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Politica

Elezioni a Roma: il programma elettorale di Potere al Popolo

Le proposte di Potere al Popolo per le elezioni del 3 e 4 ottobre

Ecco il programma di Potere al Popolo per il governo di Roma, presentato in vista delle amministrative del 3 e 4 ottobre 2021.

Noi vogliamo Roma come Città Pubblica

La prima scelta da fare è quella di porre fine alla de/responsabilizzazione delle istituzioni pubbliche – Comune e Regione – nella gestione diretta delle risorse e delle possibilità della nostra città.
Il “generoso” e sciagurato regime di concessioni ai privati di molti servizi e le molteplici esternalizzazioni degli stessi affidate al Terzo Settore,  non hanno creato buona occupazione ma precarietà e lavoratori a bassi salari. Non solo. Hanno spianato la strada all’avvento di una casta di “prenditori” della cosa pubblica che hanno responsabilità enormi nella spoliazione delle risorse e nel declino della Capitale.

Cambio di priorità. Le periferie al primo posto

Per rendere Roma una città giusta per tutti i suoi abitanti occorre ripartire dalla prevalenza di quella che alcuni urbanisti definiscono la “Città pubblica” rispetto alla devastante prevalenza che sulla Capitale hanno avuto gli interessi privati. C’è una gerarchia di interessi che va rovesciata, per ripristinare quelli che sono i dettami della stessa Costituzione repubblicana del nostro paese.
Le periferie di Roma, con maggiore pesantezza in quelle collocate oltre il Grande Raccordo Anulare, in questi anni hanno visto una regressione inaccettabile in termini di reddito, servizi, degrado. Addirittura l’Atac e il Comune hanno privatizzato solo le linee di autobus in servizio nelle periferie, con ripercussioni enormi e negative. Sono sorte come i funghi sale gioco spesso in mano alla malavita o cattedrali nel deserto come i centri commerciali, mentre scarseggiano gli asili nido e quelli già pronti sono rimasti chiusi e lasciato il campo libero agli asili nido private. Il rapporto tra Roma e le sue periferie va ricostruito completamente per favorire l’uguaglianza e l’inclusione sociale di tutte le abitanti e gli abitanti della nostra città.

A Roma torni il lavoro vero

A Roma deve tornare a esserci lavoro: lavoro vero e non il lavoro “povero” a bassa e bassissima retribuzione che è dilagato in questi anni nel turismo, nel commercio, nella ristorazione, nelle cooperative sociali e nelle imprese di pulizia. Va introdotto il salario minimo per chi lavora nei servizi esternalizzati del Comune e vanno via via internalizzate/i chi sta lavorando nei servizi di responsabilità comunale.
Nei servizi comunali non c’è affatto “troppo personale”, anzi ce n’è troppo poco per fare fronte alle esigenze di una grande metropoli e dei suoi abitanti. Il Comune e le aziende municipalizzate devono tornare ad assumere e non a ridurre il personale necessario a rendere funzionali i servizi. 

Una soluzione definitiva alla irrisolta questione abitativa

Aver lasciato in mano alla logica del mercato la questione abitativa ha fatto impazzire il costo degli affitti sia per le abitazioni che per gli esercizi commerciali,  ha bloccato l’utilizzo e la crescita dell’edilizia popolare per rispondere alla domanda abitativa a prezzi accessibili, ha provocato l’escalation di sfratti ed ha costretto migliaia di famiglie e persona senza casa o senza il reddito per affittarsela o comprarsela, ad occupare i tantissimi edifici lasciati vuoti dall’abbandono e dalla speculazione immobiliare.

La salute e la sanità pubblica sono una responsabilità decisiva

La legge prevede che il Sindaco sia il primo responsabile della salute degli abitanti del Comune. Ma in questi anni si è delegato la responsabilità solo alla Regione e dunque alle scelte di privatizzazione della sanità pubblica e di smantellamento della sanità terriotiale che hanno rivelato il loro collasso con la pandemia di Covid. Il sindaco deve prendere parola sulla salute pubblica degli abitanti del Comune di Roma e non rinunciare a qualsiasi intervento in questo campo qualora le decisioni prese entrino in contrasto con il diritto alla salute e con la sanità pubblica.

