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Comunali 2021: "Dalle periferie una proposta per cambiare Roma, capitale della povertà e delle mafie"

Dalla Rete dei numeri pari è partito 'Mosaico Roma', una serie di incontri sui temi della giustizia sociale per elaborare proposte da sottoporre ai candidati a sindaco. Romatoday ha intervistato Giuseppe De Marzo di Libera

Nel giugno del 2020, al termine di una quarantena che aveva visto migliaia di famiglie restare senza un reddito e scivolare verso sfratti e povertà estrema, avevano manifestato in Campidoglio avanzando alla sindaca Virginia Raggi una serie di proposte – rimaste inascoltate – sui temi della giustizia sociale, del reddito, della casa, dell’inclusione e della lotta alle mafie. Ora la Rete dei Numeri pari, percorso inizialmente promosso da Libera e dal Gruppo Abele, che oggi solo a Roma riunisce un centinaio di realtà, punta a mettere a disposizione la sua esperienza. Il percorso si chiama Mosaico Roma e attraverso una serie di incontri lungo un arco di sei mesi (il primo si è tenuto a settembre) punta elaborare una serie di proposte condivise che a maggio verranno sottoposte ai candidati a sindaco. All’ultimo evento, che si è tenuto online il 4 dicembre 2020 e ha visto al centro il tema della povertà e della diffusione delle mafie, vi hanno partecipato centinaia di persone. Romatoday ha intervistato Giuseppe De Marzo, responsabile delle Politiche sociali di Libera e tra i promotori di Mosaico Roma. 

Cos’è Mosaico Roma?

Alcuni anni fa un aggregato eterogeneo si è coagulato dentro la città, unito dall’intento di porre un argine al dilagare delle disuguaglianze con pratiche di mutualismo solidale. Questo ha permesso a centinaia di realtà di agire in quei pezzi di città che si continua a definire periferia. Dalla cooperazione sociale alla lotta contro gli sgomberi delle occupazioni abitative, dalle battaglie delle donne al contrasto alle mafie, dai percorsi antirazzisti alle lotte dei lavoratori precari. La crisi causata dalla pandemia di Covid 19 ha messo in luce la profondità delle disuguaglianze presenti a Roma e gli strumenti messi in campo sono insufficienti a dare risposte a una situazione i cui effetti si stanno dispiegando proprio ora. Per questo abbiamo deciso di mettere a disposizione della città questo percorso. 

Quali sono i temi sui quali vi state concentrando?

Siamo partiti a settembre con due giorni sul diritto all’abitare e al reddito per continuare a ottobre con il tema dell’accoglienza. Il 4 dicembre è stata la volta della lotta alle mafie. A gennaio, Mosaico Roma si concentrerà sulle politiche sociali e, anche in questa occasione, daremo protagonismo a chi lavora sul campo. Per febbraio organizzeremo una giornata di approfondimento sul Next Generation Eu (il fondo da 750 miliardi stanziato nel luglio del 2020 dal Consiglio europeo per sostenere gli stati colpiti dalla pandemia, ndr). Marzo sarà la volta delle realtà del mutualismo solidale, che a Roma, in questi mesi, è riuscito a sostenere decine di migliaia di persone. Infine ad aprile il diritto al lavoro. A maggio restituiremo il frutto del percorso di Mosaico Roma sotto forma di proposte ai candidati a sindaco in questa città. 

Passiamo ora al tema oggetto del convegno del 4 dicembre: la giustizia sociale e le mafie. Perché dobbiamo essere preoccupati per l’aumento della povertà?

Parto da un report di Libera, il cui titolo parla chiaro: ‘Mafia e Covid: fatti l’uno per l’altro’. In questo Paese, di fronte a una catastrofe, un terremoto e, in questo caso, la pandemia, le mafie hanno da sempre la capacità di speculare, di lavorare sui vuoti della politica. Più aumentano le disuguaglianze, più sono forti le mafie che riescono a mettere in campo un welfare sostitutivo per i più poveri. La crudele pedagogia del virus ci ha insegnato che i più colpiti da questa crisi sono i lavoratori autonomi e precari, le donne, i senza casa, i migranti irregolari, i disabili, gli anziani, gli studenti. Settori dimenticati dalla politica che si rivolge a loro solo durante le campagne elettorali. Un recente rapporto del Censis ci dice che la ‘bonus economy’ del governo non funziona e che in Italia, negli ultimi mesi, sono aumentati sia la povertà sia i miliardari. Ci dice anche che è aumentata la concentrazione di ricchezza, con il 3 per cento della popolazione che ne controlla il 34 per cento; che 2 milioni di donne non cercano più lavoro anche se il 93 per cento di loro potrebbe lavorare. A fronte di tutto questo, come ci conferma un recente report dell’Osservatorio della legalità della Regione Lazio, è aumentata l’usura. Se perdo il lavoro, se vengo pagato in ritardo, se ho un’emergenza improvvisa, se non riesco a pagare l’affitto, chi me li dà i soldi?

