Marino assolto, i militanti del Pd vogliono la testa di Orfini. L'ex commissario: "Con lui Roma era un disastro"

Nessuna scusa, nemmeno dai Cinque Stelle. Che sul caso scontrini scelgono il silenzio

Un'assoluzione che sa di rivincita, con Marino e i marziani contro Renzi e i Cinque stelle. L'ex sindaco dem è uscito indenne dalla vicenda giudiziaria che lo ha visto alla sbarra con l'accusa di peculato e falso. Eppure, su quel "fatto" che per i giudici, alla fine, "non sussiste", si è consumata una guerra che ha ferite ancora aperte. Il caso scontrini - quelle cene di rappresentanza pagate con la carta di credito del Campidoglio - ha fatto cadere il centrosinistra che guidava Roma, ha spaccato il Pd, facendolo piombare in un abisso da cui a stento tenta oggi di riemergere. E ha dato un assist al Movimento Cinque Stelle per sventolare il vessillo di onestà e trasparenza con ancor più vigore contro i famigerati "partiti tradizionali". 

Oggi però si scopre che Ignazio Marino non ha commesso nessuno reato. E allora, la prima testa sacrificale, per i militanti del Pd, è quella di colui che orchestrò tutto. L'allora presidente Matteo Orfini, giovane turco poi salito sul carro renziano, considerato l'ispiratore della "cospirazione" contro il sindaco chirurgo. Il web chiede le scuse, per quell'epurazione che ai "marziani" è sempre suonata come un regolamento di conti interno, il frutto amaro di un correntismo spietato, che nel caso scontrini trovò il suo pretesto perfetto. Sono centinaia i commenti sotto i suoi status sui social. Ma lui non arretra di un centimetro. Con un lungo sfogo su Facebook rivendica la scelta fatta allora. "Non è per l'inchiesta" che cacciò Marino, ma per la sua manifesta incapacità. 

"Alcuni, compreso qualche dirigente del Pd, mi chiedono di scusarmi per la scelta di sfiduciarlo" scrive Orfini. "Ovviamente non credo di doverlo fare, perché quella scelta l'ho assunta spiegando fin dal primo momento che non era legata all'inchiesta. Marino non era adeguato a quel ruolo, stava amministrando male Roma, la città era un disastro". E chi accusa il partito di aver consegnato la città in mano ai Cinque Stelle risponde: "Molti obiettano che quella scelta ha portato alla vittoria della Raggi e al disastro attuale. Per carità, ognuno può interpretare a piacimento il nesso di causa-effetto. Dal mio punto di vista, la Raggi l'ha portata il disastro amministrativo prodotto da Marino e un'inchiesta – Mafia capitale – che sconvolse la città e il Pd".

Poi sferra un colpo sulle politiche dell'allora sindaco democrat. Centro storico centriche, poco attente ai bisogni delle periferie. E su quello slogan che portò Marino in Campidoglio: "Non è politica, è Roma". Per Orfini, "la Roma disastrata di oggi è anche figlia di quella stagione, di quei limiti amministrativi, di quella visione antipolitica, di un partito che era davvero impresentabile".

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Ma gli attacchi odierni del Pd hanno anche un altro obiettivo: gli allora consiglieri comunali M5s. Virginia Raggi, Daniele Frongia, Marcello De Vito. Quelli con le arance in mano sugli scranni del consiglio comunale. E sempre quelli filmati in un video mentre si recano fieri dai Carabinieri per presentare, sul caso scontrini, un esposto. Gli stessi che oggi fanno i conti con un presidente dell'Assemblea capitolina in carcere per corruzione. Nessun rimorso nemmeno tra loro. Raggi aveva parlato di Marino, non senza imbarazzo, durante un'intervista su La7 all'indomani dell'arresto di De Vito. "L'ho ringraziato per il lavoro che ha fatto sulle bancarelle". Ora però, sceglie il silenzio. E alla fine, con Ignazio Marino, ormai fuori di scena, non si è scusato nessuno. 
 

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