Il dietrofront di Ama: niente più porta a porta, la fase 2 dei negozi è con la raccolta stradale  

In una lettera la comunicazione dell'amministratore unico Stefano Zaghis: "Minore disponibilità di risorse per garantire la copertura economica del servizio"

Cassonetti stradali, immagine d'archivio

Stop al porta a porta per buona parte dei negozi di Roma. Le risorse economiche in cassa sono contate e il servizio di raccolta rifiuti per le utenze non domestiche, così come configurato fino a oggi, è il primo che salta. Alla riapertura degli esercizi commerciali nella fase 2 del coronavirus, carta, vetro e plastica verranno conferiti nei cassonetti. Una decisione di Ama che è il combinato disposto di più fattori: l'appalto a privati non ha funzionato, il servizio ha dato più problemi che soluzioni e adesso che l'affidamento è scaduto e le stesse ditte vogliono sfilarsi da qualunque proroga, e che in piena crisi economica causata dal coronavirus la tariffa rifiuti potrebbe diminuire, si rischia di non avere le coperture finanziarie. 

Mancano le coperture economiche

A comunicarlo alle aziende che dal 2018 si sono occupate del servizio nei lotti I, III, XIV, XV, quelli scaduti e corrispondenti ai relativi municipi, l'amministratore unico di Ama Stefano Zaghis, in una lettera che RomaToday ha potuto visionare dove si racconta di un clamoroso passo indietro su uno dei pilastri del piano rifiuti della sindaca Raggi. "In ragione della paventata ipotesi di una consistente riduzione della tariffa rifiuti", si legge, e quindi della "conseguente minore disponibilità di risorse per garantire la copertura economica del servizio", l'azienda "è tenuta a implementare la raccolta stradale al fine di garantire una più sistematica organizzazione e utilizzazione delle risorse interne"

La raccolta torna in capo ad Ama

Sarà Ama a svolgere quindi con mezzi propri il servizio. Si internalizza ma soprattutto si torna ai cari, vecchi, secchioni. Uno smacco non da poco per chi, da Virginia Raggi all'allora assessore all'Ambiente Pinuccia Montanari, aveva salutato il modello come "una rivoluzione". Altroché. Il servizio, appaltato da Ama con un bando da 150 milioni non è mai entrato a regime, tra mappature sbagliate delle utenze e giri di raccolta insufficienti. E i primi a lamentarsi sono stati proprio i privati, che già da mesi hanno annunciato di volersi sfilare dall'appalto e ora da qualunque proroga. Il 24 aprile è scaduto il bando per i territori su citati e non ce ne sarà uno nuovo: la raccolta torna in capo alla partecipata di via Calderon de la Barca. 

260 lavoratori a rischio 

Un passo indietro sulla strategia di intervento, ma anche una tegola non da poco sui lavoratori. In realtà già dietro l'angolo, perché la Rti capeggiato da Roma Multiservizi, controllata di Ama, e composta anche dalle aziende Sea e Isam, nei lotti interessati, aveva già deciso di sfilarsi dal servizio. Così da metà maggio le 260 persone che si occupano della raccolta non avranno più un lavoro. 

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"Si sta verificando il triste epilogo di una gara sbagliata - commenta Natale Di Cola, segretario della Cgil Roma e Lazio - che in questi anni ha visto difficoltà sia dei cittadini che dei lavoratori, e in più una cosa assurda: stanno arrivando le prime lettere di licenziamento dei lavoratori delle aziende in appalto legate a Roma Multiservizi". Giovedì i sindacati incontreranno il prefetto. "Abbiamo chiesto un intervento decisivo perchè c'è lo stato di agitazione unitario dei lavoratori - prosegue Di Cola - in quella sede chiederemo sia di sospendere i licenziamenti, anche perchè stiamo verificando con i nostri avvocati se la procedura che sta seguendo l'azienda è legale rispetto alle norme nazionale, sia di applicare la legge regionale, utilizzata già per Lazio Ambiente, che permette la mobilità del personale dentro le società partecipate". Quindi se Ama, come comunicato dal suo amministratore unico, reinternalizza il servizio, reinternalizzi, è la richiesta, anche il personale. 

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