Giorgio De Finis pronto a contagiare il Macro: "Il museo diventi uno spazio vivo"

Intervista all'antropologo Giorgio de Finis in occasione della festa per i cinque anni del Maam, il Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz, alla quale hanno partecipato il vicensindaco Luca Bergamo e l'assessore all'urbanistica Luca Montuori: "Qui abbiamo provato a unire gli opposti della città"

Giorgio de Finis al Maam (Foto Facebook Maam)

Nel tragitto quotidiano che ogni romano si trova a percorrere capita raramente di imbattersi in un ‘super-luogo’. Prezioso reperto di archeologia industriale, avamposto di città meticcia e casa occupata per decine di persone, fortino di diritti, museo-barricata, rampa di lancio per la Luna. Il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz ha festeggiato sabato scorso, 22 aprile, cinque anni: per l’occasione è stato pubblicato il catalogo con tutte le opere (edito da Bordeaux Edizioni). L’intuizione dell’antropologo Giorgio de Finis nel 2012 ha trovato terreno fertile in quella che era l’ex fabbrica della Fiorucci, occupata nel marzo del 2009 dai Blocchi Precari Metropolitani, uno dei movimenti per il diritto all’abitare romani, e da Popica Onlus, associazione che si occupa della scolarizzazione dei bambini rom. Si partì nel 2011 con un viaggio sulla Luna che diede vita al “cantiere etnografico, cinematografico e d’arte” di Space Metropoliz. Nel 2012 nacque il Maam.  

Sabato la festa per i 5 anni. Un lustro importante durante il quale il Metropoliz, da fabbrica dismessa, abitata da una comunità meticcia, è diventata un'esperienza unica. Cosa rappresenta il Maam per Roma?

Il Maam è il tentativo di unire gli opposti della città. Da una parte il punto più alto che oggi è rappresentato dal museo di arte contemporanea. Dall'altra il punto più basso, quello che nessuno vuole vedere. Parlo dell'emergenza abitativa, delle oltre cento occupazioni dove vivono migliaia di persone ma anche delle situazioni più marginali, delle baracche nascoste dai canneti, di chi è costretto a dormire in macchina o sotto i ponti. Siamo in una fase storica in cui i diritti per tutti vengono messi in discussione: dall'art. 5 del Piano Lupi che nega residenze e diritti civili a chi vive nelle occupazioni alla libertà di movimento per i migranti. Il Maam prova a creare un cortocircuito. E' una doppia città che ormai esiste. Ho citato il 'mondo-città' e la 'città-mondo' di Marc Augè. Da una parte la città globale simile a molte altre in tutto il mondo. Quella del turismo di massa, degli spazi attraversati che perdono identità, visitabili pagando il biglietto e ascoltando un'audio-guida. Sempre meno luoghi e sempre più 'non luoghi' (lo stesso Augè, nel corso di un incontro al Metropoliz, ha definito il Maam un super-luogo,ndr). Dall'altra le periferie o comunque tutti quei pezzi di città che stanno al di fuori di questi circuiti. Per un certo aspetto, direi, per fortuna: essere un po' discosti dalla globalizzazione e da tutte le sue pressioni omologanti è anche la loro salvezza. L'ho detto altre volte: per risolvere i suoi problemi Roma dovrebbe essere più simile a Catanzaro anziché puntare a essere una città in competizione. Il Maam è un progetto per il Metropoliz e per i suoi abitanti che vuole parlare a tutti dicendo cosa è uno spazio pubblico. Oggi i musei pubblici, diciamo per mancanza di fondi, vengono sempre più spesso ’subappaltati' ai privati e alle gallerie. Paradossalmente il Metropoliz, che è spazio doppiamente privato in quanto ha un proprietario ed è abitazione di decine di persone, è più pubblico dei musei pubblici. Il Maam sperimenta anche un modo diverso di costruire un museo. È una Grotta di Lascaux, unisce il rifugio, l'abitare e l'arte. Come tornare indietro, ripartire da zero. 

Lo spazio dove è nato il Maam non è neutro. L'occupazione è una risposta politica forte alla necessità concreta di avere un tetto sulla testa. Inoltre rappresenta anche una sottrazione fisica di suolo alle logiche della rendita. L'arte ha plasmato il Metropoliz fino a farlo diventare Maam. Possiamo dire che anche l'occupazione Metropoliz, la sua comunità meticcia, abbia restituito qualcosa all'arte?