In relazione al Covid 19, è questo l’unico settore di profitto per le mafie?

Le mafie sono in grado di investire capitali e liquidità nelle aziende controllando così l’economia legale. Non è un caso che le interdittive antimafia (che escludono imprenditori dai rapporti con la pubblica amministrazione, ndr) si sono impennate arrivando a una media di 6 al giorno. Ci sono poi i cyber crime, l’aumento del narcotraffico, e gli investimenti del Recovery fund. Quest’ultimo aspetto ci preoccupa molto non solo per come questi fondi saranno spesi dal Governo ma anche perché mentre noi chiediamo maggiori controlli le imprese spingono per ridurre lacci e lacciuoli. È curioso che per elargire qualche centinaio di euro di reddito a una persona impoverita vengono imposte condizioni vessatorie mentre garantiamo alle imprese fondi senza condizioni.  

Questo il quadro nazionale. Qual è la situazione a Roma?

Roma, in questo momento, è la capitale delle disuguaglianze e della corruzione nel nostro Paese. Ci sono quartieri come Tor Bella Monaca dove il 51 per cento della popolazione è in povertà assoluta; un terzo della popolazione totale è a rischio esclusione sociale. Roma per numeri e parametri è una città del Sud in termini di dispersione scolastica, povertà relativa, deprivazione materiale. In una città del genere insistono 94 clan e cento piazze dello spaccio senza dimenticare che Roma è da sempre un luogo in cui si incrociano molti interessi. Siamo preoccupati perché chi vuole governare Roma non ci ha ancora detto come intende sconfiggere le mafie. Senza dimenticare che la lotta alle mafie è un esercizio di partecipazione collettiva che va fatto quotidianamente senza telecamere accese ma con un impegno costante. 

A maggio presenterete le vostre proposte ai candidati a sindaco. Quella attuale ha già annunciato che ha intenzione di ricandidarsi. Come sono andati questi cinque anni con Virginia Raggi?

Come Rete dei numeri pari stiamo ancora aspettando che la sindaca Raggi attivi il Forum sui beni confiscati alle mafie, che sarebbe dovuto arrivare dopo l’approvazione del regolamento, avvenuta ormai tre anni fa. In questi anni, al posto di un sostegno, Raggi ha attaccato le reti sociali, le associazioni, i movimenti e le realtà di cittadini che ogni giorno contrastano le mafie e lavorano per la giustizia sociale. Raggi li ha attaccati in nome della legalità securitaria senza preoccuparsi di andare alla radice del problema. Per noi legalità significa giustizia sociale, quale pre condizioni per sconfiggere le mafie, e Raggi non ha perseguito questo impegno. La spettacolarizzazione con cui promuove alcuni eventi spot nelle periferie romane offende chi in quei territori lavora quotidianamente. Alla sindaca di Roma avevamo chiesto di collaborare ma lei non ha voluto incontrarci. 

I convegni che avete organizzato fino a oggi affrontano alcuni dei problemi più gravi della città ma fanno emergere anche quella che chiamate ‘geografia della speranza’. A cosa vi riferite?

C’è una buona notizia: a Roma sono attive migliaia di persone esperte, brave e incorruttibili che lavorano senza visibilità e che sono i veri anticorpi sociali della città. Basterebbe ascoltarli e metterli al centro di un progetto politico per trasformare Roma. Mi riferisco alle realtà sociali, alle associazioni, ai movimenti per il diritto all’abitare, alle scuole, ai sindacati, alle parrocchie che lavorano ogni giorno in alcuni dei quartieri più difficili della città. In questi anni abbiamo subìto i limiti di una politica semplificata che voleva dei sudditi, dei telespettatori o dei consumatori e non dei cittadini. Ma per noi la cittadinanza è una cosa seria.

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