Non solo malcontento: ecco il Tiburtino III che lavora per l'integrazione dei migranti

Intervista alla presidente della Croce Rossa Debora Deodati che racconta il difficile rapporto con il quartiere

Come quella volta che le mamme della scuola vicina sono arrivate in via del Frantoio con le torte avanzate dalla festina dei bambini. O quella in cui alla merenda organizzata per salutare il piccolo Enuc in partenza per l'Olanda hanno partecipato anche alcuni cittadini. Accanto ai romani contrari al centro di accoglienza al Tiburtino III, gli stessi che martedì scorso si sono rivoltati contro i profughi accolti nella struttura, "c'è tutta una rete di solidarietà che si muove per integrazione e convivenza pacifica". Lo racconta la presidente della Croce Rossa di Roma Debora Diodati. Intervistata da RomaToday spiega le attività messe in campo dall'ente umanitario e le reazioni talvolta positive dei residenti, quelle che non fanno mai notizia. Non c'è solo chi grida "basta se ne vadano". Qualcuno non ha niente da urlare. Semplicemente, a volte, nel silenzio, partecipa. Certo non si può negare l'esistenza del malcontento, e Diodati la conferma, ma con qualche strumentalizzazione politica in meno e un po' di comunicazione in più, forse, la guerra tra poveri troverebbe una tregua. 


Presidente, la rivolta in via del Frantoio è finita sui giornali nazionali. Gli ingredienti della storia sembrano chiari: esasperazione della periferia e intolleranza alimentata e tramutata in odio. Lei che idea si è fatta?

Penso che nel quartiere ci sia una forte spaccatura. Indubbiamente una parte di cittadinanza è contraria, e magari anche giustamente, non voglio giudicare, ma è bene precisare che ci sono altrettante persone vicine al presidio umanitario e integrate con le attività che organizziamo.

Vicine in che senso? Ci fa qualche esempio?

Come Croce Rossa abbiamo messo su in più occasioni eventi che hanno visto la partecipazione della cittadinanza, tentando sempre di raccontare le storie delle persone che ospitiamo, che sono storie di enorme dolore e sofferenza. Lo facciamo anche tramite i social network, con incontri nelle università, poi i corsi di lingua italiana ai rifugiati. Mi viene in mente quando i genitori di una scuola vicino al presidio sono venuti a portarci il cibo che era avanzato da una festicciola che avevano organizzato, oppure un'altra volta durante una festa che abbiamo fatto noi al centro per salutare un bambino che siamo riusciti a far ricongiungere al papà in Olanda. C'erano dei cittadini che avevano seguito la vicenda e hanno partecipato. Non esiste solo l'odio. 

Ma non si può negare che la convivenza in via del Frantoio, da tempo, non sia semplice.

Non lo nego, ma forse servirebbe una maggior presenza delle istituzioni e qualche responsabilità in più da parte del mondo politico. Fomentare il malcontento per ragioni di consenso elettorale è quanto di più deleterio ci possa essere per la costruzione di un clima pacifico, specie in quei quartieri dove basta pochissimo per accendere la miccia della guerra tra poveri. 

Il Tiburtino III è uno di questi, un pezzo di periferia dimenticata. Ne conviene?

Purtroppo è vero e lo constatiamo in tutte le attività che facciamo anche per i residenti. Ultima un censimento delle fragilità insieme la IV municipio. La povertà in città sta aumentando sempre di più e si fa finta di non vedere. Famiglie che non riescono a pagare l'affitto e dormono in strada. 

Avete dovuto gestire episodi di malcontento anche nell'hub di via Ramazzini, a Monteverde, dove però la guerra tra poveri non dovrebbe esseci. Monteverde non è il Tiburtino III...

Esatto. Perché prima ancora della guerra tra poveri c'è la paura del diverso, costantemente alimentata da chi sfrutta l'odio a fini politici. Al contrario servirebbe raccontare, spiegare ai cittadini chi sono i rifugiati, cosa stanno facendo, perché vengono ospitati in una struttura come la nostra. Solo conoscendo si combatte la paura. Noi cerchiamo di farlo, forse dovrebbero pensarci di più le istituzioni. 

Sta rimproverando qualche assenza agli amministratori comunali?

Non mi esprimo nel merito, ma posso dire con certezza che in città esiste un'emergenza sociale e che troppo spesso le associazioni sono lasciate sole, sia nella comunicazione che nell'applicazione di politiche sociali efficaci. Aspetto questo che non rientra nei nostri compiti. Noi possiamo solo essere di supporto. 

Ha detto di essere pronta a chiudere il centro anche oggi. Lo conferma?

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Non è certo mia intenzione chiuderlo. I cittadini dovrebbero capire che il nostro presidio umanitario rappresenta un avamposto di sicurezza importante, le stesse persone che ospitiamo e cerchiamo di integrare sul territorio sarebbero per strada in condizioni certamente meno controllate.  Parlo di chiuderlo se dobbiamo operare in uno stato d'assedio, quello sì. Renderebbe vano il lavoro che svolgiamo 365 giorni l'anno, che è quello di integrare legalità e inclusione. 

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