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Giovedì, 13 Giugno 2024

L'opinione

Matteo Scarlino

Direttore responsabile RomaToday

Caro Gualtieri, il rimpasto non è un tabù

Non ne vuole sentire parlare e lo ha detto chiaro e tondo ai consiglieri. La realtà di una città in cerca di risposte però bussa alla porta, e prima di scelte inevitabili come quelle di Ama, sarebbe bene prenderne atto

Con la nomina di Alessandro Filippi a direttore generale di Ama è caduto un tabù, quello dell'intoccabilità dei nomi scelti da Gualtieri per guidare la città. Troppo grave l'emergenza rifiuti per continuare con la strategia dello struzzo. Impossibile non reagire, non "offrire una testa" ad un'opinione pubblica giustamente  inferocita. Un capro espiatorio andava trovato per provare a ripartire con una nuova stagione. 

Come dimostrato in quest'anno e mezzo, il sindaco è allergico ai cambi di squadra, ai rimpasti. È arrivato a dirlo a brutto muso ai consiglieri comunali che, almeno ufficialmente, mai gliel'avevano chiesto. La giunta (e non solo), non si toccano. E non è solo perché si pensa che vada tutto bene. Da un lato Gualtieri vuole marcare la differenza da chi l'ha preceduto: Raggi infatti è stata campionessa di cambi di assessori, superandosi addirittura per quel che riguarda le municipalizzate, Ama in particolare.

Dall'altro c'è il suo partito, la sua coalizione, i cui equilibri sono sempre complicati da far quadrare. E guai a far passare l'idea che il sindaco abbia le mani legate, sistemando in giunta gli amici. Meglio puntare i piedi, imporsi, anche a brutto muso, nonostante una realtà che fisiologicamente richiede di essere guardata in faccia. Sì, perché a Roma non va tutto bene e in giunta non tutti si stanno rivelando all'altezza della complessità di questa città.

E no, non è questione di consiglieri chiacchieroni, di presidenti di commissione frustrati nelle loro ambizioni e ancor prima nelle proprie idee. C'è una città che reclama risposte e che, da molti assessori, ne sta ricevendo poche e non all'altezza. Non è questione solo di nomi: quelli li abbiamo sempre fatti e continueremo a farli. C'è un tema di deleghe sproporzionate, distribuite in modo confuso o create ad arte come naturale prosecuzione della campagna elettorale. Qualche esempio. L'assessora Alfonsi si ritrova ad avere a che fare con un maxi assessorato, con problemi enormi ovunque: rifiuti, verde pubblico, agricoltura, rappresentano un carico che, giocoforza, qualcosa porta a sacrificare.

Sulla sicurezza siamo al capolavoro. C'è una delegata, l'assessora Monica Lucarelli, che lo scorso autunno andava puntellata perché data in uscita da tutti e alla quale il sindaco, per mostrare la fiducia, ha dato la delega alla sicurezza. Una delega di facciata, senza poteri, perché l'unico organo che fa sicurezza a livello locale è rimasto sotto l'ala del gabinetto del sindaco. A completare il quadro la consegna delle responsabilità sul personale e quindi sui vigili all'assessore Catarci. Il risultato è che un organo importante come la polizia locale di fatto ha tre referenti politici, finendo per non averne nessuno, campando nell'anarchia più totale. Ancora: politiche sociali e casa, con la città sgomberata a caccia di risposte e con l'assessora alle politiche sociali, Barbara Funari, a dire che non è responsabile della Casa e che quindi bisogna citofonare al suo collega Zevi.  

E ancora: come non parlare dell'ormai mitologico assessorato alla città dei 15 minuti, slogan diventato delega di cui, al netto dell'infaticabile lavoro dell'assessore Andrea Catarci, nessuno ha ben capito quale sia il valore aggiunto. Il tutto vedendo parallelamente tempi  lunghissimi per fare un carta d'identità, vedendo chiudere sportelli anagrafici, con municipi che reclamano più personale e territori che rispediscono al mittente le aree verdi assegnate. 

Il tutto, come detto, al netto dei nomi che da tempo girano e il cui lavoro meriterebbe quantomeno un'analisi più approfondita. Parliamo delle assessore Lucarelli e Funari il cui contributo alla città è invisibile, lento, impalpabile. Parliamo dell'assessore Gotor che da responsabile delle politiche culturali (settore in cui è difficile farsi nemici) è finito inviso a gran parte dei suoi omologhi municipali. Assessori fantasma che hanno la fortuna di finire nascosti da problemi come rifiuti e trasporti, enormi e mediaticamente facile bersaglio dei cittadini e della stampa. 

Un tabù è caduto. La realtà da guardare in faccia chiede di prendere coscienza che qualcosa non va, di intervenire e di migliorare. Perché cambiare squadra non significa solo sistemare sulle poltrone amici o "trombati", ma cercare soluzioni migliori per Roma. E non farlo non vuol dire essere migliori di chi c'era prima o avere le mani libere.

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