Le risorse di Roma, le risorse per Roma

La prima risorsa di Roma sono i  suoi abitanti. Sono anni che ogni analisi o ragionamento “di mercato” o sugli investimenti su Roma non guarda più ai suoi abitanti ma al flusso dei 13 milioni di turisti che la visitano e l’attraversano ogni anno. 
Aziende private e multinazionali fanno progetti solo su questa massa di travel detailer (consumatori dinamici, ndr) che riempiono la città con predisposizione principale allo shopping piuttosto che ai musei e al turismo di massa mordi e fuggi. 
In ogni previsione di investimento su Roma non si tiene mai conto dei  2milioni e 800mila abitanti della Capitale e delle loro esigenze, dei loro bassi redditi che dentro questa visione non hanno “valore di mercato”, soprattutto le fasce popolari a basso reddito e bassa possibilità di consumo che vivono nelle periferie. 

E’ su questo che la responsabilità della “Città Pubblica” deve tornare centrale e dirimente. Occorre operare aspetti che possono creare posti di lavoro , nuovi equilibri nel mercato abitativo, redistribuzione di risorse nelle periferie. Mentre oggi la realtà è del tutto asimmetrica e dominata dagli interessi speculativi.
1)    Il risanamento del patrimonio abitativo delle case popolari e comunali oggi abbandonato al degrado. Operato il risanamento, i servizi potrebbero passare direttamente alla responsabilità degli inquilini.

2)    L’acquisizione e il riuso del patrimonio immobiliare inutilizzato e sfitto da tempo. A Roma ce n’è tantissimo. Questo significherebbe fermare il devastante consumo di suolo, avviare ristrutturazioni importanti dell’esistente, creare nuovamente un parco abitativo pubblico e sociale adeguato alla domanda che viene dall’emergenza sociale abitativa, avere un pacchetto di immobili comunali da destinare alla vendita per fare cassa.  Quanti posti di lavoro potrebbe creare questa opera di risanamento e riutilizzo dell’esistente?

3)    Un nuovo regime degli affitti governato dal Comune e non lasciato al libero mercato, che metta fine alla arbitraria liberalizzazione degli affitti che ha messo sul lastrico sia famiglie che esercizi commerciali anche durante la pandemia. Si parla sempre del peso delle tasse ma non si parla mai dell’esosità degli affitti che hanno messo in ginocchio attività e nuclei familiari a basso reddito o privati di reddito da licenziamenti, chiusure etc.
Anche su questo è evidente che la centralità non possa che essere quella della Città Pubblica e non degli interessi privati. Lo dimostra la dannosa, illegale e costosa  esperienza dei Piani di Zona (che hanno consegnato alla speculazione privata la soluzione alla domanda di edilizia sociale). Mettere ancora le soluzioni nelle mani dei “prenditori” è una strada impercorribile e sbagliata.

4)    Infine, il giro d’affari sulla ricettività turistica a Roma supera i 4 miliardi di euro l’anno (dato fondato su 32,8 milioni di presenze annuali con un soggiorno medio di 2,4 notti a turista). Un miliardo all’anno viene però fatturato all’estero dale multinazionali dell’hosteling che spesso non pagano neanche le tasse che devono in Italia. Il caso recente di Bookig lo ha dimostrato, 
Insomma c’è una montagna di soldi che producono solo poco più di 100 milioni di introiti diretti per le casse comunali attraverso la tassa di soggiorno. Il Comune ha il dovere e la responsabilità di redistribuire queste risorse al resto della città che non beneficia in alcun modo di queste risorse. 
La tassa di soggiorno deve diventare una tassa di scopo dedicata interamente alle periferie come scelta redistributiva.

Roma come polo nazionale della ricerca e sviluppo

La vocazione meramente turistica rende una città subaltern e non autonoma, lo sviluppo delle sue potenzialità in termini di ricerca scientifica la rende invece autonoma, integrata e moderma. A Roma ci sono tre università pubbliche e prestigiosi centri di ricerca pubblica (Ispra, Cnr, Iss, Enea). Un modello di sviluppo come quello indicato sul piano economico, urbanistico, ecologico, sociale, ha bisogno del massimo della ricerca e della sperimentazione. A Roma ci sono migliaia di ricercatori e scienziati troppo spesso in condizioni di precarietà vergognose e inaccettabili per una economia del XXI Secolo. Sono risorse male utilizzate o addirittura inutilizzate anche per lo sviluppo di una metropoli come Roma. Lasciar fuggire all’estero o a Milano queste risorse umane e intellettuali è un orrore. Il Comune può diventare vettore di progetti integrati di ricerca per migliorare al massimo la vivibilità e lo sviluppo della città. Invece che scappare a Milano all’estero le imprese investirebbero a Roma.
Ma è evidente come solo un soggetto pubblico possa programmare, pianificare, visionare quello che la visione corta del mercato e del cash come rientro immediato degli investimenti non potrà mai avere.

