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Raggi come Veltroni, già nel 2007 rimpatri dei rom in Romania ma fu un flop

La strategia è stata già utilizzata dall'allora sindaco di centrosinistra. Ma la stragrande maggioranza è tornata in Italia

Ingresso al Camping River

Virginia Raggi come Valter Veltroni. La sindaca grillina non è la prima ad applicare la strategia del rimpatrio assistito (volontario) nella gestione dei campi rom. Lo ha già fatto nel 2007 l'allora primo cittadino leader democratico. Furono centinaia i rientri programmati tramite un accordo con gli amministratori dei principali comuni della Romania. Ma non ha certo rappresentato una svolta. La stragrande maggioranza rientrò in Italia. Tanto che le baraccopoli sono ancora lì, sempre le stesse, stessi ghetti isolati, stesse bombe sociali pronte a esplodere. Eppure, undici anni più tardi, siamo fermi a quello stesso punto nonostante il conclamato flop. E il viaggio a ritroso delle famiglie, al netto di un piano - quello M5s per la chiusura dei campi - sulla carta ben più articolato, resta l'unica strada ad aver dato un minimo risultato.

Per il momento sono 14 i rom del Camping River che hanno scelto l'opzione del rientro al Paese d'origine tramite un contributo comunale di mille euro l'anno a persona, tremila a famiglia. Stanno partendo in queste ore, stando a quanto riferito dal Campidoglio. E aspettando l'arrivo del Ministro degli Interni Matteo Salvini, che ha già annunciato un tour per le baraccopoli e chiesto una stretta proprio sui rimpatri, la sindaca Raggi vola dritta in Romania, per vedere con i suoi occhi il percorso intrapreso. Un viaggio istituzionale (dopo un video spot su Facebook con interviste a due rom pronti al rimpatrio) che la vede impegnata direttamente, nonostante si parli di un progetto che fin'ora ha trovato soltanto 14 adesioni: 14 persone su 350 ancora presenti in via della Tenuta Piccirilli.

La speranza è che il numero aumenti, specie alla luce del fallimento delle altre opzioni assistenziali sul piatto, dal contributo all'affitto all'ospitalità presso terzi privati. Nessuno ha trovato un alloggio alternativo nella Capitale. E il ritorno in Romania sembra, almeno al River, l'unica possibilità su cui poter puntare. La stessa sindaca lo ha definito "uno strumento in grado di migliorare la vita a queste persone, assicurando nuove opportunità, e contribuendo efficacemente al superamento dei campi a Roma". Già, ma chi ci ha provato prima di lei ha toppato. 

E' nel 2007 che si iniziò a parlare di "emergenza rom", espressione poi messa a sistema dal sindaco successore Gianni Alemanno. Il 2007 è l'anno dell'omicidio di Giovanna Reggiani, seviziata e massacrata a Tor di Quinto da un rom romeno. Da qui la voce grossa di Veltroni che chiese al governo di accelerare sui rientri e di strutturarne meglio le procedure. Anche lui arrivò fino in Romania, a Bucarest e a Craiova (dove è diretta anche Raggi) e firmò accordi per far tornare i rom, specie i minori nella fascia tra i 14 e i 18 anni, dopo dei corsi di formazione lavorativa soprattutto nel settore della manodopera artigiana. Evidentemente, a guardare la presenza di insediamenti in città (formali e non) e le condizioni in cui versano, non fu la soluzione. Ma si torna esattamente lì. Ai rimpatri volontari. Mentre le altre possibilità, almeno ad oggi, non danno frutto alcuno. 

Senza contare che stiamo parlando di romeni. Ma al Camping River, su 350 abitanti le stime non contano più di 150 persone di origine romena. Se poi si vorrà estendere l'opzione rimpatri anche agli altri campi, la sindaca dovrà viaggiare molto e siglare accordi con diversi Stati dell'est Europa. Secondo dati forniti dall'associazione 21 Luglio, tra Barbuta e Monachina, i due campi da smantellare con fondi europei, si contano appena 30 romeni su circa 700 abitanti. A Salviati e Castel Romano nessun romeno. A Candoni 250 su 747, a Salone 100 su 607. In totale 650 romeni su 4200 rom presenti nei campi e censiti da Roma Capitale. 

Duro il commento a RomaToday del presidente della 21 Luglio, che proprio due giorni fa ha lanciato un appello alla Raggi per chiedere la sospensione dell'ordinanza di sgombero per il River: "Dopo l’autocostruzione, il sostegno all’affitto, il reperimento di terreni, l’accoglienza presso famiglie terze. Ora è la volta del rimpatrio assistito ad uscire dal cilindro della sindaca di Roma. Sembra chiaro lo stato confusionale di un’Amministrazione che recita il “Piano rom” ed il suo contrario, a giorni alterni. Su una cosa sembra comunque puntare la Giunta Raggi nel suo processo di salvinizzazione: gli sgomberi forzati. La storia insegna che essi rappresentano l’unica soluzione di chi è rassegnato ad avere poche e confuse idee".

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