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Un momento di protesta fuori dal carcere di Rebibbia

Un momento di protesta fuori dal carcere di Rebibbia

Protesta nelle carceri, sovraffollamento e rischio sanitario. Il Garante: "Ridurre il numero dei detenuti"

Stefano Anastasìa: "Un contagio sarebbe di difficile gestione". I familiari dei detenuti ricevuti al ministero: "Chiediamo l'indulto"

Ridurre le condizioni di sovraffollamento delle carceri perché di fronte al rischio di possibili criticità sanitarie (che al momento, va sottolineato, non ci sono) sarebbe difficile rispettare le norme sanitarie e l'isolamento richiesto al resto della popolazione. L’emergenza coronavirus sta facendo scoppiare le preoccupazioni in merito ai problemi che le carceri si trascinano da anni. Anche nel Lazio e a Roma i detenuti e le loro famiglie hanno fatto sentire la propria protesta. 

“Le motivazioni sono legate soprattutto alle restrizioni dei contatti con i familiari imposte dal governo fino al 22 marzo”, ha spiegato a Romatoday il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, “e ai timori relativi alla possibile diffusione del virus in carcere, anche se al momento non sono ancora stati riscontrati casi positivi. Se ciò dovesse accadere, però, la gestione sarà difficile. Quelle dei detenuti sono preoccupazioni legittime”. In cima alla lista delle misure da assumere per il garante c’è la riduzione della popolazione detenuta “perché in queste condizioni di sovraffollamento non è possibile garantire le norme sanitarie richieste al resto della popolazione. Il governo dovrebbe agire con urgenza. Dando risposte a queste questioni sarà possibile convincere i detenuti a interrompere le proteste”.

Come? “Riprendendo quelle misure che anche in passato, quanto l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni di sovraffollamento delle carceri: sconti di pena per buon condotta, incentivi alla detenzione domiciliare, scarcerazione delle persone ormai arrivate alla fine della pena o di quelle anziane o che presentano condizioni di salute precarie. E le cito perché sappiamo che in questo momento è difficile parlare di indulto per coloro ai quali manca meno di un anno per terminare la propria pena o per i condannati per reati minori. Quelle misure si possono adottare subito”. Nella Regione Lazio, stima Anastasia, “circa 2mila detenuti su 6500 devono scontare una pena sotto i due anni”. Intanto l’appello è ai detenuti a mettere in campo proteste "non violente prestando attenzione ai detenuti con maggiori problemi di salute o a quelli che possono cadere in situazioni come quanto accaduto a Rieti dove, poiché la rivolta ha raggiunto l’infermeria, tre persone sono morte per abuso di sostanze perché hanno avuto accesso ai farmaci”.

A chiedere un alleggerimento del numero di persone all’interno del carcere sono anche i familiari dei detenuti che ieri hanno protestato fuori dal carcere di Rebibbia. Proprio questa mattina una delegazione ha incontrato il vice capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. “Ci hanno garantito che si occuperanno della salute dei nostri familiari con mascherine e precauzioni varie ma noi sappiamo che non basta”, spiega Roberta, che ha partecipato al colloquio. “Quello che chiediamo è di porre rimedio a questo sovraffollamento che lede la dignità delle persone con un indulto. Accettiamo le limitazioni delle visite ma la polizia penitenziaria entra ed esce tutti i giorni. Ieri abbiamo inoltre chiesto alla direttrice del carcere di Rebibbia di stilare una lista di persone con patologie serie. Queste persone vanno fatte uscire subito. Oggi abbiamo esposto le nostre richieste ma noi vogliamo delle risposte in tempi certi”, conclude. “Altrimenti siamo pronti alla protesta a oltranza”.

Il lungo lunedì di Rebibbia: dalla rivolta dei detenuti alle proteste dei familiari

A chiedere misure alternative al carcere sono anche i consiglieri regionali del Lazio Marta Bonafoni, Alessandro Capriccioli e Paolo Ciani, rispettivamente capigruppo della Lista Civica Zingaretti, +Europa Radicali e Demos. “L'emergenza COVID-19 colpisce tutti, senza esclusione”, hanno scritto in una nota. “È necessario compiere il massimo sforzo per spiegare l'eccezionalità di questa situazione ai detenuti, che in queste ore assistono ad un ulteriore restringimento della loro condizione; è necessario implementare azioni di prevenzione e screening per la popolazione detenuta e gli operatori della sanità e della sicurezza; è necessario ancor di più individuare misure alternative al carcere e favorire la detenzione domiciliare, per alleggerire la tensione negli istituti”.

“Abbiamo di fronte una situazione complicata”, spiega a Romatoday Simona Filippi, legale dell’associazione Antigone che da anni si occupa dei diritti dei detenuti. “Bisogna capire come tutelare la sicurezza della collettività ma anche il diritto alla salute di queste persone oltre che a quello di mantenere contatti con i propri familiari. In questa direzione va, per esempio, l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Napoli che ha concesso a coloro che si trovano in semilibertà, e quindi tornano in carcere solo per dormire, una licenza per 15 giorni. È un provvedimento anomalo, che di solito viene assunto sul singolo individuo e mai con effetti di carattere generale ma ci fa capire in che direzione bisogna andare. Serve un segnale concreto per queste persone che stanno mettendo in campo proteste, magari con modalità non legittime, ma che sono degne della nostra attenzione”.

In merito alle proteste ieri si è espresso anche il vicesindaco di Roma, Daniele Frongia, che spiega di essersi mosso in attività costante con la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Gabriella Stramaccioni. “Ai detenuti, proprio in conseguenza delle misure adottate, verrà data la possibilità di intensificare gli utilizzi di telefonate e video chiamate per permettere loro di mantenere i contatti con i propri familiari”, ha ribadito il vicesindaco. Che esprime preoccupazione: “Il sistema delle carceri romane per il momento regge ma, a nostro avviso, occorre un intervento del Governo con delle misure specifiche, visti i recenti casi di tubercolosi e la presenza di diverse persone anziane e molte malate che necessiterebbero di cure continue”.

La Fp Cgil di Roma si concentra sul personale di polizia penitenziaria: “Sovraffollamento, carenza di sicurezza e presidi sanitari, pochi agenti in servizio minano la corretta gestione delle strutture di detenzione. Sono aspetti che denunciamo da tempo per l’intero sistema dell’esecuzione” dichiara il sindacato “e che oggi, nel pieno dell’emergenza legata al rischio di diffusione del Coronavirus, si trasformano in dramma”. Poi la denuncia: “Nelle carceri del Lazio mancano all’appello almeno 400 unità di personale, e il rapporto tra agenti in servizio e numero di detenuti, quasi sempre oltre il limite consentito, è sproporzionato. In questo momento emerge con drammaticità quanto siano necessari interventi urgenti per colmare le carenze di organico, con un piano di assunzioni straordinario anche nella polizia penitenziaria”.

Dal centrodestra invece invocano misure forti. "Chiediamo che anche nel Lazio vengano messe subito in campo tutte le misure necessarie per tutelare le Forze dell'Ordine e per scongiurare che anche nel nostro territorio la situazione possa degenerare”, le parole della consigliera regionale di Fratelli d'Italia, Chiara Colosimo. "In questo momento è fondamentale tenere il pugno duro contro chi non rispetta le regole sfruttando una situazione all'esterno già allo stremo per il diffondersi dell'epidemia”, le parole di Laura Corrotti, consigliera regionale della Lega. 

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