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Ospedale San Giacomo, cosa succede dopo la sentenza che annulla la chiusura

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato si apre il rebus del futuro dell'ex ospedale. L'avvocata di Salviati: "Chiederemo il rispetto della sentenza". Invimit: "La sentenza lascia peraltro spazio alla Regione per rideterminarsi"

Occupazione dell'ospedale nel 2008 per protestare contro la chiusura (Immagine di repertorio, GUIDO MONTANI / ANSA)

Dopo quasi 13 anni dalla sua chiusura, per l’ormai ex ospedale San Giacomo di via Canova, in pieno centro a Roma, si apre un nuovo capitolo: il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittima la decisione dell’ex presidente della Regione ed ex commissario della sanità del Lazio, Piero Marrazzo, di chiudere la struttura sanitaria, accogliendo il ricorso avanzato da Oliva Salviati, erede del cardinale che alla fine del 1500 donò l’immobile alla collettività con il vincolo di farci un ospedale. Il decreto è stato annullato. Resta da capire quali effetti avrà la decisione dei giudici amministrativi sul futuro dell’immobile. 

“Chiederemo il rispetto della sentenza”, ha dichiarato a Romatoday l’avvocata Isabella Maria Stoppani, che ha sostenuto il ricorso avanzato da Salviati. Fonti della Regione Lazio, che ancora non si è espressa ufficialmente, contattate da Romatoday, hanno rimarcato che la struttura non è più di proprietà dell’ente locale. Nel 2018 l’immobile è stato conferito nel fondo 'i3-Regione Lazio', gestito da Invimit, con l’intento di venderlo per trasformarlo in residenze per anziani. “Allo stato, alla luce delle previsioni del contratto di conferimento, non ci sono i presupposti per un immediato rientro nella disponibilità della Regione”, ha spiegato a Romatoday l’amministratrice delegata di Invimit, Giovanna Della Posta.

“La sentenza, che la Regione sta approfondendo per valutare quali siano i provvedimenti impattati dalla stessa - lascia peraltro spazio alla Regione per rideterminarsi in riferimento al provvedimento di chiusura del San Giacomo, facendo espressamente salvo il potere di adottare ulteriori provvedimenti”, continua Della Posta. Che conclude: “Il futuro di quest'immobile sta molto a cuore ad Invimit: l’obiettivo è individuare una destinazione per il San Giacomo che sia la migliore per la collettività, con la consapevolezza che debba essere anche ricercata guardando al futuro dell'immobile oltre che al passato”. 

Come aveva spiegato nel 2018 l’ex assessora al Bilancio della Giunta Zingaretti, Alessandra Sartore, l’immobile era stato trasferito nel fondo della società del ministero dell’Economia e delle Finanza con l'obiettivo di essere venduto per 61 milioni di euro. Destinazione d’uso: “Progetti di natura socio sanitaria in senso ampio”, aveva spiegato Sartore. L’idea era quella di farci una ‘senior house’, residenze per anziani.  

L’erede del cardinale Antonio Maria Salviati, però, fin dall’inizio si è detta decisa ad andare fino in fondo. E il Consiglio di Stato le ha dato ragione. “I giudici chiariscono in modo esplicito che la chiusura è in contrasto con il piano di rientro e che il cardinale Salviati ha donato l’immobile con il vincolo di destinarlo a ospedale”, continua l’avvocata che ha sostenuto il ricorso, Isabella Maria Stoppani. “Non dimentichiamo, poi, che la struttura era un centro di eccellenza per la dialisi, la nefrologia, l’ortopedia, e che solo un anno prima erano stanziati fondi per l’ammodernamento di alcuni reparti”.

Per i giudici amministrativi, il riassetto della rete ospedaliera, elaborato alla luce delle disposizioni del piano di rientro del debito della sanità regionale, non avrebbe dovuto portare alla chiusura del San Giacomo, ma “solo alla razionalizzazione dell'attività ospedaliera e alla riduzione dei posti letto, per ricondurre l'ospedale ad una gestione efficiente e compatibile con gli obiettivi di risanamento”. Il piano di rientro, infatti, era stato elaborato per ricondurre i posti letti della regione agli standard nazionali. Per l'ospedale S. Giacomo, viene ricordato con la sentenza, era previsto il taglio di 30 posti letto nel 2007 rispetto ai 200 del precedente anno e, dunque, un residuo di 170 posti letto e la prosecuzione dell'attività di ricovero. 

Lunga la strada che l’ha portato alla vendita. L’ospedale rientra tra le 56 strutture sanitarie che nel 2001, durante la presidenza di Francesco Storace, sono state trasferite tra le proprietà della società regionale San.Im spa, che a sua volta le ha affittate alle Asl di competenza. I crediti vantati sono stati ceduti ad un'altra società, che ha emesso dei titoli obbligazionari. Nel frattempo, nel settembre del 2008, l’ospedale è stato chiuso dall’ex commissario e presidente regionale Piero Marrazzo.

Una decina di anni più tardi, nel dicembre 2017, la Regione ha annunciato di aver riacquistato 16 delle strutture che erano state trasferite nella società, per le quali il bilancio regionale stava continuando a pagare un affitto. Tra queste anche il San Giacomo, oggetto pochi giorni dopo di una delibera della Giunta Zingaretti che l’ha destinato alla valorizzazione. In merito all’immobile, abbandonato dal 2008, in quel provvedimento la Regione scriveva: “Non è ipotizzabile che possa essere riqualificato e nuovamente destinato a struttura ospedaliera”. Nel 2018 il conferimento nel fondo immobiliare.

La chiusura dell’ospedale nel 2008 aveva sollevato forti proteste da parte della cittadinanza, sostenuta anche dai medici e dagli operatori sanitari attivi al suo interno. Da allora le polemiche relative alla decisione dell’amministrazione Marrazzo e le richieste di riapertura non si sono mai del tutto fermate. Tra queste anche l’Assemblea capitolina che, nel luglio 2018, con una mozione bipartisan, ha chiesto a Raggi e ai suoi assessori di “sollecitare l’apertura di un tavolo di discussione con il presidente della Regione Lazio” affinché “l’ospedale San Giacomo possa essere rimesso in funzione”. Pochi giorni fa la decisione del Consiglio di Stato: non doveva chiudere. 

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