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"Gli uffici anagrafici di Roma escludono in modo illegittimo poveri e migranti": il report

Il documento è stato redatto da quindici organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, da A Buon Diritto alla Caritas di Roma, da ActioAid a Medici Senza Frontiere

Molti uffici anagrafici del Comune di Roma non applicano la legge escludendo dall’iscrizione anagrafica una fetta di popolazione residente sul territorio. È la denuncia contenuta nel report ‘L’anagrafe respingente. Una fotografia di Roma in emergenza’, redatto da quindici organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani –da A Buon Diritto alla Caritas di Roma, da ActioAid a Medici Senza Frontiere e Comunità di Sant’Egidio – che hanno raccolto una serie di testimonianze e condiviso i saperi di avvocati, attivisti, giuristi, operatori sociali e organizzazioni non governative. 

Il perché sia importante approfondire la questione viene spiegato nella presentazione del documento: “La mancata iscrizione anagrafica comporta molto spesso l’impossibilità o la difficoltà per i cittadini stranieri di conseguire il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno”. Più in generale, preclude “l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale e ai centri per l’impiego, il diritto alla previdenza sociale, la partecipazione ai bandi per l’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare, il diritto all’assistenza sociale, la richiesta di patrocinio a spese dello stato, il diritto all’elettorato attivo”. 

Il documento si sofferma nell’analizzare le prassi, consolidate da alcuni uffici anagrafici ma non in maniera uniforme sul territorio cittadino, che portano, nei fatti, una parte della popolazione a rimanere esclusa dall’iscrizione anagrafica e, quindi, “invisibile”. Le prassi applicate dai diversi uffici sono talmente diverse, si legge nel dossier, che “condizioni soggettive e oggettive identiche possono avere esiti profondamente divergenti a seconda dell’ufficio anagrafico in cui si presenta la dichiarazione di residenza”.

Il primo problema, definito nel documento “macro elemento di fondo”, riguarda il fatto che molti uffici chiedono “ulteriore documentazione rispetto a quanto disposto per legge”. Mettono in campo, quindi, una selezione “ancor più stringente”, una sorta di “filtraggio informale”, di quanto previsto dalle normative. 

Per esempio molti uffici rifiutano la registrazione anagrafica in assenza della documentazione che attesti il titolo di godimento dell’immobile di residenza, per esempio il contratto d’affitto. “Sono molto spesso illegittimamente disattese anche le richieste di iscrizioni in immobili ritenuti inidonei dal punto di vista, ad esempio, della norma urbanistiche”. Oppure  viene “richiesto il consenso del proprietario dell’immobile”. Così le persone più povere “sono doppiamente penalizzate ed escluse”. 

A riguardo, l’introduzione dell’articolo 5 del cosiddetto Piano Casa dell’ex Governo Renzi, che impedisce di ottenere la residenza in immobili occupati, oltre a “peggiorare le condizioni di vita e a impedire l’esercizio dei diritti delle persone”, viene usato da molti uffici “in maniera generalizzata e impropria, impedendo l’iscrizione anagrafica a chiunque non possa vantare un titolo di ingresso formale a prescindere dal fatto che siano effettivamente ‘abusivi’ e ‘senza titolo’”. Per esempio, chi vive in un’abitazione senza essere intestatario del contratto di affitto. Molte di queste persone vengono indotte a iscriversi come senza fissa dimora, si legge ancora nel documento. 

Altro elemento analizzato è, infatti, l’iscrizione all’anagrafe per i senza fissa dimora. In questo caso gli uffici richiedono un’attestazione delle condizioni del richiedente da parte dei servizi sociali. Dichiarazione che può essere rilasciata entro cinque giorni lavorativi dalla richiesta quando per legge l’iscrizione deve avvenire entro due. “Il dato normativo è molto chiaro ed è largamente disatteso: per finalizzare questa tipologia di iscrizioni, in molti contesti municipali le persone devono aspettare anche molti mesi e, non di rado, sono respinte da alcuni uffici anagrafici e sono inviati a presentarsi presso gli uffici collocati in altri Municipi”. Queste prassi, continua il documento, hanno determinato “un dimezzamento delle iscrizioni per persone senza fissa dimora” dal 2014 a 2018, passate da 37.928 a 19.639. 

Infine i cittadini extraeuropei. “Questa componente della popolazione è mediamente più esposta alle prassi non conformi degli uffici in quanto, in maniera statisticamente più rilevante rispetto agli italiani, i cittadini stranieri fanno esperienza di condizioni abitative precarie, spesso ritenute non idonee”. Una prassi “illegittima piuttosto diffusa” è quella di non registrare “le dichiarazioni di residenza presentate dai cittadini stranieri con il permesso di soggiorno in fase di rinnovo, conversione o rilascio”. Oppure “in assenza di passaporto”. Dopo l’approvazione del decreto Sicurezza e immigrazione del 2018, molti residenti nei centri di accoglienza sono stati esclusi dall’iscrizione anagrafica. E questo è accaduto “anche dopo la pronuncia della Corte Costituzionale”. Per molti migranti, infine, la mancata iscrizione comporta “nei fatti e contrariamente a quanto disposto dalla legge, l’impossibilità o la difficoltà di conseguire il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno”.

È così che l’anagrafe, conclude il documento, diventa “un potente dispositivo di filtraggio, selezione, gerarchizzazione”, un “confine invisibile ma reale che divide chi è iscritto da chi, alla luce della propria condizione personale o delle caratteristiche della propria dimora, è respinto”. Così, se gli amministratori consultano i registri anagrafici per progettare le politiche territoriali, “l’assenza strutturale di molte persone dall’anagrafe determina un gap di conoscenza estremamente rilevante”. Soprattutto in presenza di caratteristiche ben precise di esclusione come la povertà o l’essere migranti. Su queste persone “la mancata iscrizione anagrafica instaura un circolo vizioso nel quale si è esclusi dall’anagrafe in relazione al proprio status sociale ed economico” e questo contribuisce a sua volta “a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita”.

A partire da questo quadro le organizzazioni firmatarie hanno avanzato delle linee di intervento in dieci punti. In primis, "rendere omogenee le prassi applicate negli uffici anagrafici dei municipi e azzerare quelle non conformi alla normativa", per esempio in relazione alla richiesta del titolo di godimento dell'immobile o dell'iscrizione per i senza fissa dimora. "Restringere l'applicazione dell'articolo 5 e favorire la deroga” che può essere applicata dalla sindaca. Promuovere la "formazione dei funzionari d'anagrafe, anche con riferimento alla dimensione interculturale". E ancora: "Rendere effettiva la possibilità di conseguire telematicamente la registrazione dell'iscrizione per tutti gli interessati" e "rendere trasparenti e facilmente accessibili gli atti amministrativi". Secondo le associazioni firmatarie, inoltre il Comune di Roma dovrebbe "favorire l’effettivo esercizio dei diritti e l’accesso ai servizi territoriali" e "promuovere iniziative finalizzate alla modifica della normativa che determina l'esclusione dell'anagrafe". Più in generale, "assumere l'importanza strategica dell'iscrizione anagrafica e dei diritti connessi".

Di seguito l'elenco completo delle organizzazioni firmatarie:

A Buon Diritto ONLUS, ActionAid, ASGI - Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, Black lives matter Roma, Caritas Roma, Centro Astalli, CIR - Consiglio Italiano per i Rifugiati, Comunità di Sant’Egidio, Focus - Casa dei diritti sociali, Intersos, Laboratorio 53, MEDU - Medici per i diritti umani, MSF - Medici senza frontiere, Médecins du Monde France - Missione Italia, Pensare Migrante

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