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Capolinea per Roma Capitale: il decreto sui poteri non sarà approvato

Ricostruito l'iter della riforma e lo scadere dei tempi. La colpa sarebbe della Lega, che non avrebbe presentato in tempo il decreto al consiglio di Ministri

Addio al sogno di Roma Capitale. Secondo il Corriere della Sera, il tempo per presentare il secondo decreto – quello che affidava poteri più ampi al Campidoglio - è scaduto, visto che il ministro Calderoli non lo ha portato in Consiglio dei Ministri. Il 7 novembre, infatti, era l'ultimo giorno utile.  Ricostruisce il quotidiano di via Solferino: “Basta fare due conti, calendario alla mano. La legge delega del governo scade il 21 novembre ma, affinché la riforma diventi operativa, il ministro Roberto Calderoli avrebbe dovuto portare il testo del decreto in Cdm al massimo in queste ore. L'iter, infatti, è chiaro: dopo l'approvazione di palazzo Chigi, il decreto deve passare prima alla 'Conferenza unificata Stato-Regioni' e poi in commissione bicamerale, per i relativi pareri. Nel primo caso, il limite massimo per analizzare il provvedimento è di 30 giorni. Nel secondo si arriva addirittura 60. Ma, anche considerando il termine minimo di 15 giorni, il tempo è scaduto: 7 (novembre) più 15 (giorni per il parere), uguale 22 del mese. Un giorno dopo la scadenza della legge delega: la riforma 'Roma Capitale', così finisce nel cassetto”.

Svanisce quindi la riforma che avrebbe dovuto dare un volto nuovo al Campidoglio, una riforma che il Corriere definisce “lettera morta”: “Ferma, meglio, al palo del primo decreto delegato che sanciva il passaggio da 60 a 48 consiglieri comunali e il cambio di alcuni nomi: Roma Capitale, appunto, al posto di Comune; Assemblea Capitolina e Giunta capitolina al posto di consiglio e giunta comunale. La 'rivoluzione' è tutta qua e, salvo miracoli dell'ultimissima ora, tale rimarrà. I tempi per approvare il secondo decreto delegato - quello più pesante, con la ripartizione di poteri tra Comune, Regione, Provincia e Stato - non ci sono più”. Servirebbero due miracoli, “quasi irrealizzabili specie in questo contesto politico generale”. “Uno porta a un'approvazione lampo in consiglio dei ministri, un rapidissimo passaggio in bicamerale e un secondo sì di palazzo Chigi. L'altra possibilità, anche questa remotissima, è che Camera e Senato concedano all'esecutivo una proroga sui termini della legge. Evidenti le incognite, legate agli sviluppi della crisi: si vota o non si vota? Il governo c'è o non c'è? Il parlamento si scioglie oppure no? Senza capriole dell'ultima ora, l'unica concreta possibilità di concludere la riforma di “Roma Capitale” è portarla avanti con un iter parlamentare da legge “ordinaria”: tempi lunghissimi, e per niente certi”.

Francesco Smedile (Udc), presidente della commissione comunale per le riforme istituzionali, dice al Corriere: “La Lega ha impedito la riforma”. Smedile, insieme al suo partito, ha provato in tutti i modi a far passare la riforma, anche smussando gli angoli tra Comune e Regione. “Calderoli - spiega Smedile - avrebbe dovuto portare lo schema del decreto delegato in Cdm già dieci giorni fa, almeno per l'approvazione in prima lettura”. Resta il primo decreto, che ora il segretario romano dell'Udc Franco Cioffarelli chiede di “abrogare anche quello, per evitare ulteriori disastri”. Eppure l'accordo fra Comune e Regione, dopo mille litigi, era stato finalmente raggiungo e sancito in un protocollo di intesa con Stato e Provincia. Il Campidoglio, dallo Stato, avrebbe ricevuto il “coordinamento e la valorizzazione dei beni archeologici e monumentali”, la “potestà dei beni demaniali” tipo le caserme e il Turismo. Alla Regione rimanevano urbanistica, commercio, trasporto pubblico, ambiente e poi la Pisana avrebbe trasferito al Comune, con apposita legge regionale, parte di questi poteri. La Provincia, invece, otteneva un risultato pesante: la concessione delle autorizzazioni per le varianti urbanistiche sulle opere pubbliche, attribuzione che faceva parecchio gola al Comune. Ma “tutto superato, ormai. Il tempo è scaduto”.

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