Rifugiati, in via Cupa ancora transitanti: "Su nuovo Baobab dobbiamo accelerare"

Questa notte sono arrivati davanti all'ex centro altri cinque migranti eritrei. Ora sono in dieci a dormire per strada sotto il gazebo lasciato dai volontari, che sul progetto nell'ex Ittiogenico chiedono tempi certi

L'emergenza è prevedibile, fra tensioni in Europa, muri eretti o solo minacciati, la nuova rotta balcanica, il bel tempo da sempre fattore di incremento degli sbarchi. Roma reggerebbe un'altra ondata di immigrati transitanti come quella dello scorso giugno? Li ricordiamo bene, in centinaia alla stazione Tiburtina, accampati in strada per giorni con aiuti umanitari di Ong accorse sul posto, filmati, intervistati, fotografati per le prime pagine di quotidiani locali e nazionali, poi accolti in una tensostruttura della Croce Rossa rimasta aperta tutta l'estate, simbolo di un'accoglienza che da sola, con le risorse dell'ordinario, non fu sufficiente. Si rischia il bis. 

Le frontiere, già calde, rischiano l'esplosione. E nella Capitale i centri di accoglienza sono pieni. Non c'è posto neanche per quindici eritrei e sudanesi che da giorni vivono sotto un gazebo in via Cupa, davanti all'ex centro Baobab sgomberato a dicembre, dove molti transitanti, un anno fa, trovarono rifugio. Per loro e per quelli che arriveranno, i volontari che per mesi hanno gestito una struttura di accoglienza senza aiuti pubblici, avrebbero la soluzione: una tendopoli nel giardino dell'ex istituto Ittiogenico di Largo Mazzoni, ancora una volta a ridosso della stazione Tiburtina. Un'area abbandonata da dieci anni, di proprietà della regione Lazio, un tempo usata come allevamento di pesci per il ripopolamento delle acque bonificate di tutta Italia, oggi giardino ridotto a latrina, ma perfetto, una volta bonificato, per ospitare tende e servizi. 

Ci hanno provato sabato scorso gli attivisti dell'ex Baobab, pronti a far rinascere altrove il loro modello di accoglienza dal basso, ribattezzato Baobab Experience. Un'occupazione lampo durata poche ore e subito sgomberata dalle forze dell'ordine. Una quarantina di persone, armate di scope e rastrelli, hanno piantato fiori, e lanciato chiaro il messaggio a chi a richieste e appelli non aveva mai dato risposta: "L’ex ittiogenico, di proprietà della Regione Lazio, può tornare a vivere come centro di accoglienza per i migranti in transito". Con o senza permessi. Il gesto ha dato qualche frutto: dalla Pisana una nota ha informato i volontari della disponibilità, a quanto dichiarato già espressa nel 2014, di cedere l'immobile e il terreno annesso al Comune per esercitare attività di accoglienza. 

"La Regione Lazio considera positive tutte le iniziative istituzionali e di volontariato che favoriscano percorsi di accoglienza e di integrazione delle persone che fuggono da guerre crisi ambientali ed economiche. Il centro ittiogenico é stato offerto al Comune di Roma con nota formale già nel 2014,  esattamente per realizzare servizi sociali di prossimità di cui il comune medesimo detiene deleghe e competenze". Un'apertura certo apprezzata dai volontari, che però, e ci tengono a precisarlo, il piano per l'ex Ittiogenico lo avevano già presentato, senza ottenere risposte. Ora tocca capire cosa farà il Comune. Intanto progetto è stato redatto dai volontari nella versione definitiva. "Dovremmo rinunciare a una parte dei servizi pensati inizialmente - spiegano a Romatoday - garantiremo quelli base, pasti, posti letto e servizi sanitari"

Aspetteranno il museo della migrazione e le attività didattiche con le scuole, perché gli stabili non hanno le condizioni strutturali per ospitare nessuno. Servirebbe non solo un'attività di bonifica, ma anche e soprattutto lavori di ristrutturazione. Mancando tempo e risorse, il compromesso è obbligatorio. Mentre scriviamo il dipartimento al Sociale sta vagliando il progetto. "Siamo contenti che la nostra azione sia servita ad accelerare qualcosa - chiudono i volontari - speriamo solo che non restino promesse. Il quadro si farà presto emergenziale. E Roma rischia di non essere preparata". 

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