Roma è già la città più verde d’Europa

Roma è la Capitale più verde di tutta Europa. Il verde rappresenta il 67% del territorio comunale con quasi 85mila ettari verdi sui 129 mila totali della sua estensione. Il verde pubblico all'interno del tessuto urbano è composto dai parchi urbani, dalle ville storiche, dai giardini pubblici, dalla aiuole e dalle zone verdi di arredo per un totale di 3.932 ettari.
Ma questa immensa risorsa della città è però sottoposta a minacce che vanno fermate con decisione. A Roma si continua a consumare suolo, come certificato dai Rapporti annuali dell’Ispra.
Migliaia di ettari di verde urbano e suburbano fanno di Roma una Capitale verde senza paragoni. La gestione comunale di questo verde e la sua messa a valore,  con criteri non speculativi, consentirebbero migliaia di posti di lavoro, servizi, strutture, opportunità per gli abitanti e per i turisti. Perchè le famiglie dovrebbero spendere migliaia di euro per una location per matrimoni, feste etc.  mentre potrebbero essercene decine di comunali in ambienti di straordinaria bellezza?
Il cambio di passo e di filosofia in questa gestione si rendono necessari. Soprattutto alla luce della dannosa (e costosa per le casse comunali) esperienza dei Punti Verde Qualità dati in concessione ai privati invece di essere gestiti direttamente dal Comune.


Le infrastrutture coerenti di una Città Pubblica

La Capitale più verde d’Europa deve convertire a questo anche i suoi servizi infrastrutturali:
1) I trasporti, con il ripristino delle linee su binario piuttosto che su ruota e metropolitane leggere di superfice invece che costosissime strutture in profondità. Un impulso del trasporto su ferro o comunque elettrificato, ridurrebbe il problema delle polveri sottili e rilancerebbe un trasporto pubblico efficente, trasversale, ecologico. Ma anche la gestione non può che essere pienamente pubblica. E’ evidente che una o più aziende private a cui verrebbe consegnato il servizio di trasporto pubblico non ha nella logica nè nel proprio interesse questa visione strategica e gli investimenti infrastrutturali da realizzare.
2) Il ciclo dei rifiuti. Dentro il progetto di una Città Pubblica il ciclo integrale dei rifiuti con raccolta differenziata, interventi capillari in diverse fasce orarie di pulizia e raccolta, metterebbe finalmente all’angolo il business privato sui rifiuti, creerebbe posti di lavoro, ridurrebbe l’emergenza inceneritori e discariche.
Una infrastrutturazione coerente con la città più verde d’Europa ha bisogno del personale necessario. Nuove assunzioni dunque e non tagli di quello esistente.

La cultura, come l’uguaglianza, è l’anima di una Città Pubblica

La cultura, e la fruizione culturale, deve essere inserita fra i servizi pubblici che il Comune adotta. I nostri quartieri, le nostre periferie, sono sempre più quartieri dormitorio sprovvisti di tutto. Ed è proprio qui che la cultura rivela la sua funzione emancipatrice. L’amministrazione comunale deve in tal senso adoperarsi su due piani. Da una parte deve pensare alla salvaguardia dei piccoli teatri, cinema, spazi culturali che hanno chiuso o rischiano la chiusura schiacciati dalle regole del mercato, dalla concorrenza delle grandi multisale e dall’accentramento dell’offerta nel centro storico. Dall’altra dovrebbe istituire un sistema pubblico di Presìdi Culturali Territoriali gestiti dalle professionalità locali, sempre aperti e accessibili, con l’obiettivo strategico di costruire nuove opportunità per il miglioramento socio-culturale ed economico dei quartieri con particolare riguardo a quelli periferici. In tal senso va facilitata e non ostacolata l’assegnazione di spazi comunali per le attività delle associazioni culturali e non vanno chiuse ma vanno rafforzate le Biblioteche Comunali nei territori. Va attuata una nuova Delibera comunale di regolamentazione dell’arte di strada in sinergia con le associazioni e gruppi di lavoratrici e lavoratori.
C’è poi la dignità di chi lavora nei musei comunali. In questo settore è prosperato un verminaio di società, cooperative etc che gestiscono biglietterie, guardianìa, sorveglianza etc. Il Comune deve decidere che nei suoi musei non venga più utilizzato il lavoro precario e sottopagato, deve attuare una politica di internalizzazioni di chi lavora da anni in maniera precaria, e gestire con giudizio i flussi stagionali. Spetta quindi al Campidoglio definire un tetto sia in termini temporali che in termini di numero per il ricorso al lavoro temporaneo, ma soprattutto definire un tetto minimo salariale dignitoso per i lavoratori e le lavoratrici che operano all'interno dei patrimoni pubblici.

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