Venerdì, 18 Giugno 2021
Andrea Barsanti

Opinioni

Andrea Barsanti

Collaboratore RomaToday

Dalla SuperLega alla Festa della Mamma, Raggi ha una parola per tutto. Ma non per il Ddl Zan

"Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere": sembra questo il pensiero che anima la Raggi sulla vicenda

Una media di 6 post al giorno con cui si rivolge direttamente agli oltre 990.000 follower su Facebook per parlare di Roma, certo, ma anche per dire la sua su argomenti che con la Capitale, e la sua amministrazione, poco hanno a che fare. Temi "mainstream" come - per citarne solo alcuni - la morte di Franco Battiato e la Festa della Mamma, l'imprenditore siciliano che si è ribellato a Cosa Nostra e persino la SuperLega, eppure sul Ddl Zan, per cui nella sua città in diecimila sono scesi in piazza domenica, la sindaca Virginia Raggi mai si è espressa. 

Mai un incontro con le associazioni (come confermato dagli stessi referenti) in cinque anni di mandato, mai una presenza agli eventi organizzati sul tema, neppure un post nella Giornata nazionale contro l'Omotransfobia, anche solo per seguire il "calendario" che tutti i social media manager tengono a portata di mano per aumentare l'engage.  

La sindaca di Roma non dice nulla sul disegno di legge del deputato Alessandro Zan, quello che di fatto istituirebbe il reato di omotransfobia riconoscendolo a norma di legge e punendolo di conseguenza, e messa alle strette fornisce una risposta cerchiobottista in cui ancora una volta non si esprime, chiamando in causa l'articolo 3 della Costituzione. E addirittura si schernisce sottolineando che "non ho mai espresso opinione perché nessuno me l'ha chiesta, non penso sia necessario andare in giro a tirare fuori opinioni dal cilindro come fanno molti politici".

La risposta in questione è arrivata durante la puntata del 18 maggio di DiMartedì, il programma condotto da Giovanni Floris su La7. Interpellata in modo diretto dal giornalista Antonio Caprarica, che le ha chiesto se "approverebbe il Ddl Zan", Raggi ha replicato che "a domanda rispondo, e dico che secondo me il Ddl Zan sta lavorando su un tema che è quello della discriminazione e tutti hanno il diritto di essere assolutamente trattati con il massimo rispetto. Il nostro faro è e deve sempre l'articolo 3 della Costituzione".

L'articolo 3 della Costituzione è quello che sancisce che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Dalle parole di Raggi, dunque, si può desumere che i crimini di odio di stampo omotransfobico sarebbero di fatto "assorbiti" all'interno dell'articolo 3 della Costituzione. Peccato che non sia propriamente così, e sotto diversi punti di vista. 

Il primo è morale: le associazioni Lgbtq+ da tempo chiedono un riconoscimento ufficiale dell'esistenza della discriminazione per orientamento sessuale e genere che spesso sfocia in violenza, e approvare il Ddl Zan - che stabilisce la misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati, appunto, sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità - di fatto lo sancirebbe. 

Il secondo è prettamente legale: a oggi l’osservatorio per la sicurezza contro i reati discriminatori della Polizia di  Stato è impossibilitato a fornire i dati sui crimini omotransfobici a livello europeo proprio a causa della loro assenza nel database unico delle forze dell’ordine. Perché in Italia non vengono riconosciuti come tali, visto che una legge su questo non c'è.

Non è dunque necessario, no, "andare in giro a tirare fuori opinioni dal cilindro come fanno molti politici", ma dalla sindaca di Roma, capitale d'Italia (che è anche in campagna elettorale per il secondo mandato) una presa di posizione su un tema al centro del dibattito politico e sociale da settimane - è arrivato persino sul palco del Concertone grazie a Fedez - sembra, se non scontata, quantomeno opportuna. A meno che Raggi non abbia fatto suo il pensiero del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, fondatore - tra le altre cose - delle più importanti teorie su logica e filosofia del linguaggio: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".

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