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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Politica

Rischio alluvioni nel Lazio: "Noi 'tecnici del giorno prima', non di quello dopo"

In seguito all'alluvione che ha colpito l'isola della Sardegna e provocato la morte di 16 persone, la nostra redazione ha intervistato il Presidente dell'Ordine dei Geologi del Lazio, Roberto Troncarelli

Nei drammatici giorni dell'alluvione in Sardegna, con l'isola intenta a contare i morti e i danni dell'ennesima tragedia nazionale, torna attuale la litania che segue a tragedie di questo tipo. Allarmi inascoltati, cemento che sottrae terreno alle acque, rischio idrogeologico non rispettato. Tutti pronti ad affidarsi ai geologi, tecnici del giorno prima apprezzati però solo quando si tratta di raccontare il giorno che segue queste tragedie. RomaToday ha provato a sentire il presidente dell'ordine dei geologi laziali, Roberto Troncarelli. L'obiettivo è capire se anche nella Regione Lazio esiste un rischio idrogeologico e se viene fatto tutto per cercare di limitarne i potenziali effetti.

Presidente Troncarelli, quali sono i pericoli ma soprattutto quali sono le zone maggiormente a rischio?

"E' una domanda molto ampia, questa, che potrei riassumere provando a schematizzare in tre punti focali. Il primo riguarda il rischio sismico che, in linea di massima, interessa tutta la regione Lazio. In particolare la dei Monti Reatini è da sempre una zona soggetta a frequenti scosse che da lì si estendono in tutta l'area circostante, comprese le province di Rieti e Frosinone e in generale in tutti i comuni a ridosso del massiccio montuoso dell'Appennino centrale. Il secondo è il rischio di frana che riguarda tutta la zona dei Castelli. Quindi le province di Roma, Viterbo, ancora una volta Rieti e tutti quei paesi che si affacciano sul Tevere o confinanti con l'Umbria.

E infine il terzo, il rischio alluvione, che da anni provoca ormai ingenti danni all'agricoltura.

Concentriamoci su questo, anche alla luce di quanto successo in Sardegna. Quanto è alto questo rischio?

Ecco, qui il rischio è veramente alto. Ad essere interessati sono certamente le frazioni romane di Ostia e Infernetto, invase dall'acqua proprio lo scorso ottobre e chiamate spesso per questo motivo 'i quartieri degli allagamenti' perché soggetti con maggiore frequenza a questo tipo di danni. A questi problemi permettetemi di aggiungerne un altro, quello dell'anidride carbonica che da alcuni anni riguarda ormai l'intera zona dei Castelli e in particolare Ciampino, Frascati, Grottaferrata e l'intera zona sud-est della Capitale. Se a questo si aggiungono il depuramento delle falde e il problema causato dalla presenza di elementi chimici quali arsenico e radon che attanagliano tutto il viterbese e il territorio a sud-est di Roma, è evidente che tutti questi rischi geologici si traducono in pesanti polemiche che di volta in volta interessano le diverse istituzioni politiche".

Ci spieghi meglio.
"In realtà la maggior parte dei temi oggetto di denuncia non sono calamità naturali ma effetti naturali. Una bella differenza. Se dall'alto viene autorizzata la costruzione di un parcheggio o di un enorme supermercato in una zona ad alto rischio è chiaro che non ci si potrà meravigliare degli effetti catastrofici che nel corso degli anni questa scelta sconsiderata avrà sul territorio e sui cittadini. E' inutile continuare a spendere milioni di euro per innalzare argini al fine di contenere la furia dei fiumi, che oltretutto saranno periodicamente soggetti a piene. Costruire con natura e non contro natura: questo dovrebbero iniziare a comprendere i nostri politici.

Qual è in questo senso la prima necessità da soddisfare?

Serve una programmazione a monte, che impedisca l'edificazione in certe zone. Una pianificazione urbanistica più dettagliata, insomma, e meno legata agli interessi del politico di turno. Le racconto un episodio che meglio sintetizza il mio pensiero. Alcuni anni fa un assessore mi disse che conveniva asfaltare cento metri di strada piuttosto che realizzare un modello idraulico per un fiume. Perché? Beh, semplice. Perché sotto l'aspetto elettorale il modello idraulico, che magari consente un beneficio per la collettività decisamente superiore, non paga. Al contrario, cento metri di strada sono una buona merce di scambio con l'elettore. Per non parlare dell'interminabile iter burocratico-amministrativo necessario per ottenere una semplice autorizzazione o la mancanza di una chiara filiera normativa che spesso consente al furbetto di turno di nascondersi all'indomani di una qualsiasi sciagura.

Però in questo senso anche l'opinione pubblica non sembra sufficientemente sensibilizzata, non crede?

La sensibilità di istituzioni e opinione pubblica verso le problematiche geologiche è in generale molto bassa. Siamo spesso chiamati in occasione di sopralluoghi dopo eventi sismici, dopo emissioni vulcaniche, dopo alluvioni. Dovremmo essere i 'tecnici del giorno prima', non di quello dopo. Vorremmo che la nostra consulenza fosse a corredo di una programmazione strutturata a lungo termine piuttosto che rincorrere l'emergenza o la soluzione tampone. Oltretutto il costo sociale di una previsione rispetto a un intervento a posteriori sarebbe 10 o addirittura 15 volte inferiore".

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