Nell'occupazione di Cardinal Capranica: "Noi il primo sgombero, ma non ce ne andremo senza alternative"

L'ex scuola a Primavalle è in cima alla lista degli sgomberi stilati dalla Prefettura

L'ingresso dell'occupazione di via Cardinal Domenico Capranica

C’è un’aria densa nel cortile dell’ex scuola di via Cardinal Capranica, a Primavalle, occupata a scopo abitativo da circa vent’anni. È giovedì sera, sono da poco passate le 19. Oltre un centinaio di residenti si è riunito sotto i pini del giardino interno, con lo sguardo serio ed espressioni preoccupate. L’ex scuola è in cima alla lista degli sgomberi stilata al tavolo del Comitato provinciale per la sicurezza pubblica che si è riunito in Prefettura il 28 febbraio scorso. I blindati delle forze dell’ordine potrebbero arrivare prima delle elezioni europee di maggio. “Dobbiamo aspettare che ci buttino in mezzo a una strada senza fare nulla?” la domanda che ha convinto molti a riunirsi in assemblea, fatto insolito in un’occupazione non organizzata come quella di via Cardinal Capranica. 

L’ex scuola sorge quasi al termine di una strada senza uscita che staccandosi da via Pietro Bembo sembra addentrarsi nella nulla. Al suo fianco, però, sorgono dei campi da calcio e, più oltre, c’è un istituto superiore. Lo stabile era stato occupato tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 da alcuni gruppi di estrema sinistra di Primavalle. Poi l’ex scuola venne svuotata e rioccupata spontaneamente a scopo abitativo nel 2003. Oggi all’interno è un labirinto di miniappartamenti di diverse dimensioni. Nei corridoi sono stesi ad asciugare i panni e nell’aria si mescolano gli odori di almeno tre cucine. “Ogni aula è diventata un alloggio, anche se alcuni spazi comuni sono stati ulteriormente suddivisi per ospitare più persone” racconta Radouan. Nelle aree esterne qualcuno si è sistemato in piccoli manufatti disposti su un lato dello spiazzo, come in una corte. 

Al civico 37 di via Cardinal Capranica vivono circa 250 persone. 30 sono famiglie con 84 bambini, 14 coppie e 75 single. Tra loro anche diversi anziani. Una parte dei residenti è originaria del Marocco, l’altra proviene dalla Romania. Una decina di famiglie è italiana. Qualcuno vive lì da sette o otto anni, per altri ne sono passati quasi 20 dal giorno del trasloco. Condividono un tetto, un passato di sfratti e porte sbattute in faccia e un presente di lavori precari e incerti.

Nei mesi scorsi la polizia locale ha avviato il censimento dei presenti. Molti hanno la residenza presso lo stabile. Chi non l’ha chiesta entro il 2013, o vi si è trasferito dopo, si deve accontentare della residenza fittizia per effetto dell’articolo 5 del Piano Casa del Governo Renzi che impedisce la registrazione anagrafica a chi occupa immobili o alloggi senza alcun titolo. “Hanno preso nota dei presenti stanza per stanza. Ci hanno detto che lo stabile è pericolante e che saremmo stati sgomberati. Ma nessuno ci ha detto dove finiremo”. 

Radouan è originario del Marocco, vive in Italia da 17 anni, molti dei quali trascorsi a Modena. “Lavoravo in una fabbrica, avevo una busta paga e un contratto d’affitto”. Poi lo stabilimento ha chiuso e nel 2016 si è spostato a Roma. “Ora mi guadagno da vivere con lavori saltuari, ma nessuno ti dà una casa in queste condizioni”.

Anche Larbi è originario del Marocco. Si è trasferito in via Cardinal Capranica 37 nel 2010, dopo che uno sfratto aveva sbattuto lui e sua moglie per strada. “Sono preoccupato per i miei figli. Sono nati quando ci eravamo già trasferiti qui, come accaduto a molte altre famiglie con minori che abitano qui dentro”. Larbi ne ha tre: uno di otto, uno di sei e un altro di quattro. “Vanno a scuola nel quartiere, fanno sport nelle strutture della zona. I loro amici sono qui. Dove finiremo? So bene che con i miei lavori saltuari nessuno mi darà mai una casa in affitto”. 

Una consapevolezza che pesa anche sulla vita di Alina, 30enne di origini romene arrivata in Italia 12 anni fa. “Quando è iniziata a girare la voce dello sgombero mi sono mossa per cercare una soluzione alternativa. Non voglio finire in mezzo a una strada. Così ho provato a cercare un affitto autonomamente. Impossibile” racconta. Alina lavora per una ditta di pulizie, ha un contratto di quattro ore al giorno. Il marito è muratore ma lo pagano alla giornata e senza contratto. “Ogni mattina alle cinque esco per andare a lavorare con il terrore che poche ore dopo mia moglie e i miei figli si ritrovino da soli davanti alla polizia” confida. “Non posso non uscire così presto ma ogni giorno che passa sono costretto a convivere con una paura crescente”.

Sono molte le famiglie seguite dagli assistenti sociali del municipio. “L’unica alternativa che ci propongono è il tentativo di ottenere un sussidio per l’affitto della durata di due anni” racconta Lamya, che vive in Italia dal ’92, dal 2008 in via Cardinal Capranica. “Ma questa prospettiva ci fa paura. Molti di noi sanno cosa significa essere sfrattati. Dove lo troviamo un appartamento in affitto? Dopo due anni cosa succede?”. La figlia di Lamya non è più una bambina ma è minorenne. “Un giorno mi sono arrabbiata e ho detto all’assistente sociale che in caso di sgombero non mi rimane altro che viviere nel furgone che uso per lavorare come ambulante. Rischio che mi portino via mia figlia? Se ci penso non riesco nemmeno a mangiare”. Lamya è arrabbiata: “Vorrei capire chi siamo noi per chi governa questa città. Come siamo considerati perché la sensazione di non contare nulla è molto forte”.

La paura diffusa è che di fronte all’arrivo dei blindati non ci sia altra strada che accettare un posto letto nella casa famiglia del Comune. Qualcuno ha seguito anche la vicenda dello sgombero dell’immobile di proprietà di Bankitalia di via Carlo Felice 69. “Sappiamo che alcune persone sono state portate in un centro per senza tetto. Non accetteremo soluzioni simili. Vogliamo una casa che ci possiamo permettere, con un affitto che sia alla nostra portata, senza il rischio continuo di essere sfrattati. Una casa popolare”. L’assemblea volge quasi al termine. La preoccupazione dagli sguardi non se ne è andata ma tutti ora covergono su un punto: “Non aspetteremo i blindati in silenzio. Non ci resta che mobilitarci. Devono sapere che non siamo disposti ad uscire senza valide alternative”. 

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