigliere. “È ridicolo che Ignazio Marino cerchi di scaricare sulla nostra amministrazione la responsabilità di questo disavanzo: quando abbiamo fatto il passaggio di consegne lo squilibrio reale era di 165 milioni e avevamo già predisposto gli atti per tenere sotto controllo la spesa corrente anche prima dell'approvazione del bilancio”. Per l'ex primo cittadino “la vera preoccupazione del sindaco non è tanto il bilancio del 2013, a cui mancherebbero 'solo' 320 milioni, ma il bilancio di quest'anno che ha un buco che rischia di superare il miliardo”. Ecco la ricetta di Alemanno: “Si giunge a queste cifre vertiginose grazie alla totale inerzia dell'attuale Giunta che non approva delibere urbanistiche in grado di garantire nuove risorse, che non tenta di vendere o privatizzare nessuna delle municipalizzate, che non riqualifica la spesa e che vede ridurre vertiginosamente anche i contributi del trasporto pubblico locale provenienti dalla Regione Lazio”.

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