Il rapporto è assolutamente biunivoco. Le opere del Maam, con il loro valore di mercato, proteggono come una barricata il Metropoliz ma è evidente che l'arte lì dentro si rigenera, ha un significato diverso. Gli artisti si ritrovano a collaborare per un progetto comune, come al tempo delle cattedrali medievali. Metropoliz, inoltre, pone le questioni del contemporaneo. Un artista che si affaccia qui arriva sulla frontiera del mondo. E il beneficio è assolutamente reciproco. Poi c'è il dispositivo dell'incontro, la relazione umana che non è per nulla secondaria. Chi lavora come artista al Maam incontra persone lontane per origini e vissuti. Come essere umani si guadagna una dimensione di relazioni importante tanto che gli artisti, al Maam, non amano solo la propria opera ma tutto l'insieme.  Lo spirito è quello di una cattedrale super laica dove si lavora insieme, si riflette e a volte non si è d'accordo date le reciproche differenze, senza pacificare tutto.
 
Nell'introduzione al catalogo lei scrive: "Il Maam vuole essere la spina nel fianco di un sistema museale troppo spesso consegnato alle gallerie". Lei stesso nell'introduzione lo descrive come un museo politico. Penso alla sua natura occupata, alla comunità meticcia e attivista che lo abita, sempre più colpita dalle politiche migratorie e securitarie, dal Piano Lupi ai decreti Minniti-Orlando. Il Metropoliz è sotto "processo" e non è un artifizio artistico. Eppure sta esercitando attrazione anche su realtà più 'istituzionalizzate'. C'è qualcosa nel Maam di cui la città non poteva più fare a meno? C'è qualcosa di esportabile?

Fino a oggi le istituzioni non avevano mai messo piede al Metropoliz. Abbiamo scelto di operare uno spazio non istituzionale anche se con la volontà di divenire noi stessi istituzione dal momento che ci siamo dati la forma di un museo, di un progetto collettivo. Il vicesindaco Luca Bergamo (che sabato, insieme all'assessore all'Urbanistica, Luca Montuori, ha presentato il catalogo del Maam, ndr) conosce il Maam da molto tempo e quando è diventato assessore è venuto qui tendendoci la mano. Naturalmente bisogna capire cosa potrà voler dire questa attenzione, se si deciderà di avviare un percorso senza ucciderne la vitalità. Al di là di questo aspetto, penso che Bergamo sia interessato a riprendere alcune lezioni di questo luogo. Credo che assumere alcuni elementi del dispositivo relazionale, un po' situazionisti, e trasferirli in un altro luogo, anche se con le dovute differenze, sia possibile e anche interessante. Credo che il vero interesse sia creare in città un museo che sia una piazza dove gli artisti non si limitino ad appendere le proprie opere, che sia uno spazio di trasformazione e di dibattito vivo, trasparente e che discuta di se stesso, di come funziona un museo, di come l'arte entra, dove i cittadini non sono visitatori da portare per mano ma partecipano a un processo. Credo che questo aspetto sia ripetibile. Poi ce ne sono altri che non lo sono: il Metropoliz è un luogo radicato, ci sono persone che ci vivono, che hanno una storia e una loro testa. Anche l'estetica. Dire che esportare l'esperienza del Maam significhi creare un luogo dove tutti i muri sono dipinti sarebbe stupido. 
 
Recentemente è emersa la possibilità di vederla direttore del Macro. Si vede in quel ruolo? Ha già in mente un progetto?
  
In realtà non è il momento di parlare di questo. Ne parleranno i diretti interessati quando avranno preso le loro decisioni. Parlando al condizionale, se mi si offrisse questa possibilità non sarò mai direttore incarnando quella figura che c'è stata fino a oggi. L'obiettivo sarebbe far funzionare un dispositivo differente da quel che è oggi un museo, il Macro o qualsiasi altro. Credo di poter gestire tranquillamente e inventare per la città un dispositivo relazionale e onesto, nel senso che sta a cuore a tutti i partecipanti perché di fondo non persegue l'interesse di nessun attore in particolare. Non un luogo di spettacolo. Un luogo aperto a tutti gli artisti di Roma e a alla città, anche ai non addetti ai lavori, come una macchina di trasformazione e di crescita, un laboratorio di costruzione di 'virus buoni' che possano far mutare situazioni stagnanti anche per il cosiddetto sistema dell'arte. Si stanno estinguendo da soli. Come ci insegna Mario Perniola viviamo in una situazione di arte espansa. Sono cambiate le regole del gioco. 

Insomma, è pronto. 

Ho un'idea su come rendere il Macro un posto vivo. Non lavoro mai da solo. Se riceverà l'apporto di tutti funzionerà. Chiederò a tutti di cambiare segno allo spazio, di contribuire a creare uno spazio pubblico come se fosse un impegno etico. 

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